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Vegan libera tuttə: la lotta è servita

La questione dell’eterna lotta tra scelta vegetariana e vegana mi sta molto a cuore perché è una di quelle decisioni che ho vissuto da vicino e per troppo tempo sono stata dalla parte sbagliata.

Per oltre dieci anni, sono stata la vegetariana che mangiava le uova del nonno e la mozzarella del contadino convinta che fosse abbastanza a rendermi un’alleata nella lotta per la liberazione animale.

Con la stessa bocca con cui asfaltavo la dieta carnista, credendo che così facendo stessi combattendo in prima linea contro l’industria della morte, addentavo un pezzo di pane e frittata e non ne vedevo l’incoerenza.

La mia esperienza personale è questa: ho scelto di rinunciare a carne e pesce a undici anni. A pranzo con i nonni al mare, ho guardato la coscia di pollo nel mio piatto e l’ho immediatamente ricollegata all’immagine di un gallo ancora in vita. Improvvisamente era troppo tardi per tornare indietro, per ignorare la vita prima della morte.

Secondo le teorie antispeciste parliamo di carne per nascondere il vero referente, ovvero l’animale morto. Ancora meglio l’animale ancora in vita, ucciso per finire nei nostri piatti.
Da quell’estate io non ho mai più visto carne, ma solo cadaveri. Cadaveri in pentola, cadaveri nei panini, cadaveri nei congelatori.
Il passaggio al veganismo però non è stato così immediato.
Se per anni ti convinci di essere dalla parte giusta, perché metterti in discussione?
Nessunə vegetarianə vuole essere messo di fronte all’ipocrisia delle sue azioni, nessunə vuole sentirsi dire che non mangiare animali non è abbastanza, se poi il grado di crudeltà di un cappuccino è peggiore di quella di un mattatoio.

Dopo più di dieci anni passati a riconoscere la morte, ho iniziato a riconoscere la sofferenza. Se l’arrosto è morte, la panna è sofferenza. Non sapevo nulla di antispecismo, mi bastava pensare al dolore dietro l’industria del latte per motivarmi.

Il problema di questo tipo di ragionamento è che inevitabilmente finirai col chiederti: ma se riuscissi a togliere il fattore sofferenza allora? Se andassi da un contadino felice? Se alle galline facesse piacere vedermi mangiare le loro uova?
Solitamente si sceglie un’alimentazione vegetale perché viene riconosciuta la capacità degli animali non umani di provare paura, angoscia, smarrimento. Da lì nasce il rifiuto di esserne causa diretta. Il fattore sofferenza è cruciale e allo stesso tempo pericoloso perché tolto quello, crolla tutto il resto.
La scelta vegan diventa allora un’aggiunta, un di più. Vegetarianə, se fatto in un determinato modo, potrebbe essere abbastanza da non causare dolore.
La questione diventa molto più complessa quando si riflette sul resto.

Vegan è un termine riduttivo e per molti versi limitante: la prima cosa a cui è ricollegato è il cibo. Il nostro cibo, di cui stiamo scegliendo di privarci, ma resta nostro. Noi umani siamo da sempre l’apice della piramide alimentare e non solo. Antropocentrismo: l’uomo al centro dell’universo.
Se parlo di scelta vegana come di una scelta alimentare, una dieta da seguire, allora la risposta è semplice: vegetariana mi basta perché posso reperire determinati alimenti in maniera “etica”.
Gli animali, di per sé, per me non sono cibo, ma ciò che producono è mio e rientra nel mio piano alimentare. Riesco a mettere una mano sulla coscienza e smettere di acquistare dalle grandi industrie, ma la storia del contadino che munge amorevolmente le mucche ogni mattina mi basta per giustificare la presenza della panna nella mia cioccolata calda. Gli animali non sono miei, la loro vita non mi appartiene..ma tutto il resto è a mio uso e consumo.
Rinuncio ad essere complice e partecipe delle cause immediate della morte di tanti animali, ma chiudo gli occhi sullo sfruttamento che li porta ad essere uccisi e maltrattati per le produzione secondaria di latte, uova e miele.

Accettare che la natura non sia nostra, che gli animali non esistano per noi ma con noi, è un percorso che richiede tempo. Rinunciare a qualcosa perché semplicemente non è nostro diventa, paradossalmente, troppo complesso. Lo step di mezzo è quello di identificare in quel qualcosa delle dinamiche di colpa e dominio che me lo facciano sentire meno appetibile. Allora è necessario partire dalla morte e dalla violenza presenti nella produzione di latte e uova: abbiamo bisogno di brutalità e la troviamo soprattutto nell’industria.
Non compro uova perché i pulcini maschi vengono tritati vivi, non bevo latte perché i vitelli vengono strappati alle madri e le mucche inseminate artificialmente finché non sono da buttare. Ho bisogno di smascherare uno status quo crudele per supportare una scelta che persino alle mie orecchie suona troppo drastica.

Se parlo di latte, uova e miele come ingredienti e non mi fermo a riflettere sul perché per me siano cibo quando non sognerei mai di mungere una donna che allatta, spalmare il mio sangue mestruale su un panino o andare a casa della gente a sostituire la loro cena con una miscela di acqua zuccherina.. allora il mio agire sarà per sempre legato alla sofferenza provocata e non a quella risparmiata.

Latte, uova e miele ormai hanno tantissimi sostituti vegetali, la nozione dell’antispecismo invece no. Riconoscersi animali, riconoscersi natura, scendere dal piedistallo di una presunta piramide alimentare che ci vede primeggiare in tutto non ha nessuna alternativa.
La lotta rimarrà lontana finché ci fermeremo alla pancia senza interrogarci sulle strutture e sovrastrutture che permettono la legittimazione dello sfruttamento animale, che permettono all’uomo di appropriarsi di tutto senza guardare in faccia nessunə.

La scelta vegana senza una base antispecista è solo una dieta e come una dieta avrà il suo ovvio decorso.

Per tante persone vegan il trucco sta nel riempirsi gli occhi di orrore: l’orrore del taglio delle corna delle mucche, delle galline ovaiole chiuse in gabbie grandi quanto un foglio A4, delle api che rischiano l’estinzione. Il rito di iniziazione è la terapia d’urto delle immagini agghiaccianti di animali portati al macello. Inizialmente si ha bisogno di immaginare l’urlo di un vitello ogni volta che si ha voglia di bere un bicchiere di latte. Pensare che semplicemente noi animali umani non abbiamo alcun diritto sui corpi e le vite degli altri animali sembra troppo radicale: siamo abituati a riconoscerci nei buoni che rinunciano, ma non nei cattivi che con violenza hanno reclamato di ciò che non era loro.

Per tante persone vegetariane invece il trucco è ridurre la responsabilità personale immediata, contribuendo però alla colpa sistemica di un modello sociale che ci vuole in cima a tuttə, ad ogni costo.

Non essere la causa diretta della morte di maiali e conigli non mi dà il diritto di ignorare tutte le dinamiche di potere che hanno conferito agli animali umani il diritto assoluto sulla vita e la morte degli animali non umani.

A volte basterebbe pensare alla bellezza di un mondo riformato, un mondo libero, un mondo per tuttə e di tuttə e da lì capire che vegetarianə non è sostenibile e veganə non è abbastanza se manca la coscienza antispecista. Liberə è tutto.

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