Fatti Femminista

Può una domanda essere considerata una forma di violenza?

A voi che leggete: quale risposta vi viene in mente, su due piedi? Di getto, si potrebbe pensare che è proprio la domanda il tramite del consenso, no? E invece sì, una domanda può essere una forma di violenza. Ecco perché.

Quello delle violenze continua ad essere, specialmente negli ultimi anni, un argomento molto discusso: il confine è spesso sottile, spesso definito anche dal contesto che determina il significato di determinate azioni o atteggiamenti. Ciò che è ormai concordato, però, è che ci sono forme di violenza che non sono così esplicite come quella fisica, ma hanno allo stesso modo un grande impatto sulla psiche della persona: la violenza verbale e psicologica, ad esempio -che consiste in attacchi diretti e indiretti finalizzati a colpire la dignità personale, forme di mancanza di rispetto, atteggiamenti colti a ribadire continuamente uno stato di subordinazione e una condizione di inferiorità-, possono manifestarsi sotto forma di minacce, insulti, umiliazioni, isolamento forzato, controllo riguardante le relazioni con altri. Un’altra forma è la violenza assistita da minori, diretta o indiretta, che si verifica principalmente in ambito domestico e vede come protagonisti e vittime dell’abuso i minori.

Il confine si assottiglia maggiormente nel caso particolare della violenza sessuale, intesa soprattutto come rapporti sessuali non consensuali, specialmente se trattata in contesti familiari; o, in forma ancora maggiore, nel caso delle molestie sessuali. Avances, catcalling che in situazioni estreme, e purtroppo esageratamente frequenti per essere casi limite, si trasformano addirittura episodi di stalking.

Pensare poi alla situazione in una coppia coppia stabile diventa ancora più complesso, in quanto rientra anche il fattore economico a incidere sulla precarietà di alcune relazioni. Il soggetto si ritrova, così, addirittura dipendente dalla figura violenta. Ma la violenza non finisce qui, può essere attuata anche via social (cyberbullismo, cyberstalking, flaming ecc), o sul posto di lavoro (mobbing).

Tra tutte queste forme di violenza, una domanda può farne parte? Il tutto dipende da tanti fattori, dal tipo di domanda, da chi la rivolge, dalle modalità usate, dal contesto. Tanti potrebbero reputarlo addirittura esagerato, ma forse non lo è, ed ora vi spiego perché.

E’ importante sottolineare come la violenza non sia un fenomeno legato al genere della vittima: può riguardare, purtroppo, chiunque. Ma è naturale che spesso la cronaca riporti episodi i cui protagonisti appartengono al cosiddetto “sesso debole” o a minoranze spesso non abbastanza tutelate. Succede alle donne, colpevoli di essere nate nella fazione storicamente sbagliata, inferiore, o a chi non riconosce e rifiuta ciò che gli viene detto di essere, a chi pensa di avere il diritto di esprimersi e di vivere per come sente.

Una domanda non è sempre una richiesta gentile di un possibile comportamento. Può essere un tormento, un’insistente riproposizione di un incubo incessante, un desiderio di fine improvvisa del presente.

Questo è ciò che prova una ragazza che cammina per strada, sola, illusa da un mondo che crede la rispetti.

Camminando si sente chiamare, spesso con fischi, come si chiamano i cani, si sente porgere domande sulla vita privata da perfetti sconosciuti: ”ehi, ma ce l’hai il fidanzato?”, ”Dove stai andando?”, ”Perché non mi rispondi?”, ”Me lo dai un bacio?”. Il tono è canzonatorio, e addirittura beffardo. Non importa davvero quale sia la risposta, quella donna -si vede, glielo si legge negli occhi- è destinata a cedere. Quante volte succede? Tante, troppe volte.

Ma non è il solo genere femminile ad essere considerato il sesso debole. Lo sono anche tutti quelli che se ne avvicinano, o chi tenta di rifuggirgli, senza che vi sia una reale comprensione altrui di tutto questo.

Chi soffre di disforia di genere potrebbe comprendere tutto questo. Domande scomode, maliziose o incalzanti riguardanti aspetti del percorso di transizione, aspetti privati, delicati e alle volte dolorosi, ma che non vengono affrontati con tatto e con rispetto. Quest’ultimo punto non sembra pesare, anzi, l’importante è che la propria curiosità venga soddisfatta.

Fare domande, di per sé, non è sbagliato, ma dipende da come vengono poste, dal contesto. Chi usa la domanda come modalità per schernire, offendere, provocare, intimorire, sta già attuando una forma di violenza.

Tale forma la si può estendere ad ogni categoria di violenza, così come in quella sessuale.

Ognuno reagisce in maniera diversa, ed è lì che qualcuno potrebbe cedere, al fine di accontentare l’altra persona, forse perché un ’no’ potrebbe sembrare un rifiuto, o perché non si comprende come comportarsi. La violenza, la manipolazione, l’inganno, sono molto più nascosti di quanto possano sembrare. Mantenere la proprio individualità di fronte a qualcuno che sembra più deciso di noi non è facile, perché ci sentiamo quasi sovrastati ed in colpa, se non facciamo quanto ci viene richiesto.

Può essere banale e assurdo, ma dietro ad una domanda, sì, si nasconde molto di più.

Ormai la violenza è analizzata in ogni sua forma, aspetto e contesto, quindi perché non prendere in considerazione anche questo? Non si tratta di esagerazione o di puntigliosità, ma di rispetto, che, soprattutto in questi ultimi tempi, sembra venire sempre meno. Le domande sono giuste, ma quando il soggetto si sente a disagio, in dovere di dare spiegazioni o fare qualcosa che non vuole, questa è già violenza. Non sempre ci si accorge di quanto si è fatto, ma quando si è consapevoli di ciò che si sta compiendo e si è consci il fastidio arrecato, non si è solo maleducati, ma dei violenti, in quanto il soggetto non può che sentirsi, tra le altre cose, anche sminuito.

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