Fatti Attuali,  Fatti Femminista

Per ogni colpo inferto al soffitto di cristallo, c’è un prodotto che risana la crepa

“Il Nobel al tempo del covid: Murakami o una donna?” Titola così una delle testate giornalistiche più autorevoli del nostro paese, e purtoppo non è l’unico caso. Il resto delle candidate favorite al Nobel per la letteratura, per chi ha scritto l’articolo, sono, infatti, semplicemente delle “donne”, mentre a Murakami viene riservato un trattamento diverso. Perché? Semplice: Murakami è un uomo. Va subito precisato che non si tratta di una questione di maggiore o minore fama dei personaggi coinvolti: qualcuno potrebbe infatti obiettare che Murakami è uno degli scrittori contemporanei più letti e apprezzati in tutto il mondo, mentre le altre non sono altrettanto conosciute. Falso. Sia perché anche tra le “donne” comparivano nomi noti almeno tanto quanto lo scrittore giapponese -ad esempio Margaret Atwood-, sia perché, se così fosse, se la ragione di questo titolo fosse stata veramente una questione di fama, il titolo sarebbe stato diverso. Magari qualcosa come “Il Nobel al tempo del covid: Murakami o un nome meno noto?” Oppure “Il Nobel al tempo del covid: uno scrittore o una scrittrice?”, se proprio ci si volesse soffermare a sottolieare il genere. Attraverso la scelta compiuta, assistiamo invece all’esaltazione dello scrittore e all’annullamento e completa invisibilità delle scrittrici. La cosa peggiore è che non si tratta di un caso isolato, ma di un vero e proprio cancro del giornalismo (italiano ma anche straniero) in generale. Sempre negli stessi giorni, e sempre nell’ambito delle notizie relative ai Nobel assegnati, infatti, altre vincitrici del noto premio sono state spogliate dei loro titoli e dei loro meriti dal giornalismo. Basta pensare a titoli come “Chimica, il Nobel a due donne. Le “Thelma e Louise” del Dna”, in cui il paragone cinematografico, seppur pensato e motivato da scritti precedentemente pubblicati, potrebbe far sembrare che venga attribuita una minor serietà nell’affrontare l’argomento, oppure “Mamma e nuotatrice: chi è Andrea Ghenz, Premio Nobel per la fisica”, come se ci fosse bisogno di raccontare la vita privata e l’aspetto genitoriale di una scienziata per riconoscerne i meriti e i risultati raggiunti. Nell’ultimo caso menzionato, poi, è tristemente interessante notare come ad una donna venga sempre e comunque associato il concetto di madre, anche se l’oggetto della discussione è il suo lavoro e non la sua vita privata, anche se ha vinto un nobel, come se fosse impossibile scindere il binomio donna-madre. Anche in questo caso si potrebbe trovare una giustificazione in difesa del suddetto articolo, per esempio affermando che si tratti volutamente di un testo che va più sul personale, che intende dare una visione più comune e quotidiana della vincitrice in questione. Il punto è che per gli scienziati non si sente mai il bisogno di specificare se e quanti figli abbiano, cosa facciano nel loro tempo libero, a cosa si dedichino oltre alla scienza, non sappiamo se Roger Penrose faccia giardinaggio, se Reinhard Genzel giochi a basket o se Michel Mayor abbia figli, mentre tutte queste informazioni vengono spiattellate in prima pagina e in numerosi articoli quando si parla di scienziate, di professioniste, e in generale di donne, quasi come a voler sminuire la straordinarietà dei loro successi. Per ogni donna che vince un Nobel, c’è una moltitudine di articoli che ridimensiona i suoi risultati, per ogni colpo inferto al soffitto di cristallo, c’è un prodotto che risana la crepa.

Purtroppo ci sono anche molti altri casi, che riguardano avvenimenti più comuni, in cui i giornali usano un linguaggio sessista e un atteggiamento misogino. In primis, va ricordata l’ostinazione di tantissime testate nell’ignorare la declinazione femminile di molti sostantivi, soprattutto cariche, titoli e professioni: “il giudice”, “il ministro”, “il sindaco”, “l’avvocato”, “il capitano”, “il presidente” utilizzati per riferirsi ad una donna, quasi come a voler sottolineare che questi titoli, che queste professioni spettano ancora solo all’uomo. O peggio, a volte si ha l’uso differenziato di termini per il maschile e il femminile per riferirsi alla stessa professione, di cui uno più prestigioso dell’altro, come per “lo chef” e “la cuoca”. Spesso, inoltre, nel raccontare fatti di cronaca nera, femminicidi e aggressioni a danno di una donna, si allude ad una qualche colpa della vittima e al ruolo che una sua determinata azione ha svolto come fattore scatenante del crimine, come se potesse esistere qualcosa in grado di giustificare un omicidio. Di contro, quando si parla del marito/compagno/fidanzato/uomo in questione, sebbene colpevole, vengono trovate delle attenuanti, quasi delle giustificazioni, con la conseguente inversione dei ruoli: il carnefice diventa vittima, e la vittima tanto vittima non è perché “se l’è cercata”. Se si osserva più attentamete il modo di descrivere fatti e persone tipico di molti articoli di cronaca, tutto questo appare immediatamente più chiaro. La Gazzetta del Mezzogiorno, giusto per citare un esempio, a proposito di un rapporto sessuale consensiente tra un diciannovenne e una tredicenne, scrive:

“Lei una ragazza ingestibile, che amava la libertà, la bella vita e le discoteche ed era già matura a tal punto da far sesso a soli 13 anni. Lui, maggiorenne, invaghito, a tal punto da ospitare la fidanzatina a casa sua anche di notte ignorando la sua età. Per la legge lui andrebbe condannato, ma per il tribunale non ha commesso alcun reato”.

Lei è una ragazza “ingestibile”, che amava la bella vita e le discoteche, e questo dettaglio che dovrebbe essere insignificante non solo viene dato, ma viene anche riportato come se fosse un reato o qualcosa da non fare, di cui vergognarsi. Lui, invece, è un povero ragazzo “invaghito”. Oltre alle scelte prettamente lessicali, già di per sé esplicative, utilizzate per descrivere le due persone in questione, si noti come viene sottolineato il fatto che la ragazza facesse già sesso a soli tredici anni, e come ci si arroghi anche il diritto di giudicare scelte personali di questo tipo. E ancora, si noti l’uso del diminutivo “fidanzatina” quando viene presentato il punto di vista del ragazzo, come a voler sottolineare che la loro fosse un’innocente storiella tra ragazzini, oppure l’uso del termine vago e indiretto “ospitare a casa” per alludere al rapporto sessuale, contro il ben più esplicito “far sesso” quando invece si parla di lei.

Senza dubbio sono stati fatti enormi passi avanti per quanto riguarda l’uso del linguaggio sessista nei media, e ad oggi si è diffusa una maggiore attenzione e consapevolezza, sia tra il pubblico che tra i vari mezzi di comunicazione, rispetto a qualche anno fa. Ma è evidente che i risultati raggiunti non sono sufficienti e che occorre eliminare questo tipo di narrazioni tossiche e le relative idee veicolate attraverso la lingua.

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/bari/1256223/bari-lui-19enne-fa-sesso-con-una-13enne-consenziente-per-la-legge-e-reato-ma-il-tribunale-lo-assolve.html?fbclid=IwAR2gyAiNCxzDdxDd6AZPQH-qlHRNGgT47PnQxFqpDd5UhLYASukiBTTNnZo

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