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Top 5 personaggi queer di cui ti eri dimenticato

Spesso si sente dire che la rappresentazione nei media della comunità queer sia scarsa o completamente assente, ma in questa Top 5 parleremo delle mosche bianche, anzi, delle mosche coloratissime, che si sono fatte notare (sia positivamente che negativamente) in periodi di chiusura su queste tematiche, ovvero gli anni 90.

Cos’è il queer coding? Sostanzialmente è quello che succede quando un personaggio viene percepito come “queer”, un termine-ombrello che descrive qualsiasi persona che diverga dalle aspettative di genere e sessuali imposte dalla norma etero e cisgender. Quest’ultima frase non voleva essere un’accusa o una denuncia dell’ipotetica dittatura delle categorie appena menzionate, ma si tratta solo di ammettere che la maggior parte della popolazione mondiale sia etero e cisgender e che questo crei aspettative ben precise in termini di cosa sia “maschile” o “femminile”. C’è anche da chiarire il fatto che coding e representation siano due argomenti strettamente correlati ma non sempre sovrapponibili (per esempio Silente della serie di Harry Potter è representation senza alcuna forma di coding).

Ovviamente ci sarebbero una marea di discussioni da affrontare su quali siano le caratteristiche che codifichino una persona come “queer” (movenze, tono di voce, sessualità, abiti, interessi, scelta dei pronomi, etc.) e su quante di queste siano effettivamente riconosciute a livello globale, ma per la tutela della mia sanità mentale e in virtù dell’offrire a voi lettori una Top 5 divertente e non un articolo soporifero preso da una facoltà di Gender Studies, non ci perderemo troppo nel discuterle nel cappello introduttivo, ma le vedremo direttamente nei personaggi menzionati in questo articolo.

Quinta posizione: Xena (Xena: Warrior Princess)

Senza alcun dubbio il personaggio più conosciuto della Top 5 (non a caso si trova nella quinta posizione), ma ci sono diverse motivazioni se l’eroina è comunque rientrata in questa lista. La motivazione principale è il fatto che la sessualità effettiva di Xena fosse, quantomeno al periodo, volutamente e dichiaratamente ridotta e lasciata spesso sottintesa, tanto è che oggi la relazione tra l’amazzonica guerriera e la sua fedele compagna di avventure venga definita come il primo caso di “queerbaiting” nei media. Quindi a tutti gli effetti: potremmo esserci dimenticati del suo essere queer!

Discorso di representation a parte, in Xena è sicuramente forte il queer coding: una donna che, contro gli stereotipi globali di femminilità, è estremamente rozza, volgare, violenta e talvolta freddamente crudele. Durante la serie la guerriera percorre uno sviluppo del personaggio che le vedrà smussare la sua indole distruttiva, con un paragone e confronto costante con la sua arcinemesi Callisto, anche lei guerriera sanguinaria che a differenza di Xena non riuscirà mai a ritrovare redenzione in vita.

Quarta posizione: Scar (The Lion King)

Personalmente non lo trovo particolarmente queer, o quantomeno, non esageratamente queer per gli standard “antagonista disneyano” (già, alla Disney piace fare dei cattivi flamboyant). Scar riesce a classificarsi nella top 5 soprattutto in virtù di essere il primo personaggio a far capolino su Google Immagini cercando “queer coding”.

Opinioni personali e battute a parte, il leone ha effettivamente delle movenze piuttosto eleganti e un manierismo che ci fa chiedere dove finisca il vezzo aristocratico e dove venga rappresentata effettiva effemminatezza. Scar incarna perfettamente la differenza cruciale tra “queer coding” e “queer representation”, dato che venga decodificato come “deviante”, ma in sostanza non sia confermato nulla riguardo la sua vita sessuale e privata nel contesto della storia (e anzi, viene anche scoraggiato).

Un’altra informazione interessante in quest’ottica di discussione è notare che il voice actor di Scar, Chiwetel Ejiofor, sia dichiaratamente omosessuale, e come sappiamo Disney modifica il design e la personalità del personaggio animato per renderlo più adeguato e simile al doppiatore.

Terza posizione: Him (The PowerPuff Girls)

Poco prima di iniziare a scrivere questa sezione ho fissato lo schermo per qualche minuto, e mi sono chiesto “da dove inizio?”, perché effettivamente si tratta di un personaggio non solo codificato come queer, ma che incarna anche uno stereotipo che in molti potrebbero considerare non solo tossico, ma anche oltraggiosamente offensivo.

“Lui” è l’antagonista più pericoloso delle Superchicche, ed è un demone con poteri immensi, che concentra le sue strategie sulla manipolazione mentale ed emotiva per indebolire le paladine, per poi attaccarle successivamente. Il “Suo” design è decisamente flamboyant, con un trucco pesante in volto e un paio di stivali di cuoio nero con tacco estremo. La “Sua” voce e il “Suo” manierismo sono estremamente effemminati, così estremi che in alcune scene diventano grotteschi e inquietanti. Personalmente ritengo che “Lui”, in virtù dell’estremo timore reverenziale che incute negli altri antagonisti e nei protagonisti della serie, sia una figura estremamente empowering: “Lui” non è un antagonista qualsiasi, “Lui” è il male nella forma più assoluta, un “Suo” semplice capriccio potrebbe causare la fine dell’umanità.

