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The Falcon and The Winter Soldier: il peso di una legacy

La serie creata da Malcolm Spellman chiude la sua corsa in maniera coerente all’andamento dell’intera stagione, dopo aver trovato la propria dimensione con l’episodio 5. Purtroppo un episodio non è sufficiente a tirare le fila di una sceneggiatura a tratti frettolosa, che forse avrebbe avuto bisogno di maggiore respiro con un episodio in più o una gestione migliore del tempo a disposizione. Importante, comunque, menzionare le difficoltà incontrate a causa della pandemia da Covid-19 e il mancato supporto che avrebbe dovuto dare all’immaginario condiviso Black Widow.

 

Al netto di queste problematiche TFATWS è un buddy show che riesce nel suo intento e che intrattiene ed emoziona grazie alla chimica incredibile tra Anthony Mackie e Sebastian Stan, a un messaggio importante sul razzismo sistemico e alla sapiente direzione della regista Kari Skogland.

 

 

La serie più politica del Marvel Cinematic Universe

 

The Falcon and The Winter Soldier nasce con l’intento di essere la serie “più politica” del Marvel Cinematic Universe (MCU), proponendo una riflessione sul razzismo sistemico negli USA attraverso la storia del passaggio di testimone dello scudo di Captain America da Steve Rogers a Sam Wilson, già annunciata alla fine di Avengers: Endgame. Se si considera che lo show è stato girato nell’America di Trump basta davvero poco per capire quanto questo dipinga l’attualità in salsa supereroistica e porti con sé un messaggio prezioso. Prezioso e, a volte, ingenuo. Ma andiamo per gradi.

 

Per quanto il titolo porti a pensare che lo spotlight illuminerà allo stesso modo Sam e Bucky, è chiaro sin dalle battute iniziali che la chiave di lettura della storia sia il punto di vista di Sam e che questa sia soprattutto la sua origin story come Captain America (come confermato dal glow up dello stesso titolo alla fine dell’episodio 6). Ciò è bellissimo, perché se si vuol parlare di una categoria discriminata non c’è niente di più vero della testimonianza diretta di una persona appartenente a quella categoria: Sam è un supereroe “di serie b” nero in un mondo di supereroə bianchə che lottano con la convinzione di rappresentare tutte le comunità d’America ma che, in realtà, non sono altro che araldi di un sistema che privilegia e arricchisce altrə bianchə. Questa logica si applica sia a Steve, quando decide, consultandosi con Bucky anziché con Sam, di designarlo come nuovo Captain America, sia all’ex Winter Soldier che non accetta il suo rifiuto e lo induce a giustificarsi, sebbene non si senta ancora pronto a parlarne, con un: “Maybe this is something you or Steve will never understand. But can you accept that I did what I thought was right?”.

 

Il motivo della suddetta scelta è chiaro fin dall’introduzione di Isaiah Bradley, supereroe nero la cui storia è stata volutamente cancellata per insabbiare l’uso disumano che il Governo fece di lui e della sua squadra per sperimentare il siero del super soldato: Sam non sa se sarà in grado di incarnare la quintessenza di Captain America ereditata da Steve Rogers e al tempo stesso combattere il sistema dall’interno. Ed è qui che, complice anche un world building abbastanza bidimensionale, la critica di TFATWS inizia a farsi più vaga.

 

Se inizialmente l’introduzione di Karli Morgenthau e dei Flag Smasher, un gruppo che lotta per un mondo senza barriere al fine di contrastare la ghettizzazione delle comunità più deboli dopo il Blip da parte del Global Repatriation Council (GRC) sembra alludere ad una riflessione più ampia sui concetti di imperialismo e capitalismo, la scelta di far saltare in aria un edificio con degli innocenti all’interno solo per “lanciare un messaggio” (delegittimando di fatto la loro causa agli occhi del pubblico in termini di scrittura), insieme alla caratterizzazione e al twist di John Walker, fuga ogni dubbio sul percorso evolutivo di Sam.

 

Il trope, utilizzato soprattutto nei comic ma anche nei manga shonen giapponesi, consiste nell’affiancare all’eroə la sua versione peggiore in modo da sottolineare tutti gli aspetti che lə rendono grande. Sam emerge come “degno” perché non è avvelenato dal saviourism come John Walker, non è un assassino a sangue freddo come Karli Morgenthau, non è sopraffatto dal rancore come Sharon Carter, non ha smesso di credere nelle persone come Zemo.

 

Non c’è niente di sbagliato in un Sam Wilson che cresce mettendosi in posizione d’ascolto rispetto alle realtà che lo circondano, arrivando poi a trarre delle conclusioni basate sulla sua esperienza di uomo nero, come disse Carol Hanisch:“…i problemi personali sono problemi politici”. Stride, invece, l’idea che un supereroe nero che intende ricoprire il ruolo di Captain America non conosca il sistema che rappresenta e non prenda in considerazione la bigger picture della questione razziale: capitalismo; imperialismo; suprematismo bianco e copaganda (la scena in cui l’NYPD salva la situazione al fianco di Bucky e John Walker potevamo risparmiarcela).

