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Monique Wittig e il rabbioso esse

Monique Wittig è una scrittrice, poetessa, militante e teorica lesbica francese. Il suo saggio più conosciuto è senza dubbio ”Il pensiero straight” (1992). Esiste, però, un’opera meno conosciuta che mi sembra di enorme importanza per la letteratura dissidente femminista: Le Guerrigliere (1969).
Monique Wittig è nata nel 1935 in Francia. Dopo brillanti studi di letteratura ha raggiunto il successo con il suo primo romanzo, L’Opoponax, preso Médicis nel 1964. In questo libro, Wittig racconta l’infanzia dal punto di vista di una bambina. Il suo futuro impegno femminista è già percepibile dall’uso particolare e continuo del pronome si che permette di interrogare la lettrice/il lettore sulla neutralità del genere nella lingua e l’accaparramento del neutro da parte del maschile.
La sua attività militante comincia in maniera pubblica alla fine degli anni Sessanta, con l’effervescenza politico-intellettuale del maggio ’68, seguita dalla sua partecipazione alla fondazione del Mouvement de Libération des Femmes. È in questo periodo che scrive il suo secondo libro, Le Guerrigliere, pubblicato nel 1969. Si tratta di un’utopia poetica, un racconto epico e rurale in cui esse, un collettivo femminile, rappresenta l’eroe. In ”Qualche osservazione su Le Guerrigliere”, pubblicato in “Il pensiero straight e altri saggi”, Wittig descrive la sua opera come segue: “un movimento, una dinamica epica, una scrittura lacunosa” (2019: 77). Proverò a presentare la mia lettura partendo da queste caratteristiche.
 

 

Un movimento

 

La lettura di Le Guerrigliere è difficile da interrompere. È una scrittura cumulativa, ripetitiva, ammaliante. Se ne ricava un’impressione costante di movimenti collettivi, di sollevamenti successivi, di onde infinite. Inoltre, queste onde lasciano una traccia netta e regolare nel libro poiché ogni cinque pagine l’autrice inserisce sei righe di nomi di donne a lettere maiuscole sulla pagina destra. Quindi, sfogliando il libro, questi gruppi di donne ci arrivano come onde. Onde femministe? Onde rivoluzionarie? Il movimento è anche presente tramite una scrittura molto sensuale. Costantemente, esse dicono, sentono un profumo, bevono, danzano, mangiano, toccano, cantano… In quanto lettrice/lettore, l’autrice ci pone come testimone nell’ambito di questo collettivo e di questo sistema di riferimento di tempo e di spazio sconosciuto e comunque familiare. È senza dubbio da questo che proviene una stranezza onirica.
 

 

Una dinamica epica

 

Wittig afferma che sia stata la forma circolare del racconto a condurla al registro epico e soprattutto alla nozione di ciclo (2019: 78). A proposito di ciclo, si può notare che la natura fa da sfondo alla storia e che il suo ciclo ne è una componente. Il viaggio è anche l’oggetto di un certo numero di brani. Ma, al di là di questi temi comuni ad altre epopee mitologiche, sono l’esaltazione di un senso collettivo di appartenenza e la dimensione simbolica, storica e memoriale ad avere un posto maggiore nel racconto conferendogli uno slancio epico, confermato dallo scontro nell’ultima parte. Per Wittig si tratta di una maniera di integrarsi nella tradizione letteraria antica e sovvertirne i codici maschili, facendo di esse l’eroe. È, quindi, l’affermazione politica di un collettivo femminile che agisce e lotta per la sua sopravvivenza. L’autrice descrive il terzo movimento del libro come “la guerriglia tra esse e essi” (2019: 79), in cui è in atto una guerra del linguaggio. A proposito di esse, Wittig (2019: 79) spiega:
 
“Cerco di dargli testualmente una forza tale da poter far cadere il pronome essi come pronome generale, a connotazione maschile e sottrargli la sua universalità, almeno nello spazio di questo testo.”
 
Al riguardo, è interessante notare che l’autrice si appella al genere dell’utopia, designando il suo testo come uno spazio, “uno spazio al di là delle categorie di sesso per la durata del libro. È forse qui che risiede l’utopia” (2019: 80). In tal modo, fa scoppiare i generi letterari unendo la poesia, l’epopea e l’utopia.
 

 

Una scrittura lacunosa

 

Le Guerrigliere è composto da elementi completamente eterogenei, da frammenti di ogni sorta, presi un po’ ovunque, che ho dovuto far stare insieme per formare il libro” (2019: 78). È questo che Wittig spiega e che la lettura conferma. Alla fine della lettura di Le Guerrigliere abbiamo l’impressione di aver attraversato un tutto coerente e circolare. Tuttavia, proprio come quando ci si sveglia da un sogno, non si riesce a rimettere gli eventi in ordine, ad attribuire un volto o un nome ai protagonisti. Questa scrittura fatta di frammenti che non si incastrano perfettamente gli uni negli altri, così come il legame indefettibile tra poetica e politica mi hanno fatto pensare al lavoro cinematografico di Pasolini, in particolare a La Rabbia (1963) e ai suoi appunti cinematografici. Attraverso questa discontinuità, questi buchi, questi interstizi, si infiltra la luce e la possibilità rivoluzionaria: quello che è successo ma che non si ricorda, quello che si è scelto di tacere, quello che si trova in un’altra realtà, “fuori testo”, “in un’altra scrittura” come dice Wittig nell’ultimo poema dell’opera (1969: 197).
 

Articolo a cura di Odessa Mourier

Bibliografia:

M. Wittig, Les Guerrillères (1969), Minuit, Paris 2019 (Le Guerrigliere, trad.it. di Lesbacce incolte, Bologna 1996).
M. Wittig, “The Straight Mind and Other Essays” (1992), Beacon Press, Boston 1992 (“La Pensée straight” (2001), trad. fr. di M.Wittig, Amsterdam, Paris 2018 ; “Il Pensiero staight e altri saggi”, trad.it. del collettivo della lacuna, 2019: https://pensierostraighthome.files.wordpress.com/2019/04/il-pensiero-straight-e-altri-saggi.pdf)
M. Wittig, L’Opoponax (1964), Minuit, Paris 1983 (L’Opoponax, trad. it. di Clara Lusignoli, Einaudi, Torino 1966).

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