Fun fact: il “Suo” doppiatore ha rivelato che pronunciarne il vero nome causerebbe un’immediata esplosione, infatti l’articolo ha tenuto conto di questo rischio e non ha nominato la palese ispirazione della parte demonica del “Suo” design.

Seconda posizione: Generale Blue (Dragon Ball)

Il Generale Blue era il membro più temuto dell’armata del Red Ribbon, e possedeva una personalità sicuramente… particolare. Molto attento al suo aspetto fisico, amante dei fiori e armato di una risata estremamente femminile. Nel manga originale, Blue parla utilizzando delle forme fraseologiche che in genere sono riservate alle donne, in un episodio dell’anime quando Bulma cerca di sedurlo lui reagisce con una forte e vocale repulsione, e in un altro ancora menziona di essere disposto a bagnarsi solo con un bikini indosso.

Questa rappresentazione di un personaggio queer ha sicuramente delle sfaccettature che sono invecchiate bene… e alcune che sono invecchiate peggio. Il fatto che Blue fosse un antagonista estremamente minaccioso e non solo una macchietta da comic relief è certamente qualcosa di notevole per il periodo. È invecchiato sicuramente peggio il fatto che abbia il design basato su un soldato nazista e che in un episodio crossover con Dr. Slump&Arale sia lasciato sottintendere che il combattente sia un pedofilo. In un videogioco anche abbastanza recente basato sulla serie, questa sfaccettatura, che poteva essere sminuita e lasciata come scivolone isolato della Toei Animation (quell’episodio non era stato ideato da Toriyama), è stata invece ri-sottolineata da alcune frasi moleste che Blue rivolge a Trunks Bambino.

Vi aspettavate di vedere Zarbon menzionato per Dragonball? All’inizio volevo in realtà discutere dell’intero arc del pianeta Namek, dato che è zeppo di personaggi “alieni” in termini di design e coding, ma ho ritenuto più interessante discutere del primo vero antagonista della serie.

Prima posizione: Poison (Street Fighter et al.)

Ci sarebbe molto da commentare riguardo Poison anche in termini di queer representation, tra cui anche il discorso sulla sua over-sexualization e di quanto la sua figura possa considerarsi positiva o negativa per la categoria, ma in questa sede indulgeremo esclusivamente sul suo coding. Per chi non la conoscesse, Poison è un personaggio giocabile nella maggior parte degli Street Figher, una serie picchiaduro nata negli anni 90 e che continua a sopravvivere e (a prosperare) ancora oggi.

La combattente comparve per la prima volta in un altro gioco beat ‘em up della Capcom, come nemico generico non giocabile. Originariamente, Poison doveva essere una prostituta vestita con gear BDSM che aggrediva il giocatore, ma Capcom, temendo che picchiare una donna potesse essere visto come controverso in America, decise di sostituirla con una donna transgender. Già, lo so, questa storia è così pittorescamente retrò in termini di marketing.

La popolarità del personaggio crebbe così tanto nel corso degli anni che Poison finì per entrare nel roster fisso di personaggi giocabili in Street Fighter, e a differenza di casi simili, la sua natura queer non venne censurata o messa in secondo piano (mi riferisco a te, Samus di Metroid). Poison ha una fisicità molto particolare, con sezioni del corpo molto muscolose e “mascoline” per i canoni di bellezza eteronormativi, possiede inoltre delle caratterizzanti mosse di lotta “poco aggraziate”, e una carica sessuale prepotente che ce la codificano come donna divergente. Nei giochi più recenti Poison mostra e racconta le difficoltà causate dalla sua identità, cosa spesso rara anche nelle rappresentazioni odierne di personaggi transgender.

Menzioni notevoli: Harley (Pokèmon the Series: Ruby and Sapphire), Jessie e James (in letteralmente tutte le serie di Pokémon), Spinelli (Recess), Shego (Kim Possible), Sailor Neptune e UranusThree Lights (Sailor Moon)

Conclusioni finali:
Salta all’occhio un particolare in questa Top 5: la maggior parte di questi personaggi sono antagonisti o personaggi con una dubbia moralità. Ci sono eccezioni in questo senso, come per esempio alcuni personaggi in Sailor Moon, ma non si deve negare che si tratti di appunto eccezioni, e che molto spesso la divergenza sia dalle aspettative di genere che sessuali sia stata associata alla “via sbagliata”, e che spesso persone transgender e omosessuali sono state rappresentate come malvage o moralmente ambigue.

Non ritengo però che si tratti dell’unica motivazione: spesso il male, associato al nero e alla magia nera, in contrasto al bianco e alla magia bianca, sembri privilegiare l’individuo, in contrasto al bene che mette prima gli interessi della pluralità. Cosa significa questo? Che gli antagonisti, in virtù di queste definizioni, sono sì più egoisti, ma anche narcisisti, egocentrici, eccentrici, melodrammatici, teatrali, espressivi, carichi di personalità e in un certo senso, appassionati. E quindi il pubblico finisce per innamorarsene, perché spesso, liberi dalle catene di responsabilità che spesso rendono i personaggi “buoni” schiavi di aspettative morali, i cattivi finiscono per avere dei difetti e delle ambizioni che li rendono a tutti gli effetti più “umani” e, perché no, anche seducenti.

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