Fatti Femminista

Siamo tutte Cassandra

Ricordi il mito di Cassandra? La fanciulla, figlia di Priamo ed Ecuba, possedeva il dono – e la condanna – di conoscere la verità. Ella riusciva ad andare oltre la superficie: sapeva ciò che sarebbe accaduto ma, nonostante ciò, i suoi pronostici non erano uditi. La voce di lei giace nell’oblio. Cassandra non viene creduta ma svilita e silenziata.

Il mito, se ben riflettiamo, non è poi così lontano da ciò che avviene ad alcune donne che, una volta raccontato di uno stupro, una molestia o una violenza psicologica, subiscono oltraggi indicibili. Spesso, infatti, vengono percepite come false ed esagerate. Si tende, inoltre, a colpevolizzare la vittima e a giustificare, a prescindere, il carnefice.

Nel momento in cui queste raccontano di aver subito un terribile atto, infatti, nessuno le ascolta e, anzi, le si taccia di essere bugiarde oppure, molto spesso, si giudica il fatto che non abbiano denunciato prima. Al netto di ciò, mi pare giusto analizzare entrambe le questioni e capire perché, dinnanzi a una testimonianza femminile, si è soliti pronunciare tali riflessioni, senza remore.

Bisogna partire da un presupposto: viviamo in una società patriarcale. I pensieri sono indotti e sono frutto di una visione maschilista che affonda salde radici in epoche ataviche. Ciò che diciamo, quindi, non deriva da un’analisi introspettiva, frutto di un proprio pensiero ma da ciò che ci è stato insegnato. Il mondo in cui viviamo conduce verso una sistematica cancellazione femminile: è più semplice fingere che le violenze non esitano più che lottare per loro. In casi come questi, quindi, è necessario sospendere il giudizio e dare piena e sentita solidarietà alla vittima: sarà un tribunale a stabilire ove risiede il vero. La legge farà il suo corso e si ristabilirà un ordine. Non sta a noi, in momenti tanto delicati quanto dolorosi, emettere un verdetto.

Bisogna inoltre tenere a mente che, i motivi per i quali le donne non denunciano, poi, sono innumerevoli e personali. Tante di loro provano forte timore, hanno paura di non essere credute e capite, oppure non possono permettersi di pagare le spese derivanti da una causa. Quali che siano le motivazioni, però, non devono essere un pretesto per puntare il dito. È necessario avviare un processo empatico e debellare da sé mere ostilità che non conducono, nell’effettivo, a nulla. La compassione e la privazione di un giudizio sono elementi necessari per offrire il proprio ausilio a chi ha subìto una violenza.

Sarebbe opportuno tenere a mente ciò soprattutto in questi giorni: come molti di voi sapranno, infatti, l’attrice Rachel Evan Wood ha denunciato Marylin Manson, noto cantante ed ex compagno. Alla giunta della notizia, il popolo del web non si è risparmiato, lasciando commenti intrisi di acredini e volti a sminuire il dolore della donna, sostenendo che, probabilmente, stava mentendo.

È opportuno, in contesti del genere e anche sui social che, effettivamente, sono piazza pubblica in cui poter esternare il proprio pensiero, porsi determinate domande. Prima di digitare parole ricche di acredine, è fondamentale chiedersi: posso ferire qualcuno dicendo ciò? Se la risposta è sì, pensa a Cassandra.

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