Fatti Femminista,  Fatti Inclusivo

Perché non dovremmo parlare di tutto

Questo articolo è per chi è cresciutə nella convinzione che prendere coraggio e dire la sua nelle assemblee fosse la parte più importante della lotta alle ingiustizie sistemiche, che per rompere lo stigma bastasse parlare e scendere in piazza. Che non fosse importante chi (prendeva la parola), ma cosa (venisse detto). Ed è forse per questo che ci siamo ritrovatə, nel 2021, a dover sentire tuttə parlare di tutto. Sei una donna bianca borghese? Eccoti una piattaforma per parlare di razzismo. Sei un uomo che non ha mai sofferto di depressione? Parlami di salute mentale, il podio è tuo. Sei etero e hai letto di sfuggita un post sul rainbow washing? Siamo tuttə orecchie.

 

Pillole difficili da ingoiare: non si può parlare di tutto, non perché ci siano alcuni argomenti che devono restare tabù, ma perché ci sono messaggi che possono veicolare solo poche persone. Persone che in genere hanno scarsa visibilità, non perché siano invisibili, ma perché continuiamo a passarci la palla tra privilegiatə e se qualcunə osa farcelo presente, facciamo muro.

 

L’unico modo per agire nel rispetto di tuttə è interrogarsi costantemente, mettersi nella posizione più scomoda senza la pretesa di doversi difendere. Due domande da porsi sono sicuramente queste:

 

  1. È mia questa storia? Per chi sto parlando? Sono persone che potrebbero parlare se non fossi io a raccontare queste storie al posto loro?
  2. Conosco a fondo l’argomento oppure mi illudo che la connessione veloce con la fibra e due chiacchiere superficiali con unə amicə di unə amicə siano tutto ciò di cui ho bisogno?

 

Vorrei sprecare due parole in più proprio su questo. Non sempre far parte di una categoria oppressa vuol dire avere le competenze o le basi per poterne parlare. Indubbiamente chiunque subisca un’oppressione deve essere messə nella condizione di potersi raccontare ed essere ascoltatə, ma non tuttə sono in grado di universalizzare la propria esperienza perché questo richiede studio, ricerca e consapevolezza. Il presupposto, ovviamente, è che non tuttə hanno la stessa possibilità di essere educatə o gli strumenti per farlo. Mettere una donna a caso a parlare di discriminazione di genere solo perché donna vuol dire sottovalutare la questione. Qualsiasi donna può parlare della propria esperienza personale, ma non tutte siamo in grado di universalizzare e riconoscere l’impronta patriarcale della nostra struttura economica e sociale. Quello richiede studio.

 

Rischiando di suonare come una boomer, siamo nell’era di internet: quel magico strumento che ti permette di essere in contatto con persone della tua comunità sparse in tutto il mondo, che ti consente di sentire la loro presenza e la loro guida solo con la forza di un hashtag. Sarà una semplificazione forzata ma internet, nelle mani giuste, ti consente di fare due cose: arrivare ovunque e attraverso qualsiasi mezzo. Questo, la maggior parte delle volte, ha come conseguenza l’indebolimento e l’oscuramento delle voci che, invece, dovrebbero essere ascoltate.

 

Sarebbe ingenuo, e per ingenuo intendo pericoloso, credere che le stesse dinamiche di dominio in atto nella società non possano ripetersi nel sopra citato magico mondo del web. Parlando di tutto solo perché si può (con una breve ricerca approssimativa e una connessione stabile di più di tre minuti) è sbagliato. Quei mezzi che dovrebbero essere messi a disposizione di gruppi oppressi o marginalizzati come piattaforma autodeterminante per il loro futuro sono costantemente usati da chi, annoiatə dalle solite cose, decide di parlare di argomenti di cui non è praticə, ma possono fare audience. Non saprei quantificare articoli, storie e post scritti da persone cis che narrano i corpi trans*, di etero che si appropriano dei posti riservati alla rappresentazione queer, di bianchə che parlano di razzismo con altrə bianchə . Ancora, uomini che parlano di come dare voce alle donne o ricchə che si preoccupano per la povertà in maniera teorica e sentimentale.

 

C’è differenza tra l’attivista e l’alleatə performativə, vale a dire l’influencer che sul web combatte le nostre battaglie in cambio di like e visibilità ma nella vita reale non parteciperebbe mai neppure a un corteo. Se c’è qualcosa che il capitalismo non fa mancare mai è la possibilità di lucrare su qualsiasi cosa. La lotta non dovrebbe essere una di quelle. Se c’è qualcuno che meriterebbe, in caso, un compenso economico per la sua lotta non è di sicuro l’alleatə performativə del web con la sua diretta sterile fine a se stessa, ma l’attivista che mette in gioco la propria vita ogni giorno, perché per ləi non è un passatempo ma una vocazione. La linea che separa lə verə alleatə dallə alleatə performativə, che a volte sembra molto sottile, in realtà è quasi un burrone. Quello che fa un verə alleatə è:

 

  1. Schierarsi sempre a favore della causa in maniera esaustiva e dettagliata ogni volta che salterà fuori l’argomento. Può essere stancante dover educare costantemente il prossimo, però assieme ai like ci assumiamo la responsabilità di portare avanti la questione oltre internet, oltre il post, nella vita reale. Altrimenti sarebbe meglio lasciare spazio ad altrə.
  2. Riprendere amicə e familiarə quando si pongono in maniera discriminante e usano un linguaggio escludente e marginalizzante. Sara Ahmed parla a lungo della figura della femminista guastafeste nel suo libro Living a Feminist Life. Se la nostra alleanza è solo performativa e non siamo dispostə a essere lə guastafeste della situazione quando a Natale lo zio di turno fa la sua annuale uscita omofoba, allora non meritiamo di sentirci verə alleatə. Usare il proprio privilegio solo per prendere la parola e mai per agire è un comportamento codardo e dannoso.
  3. Continuare a informarsi, perché tutto è in continua evoluzione e fossilizzarci è controproducente. Quel post sulla grassofobia, quella storia di transfobia, quell’intervento sul razzismo sistemico non servono a nulla se non sono dispostə a evitare e far notare commenti grassofobici, a usare il mio privilegio di persona cis per espormi e dimostrare la mia sorellanza allə miə compagnə trans*. Sono inutili se non mi impegno ogni giorno a essere attivamente antirazzista, anche quando è scomodo e non porta like.

 

E no, non bisogna per forza essere perfettə, ma non deve essere una scusa per non provarci. La lotta non è un capriccio, ma una necessità. Non è un hashtag, non è un quadrato nero sul tuo feed di Instagram, non è la tua foto al pride. La lotta è consapevolezza, è lavoro, è impegno. Vuol dire costruirsi attraverso la decostruzione della società, vuol dire parlare quando è necessario e non quando fa comodo. Significa non accettare opinioni in nome della democrazia, ma prendere una posizione in nome della giustizia. La lotta è anche silenzio, è cedere la parola a chi ha più cose da dire, non a chi ha più visibilità. La lotta non è un hobby, né un interesse momentaneo. Non è “oggi parlo di ambientalismo e domani vedo cosa va di moda e parlo d’altro”. La lotta è rispetto, la lotta è dignità, la lotta è lunga e necessita del giusto peso e delle giuste voci.

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