 

In questo senso, l’emozionante discorso che Sam rivolge ai senatorə di un GRC non ben caratterizzato nell’episodio finale appare un po’ ingenuo da parte sua, visto che non è un semplice civile, seppur d’impatto e assolutamente importante in un’ottica di rappresentatività e di denuncia delle disuguaglianze sociali.

 

Per fortuna il pubblico tende a ricordare le cose buone e a dimenticare quelle che non vanno, nella speranza che Marvel Studios faccia tesoro di queste prime avventure nel controverso mondo delle tematiche sociali, regalandoci in futuro prodotti più a fuoco.

Tanti spunti, poco tempo per approfondirli

 

Uno degli aspetti più sorprendenti di Marvel Studios è la capacità di pescare a piene mani dall’immaginario dei comic per traslarne gli elementi all’interno del MCU in maniera del tutto naturale e quasi senza soluzione di continuità.

 

The Falcon and The Winter Soldier introduce diversi personaggi e ne riscrive altri in maniera più coerente alla controparte cartacea, non riuscendo però ad approfondirli tutti al meglio.

 

John Walker è senza dubbio il più riuscito: incarnazione del soldier maschio bianco etero cis affetto da tutti gli strascichi del patriarcato è il contraltare perfetto per l’autodeterminazione di Sam Wilson. Nonostante l’effetto rollercoaster dato dalla velocità con cui passa da nuovo Captain America a killer spietato e, infine, a vigilante sidekick, sarà interessante vedere Wyatt Russell nelle vesti di U.S. Agent nelle prossime produzioni dopo il reclutamento da parte della Contessa Valentina Allegra De La Fontaine (le idee si sprecano: Thunderbolts; Secret Invasion; Hydra; etc.).

 

Isaiah Bradley, il super soldato nero volutamente dimenticato, è un altro personaggio ben riuscito che forse avrebbe meritato qualche flashback esplicativo degli eventi ben descritti nella serie comic Truth: Red, White & Black. L’interpretazione di Carl Lumbly è davvero magistrale e le scene in cui è presente sono tra le più memorabili della serie (also attenzione al nipotino e al suo probabile futuro negli Young Avengers).

 

Karli Morgenthau e i Flag Smashers rappresentano il moto che innesca il dibattito circa gli squilibri di ricchezza e di potere in un mondo provato dal Blip. Purtroppo è difficile non considerare lo spessore che villain del genere avrebbero potuto avere e la gestione abbastanza sessista di Karli, scritta come una ragazzina furiosa che non sa quel che fa e ha bisogno di un uomo che le spieghi il modo migliore per raggiungere i suoi obiettivi.

 

Il Barone Zemo, interpretato dall’ottimo Daniel Brühl, è più vicino al se stesso dei comic rispetto a quello visto in CA: Civil War. Questa riscrittura giova al personaggio, rendendolo più carismatico e centro di diversi siparietti comici che sono diventati virali nel fandom. La sua funzione puramente strumentale, come le Dora Milaje del resto, lo rilega però al ruolo di sidekick o cameo di rilievo, in attesa di un utilizzo più mirato in futuro.

 

Sharon Carter a.k.a. Power Broker a.k.a. La Centralinista è sia la rivelazione della serie che la più grande delusione e il giudizio su di lei non può che essere sospeso in attesa del già annunciato Captain America 4, dove si suppone avrà un ruolo fondamentale (sempre che non sia destinata ad altre produzioni). Le uniche certezze sono il talento di Emily VanCamp e la consapevolezza che dopo sette anni di esilio e neanche una letterina da Steve Rogers & Co. anche io avrei voglia di ribaltare mezzo mondo.

 

Ultimo ma non ultimo Bucky Barnes, il fu Winter Soldier, che in questa serie non viaggia sul piano supereroistico quanto piuttosto su quello umano, cercando di deprogrammare quell’ibrido tra il suo vero io e il burattino di Hydra al fine di rinascere e fare ammenda per gli abusi perpetrati, seppur non in condizione di intendere e di volere. So che in moltə avrebbero voluto vedere qualcosa sul suo percorso di White Wolf ma credo lo vedremo in altre produzioni (magari Black Panther 2) e mi aspetto in futuro un altro glow up per raggiungere il titolo Captain America and the White Wolf.

 

Forse The Falcon and The Winter Soldier in altre condizioni avrebbe potuto toccare vette qualitative decisamente più alte. Tuttavia, resta un dato di fatto che a suo modo, proprio come Wandavision, è stata in grado di fornirci una versione inedita del lato più intimo e umano dellə nostrə beniaminə. Per quello che verrà, invece, è necessario “credere che si possa fare di meglio”, come ci ricorda Sam.

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