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MoHa: al di là della “barriera”

Questa è la storia di Mohammed, un ragazzo egiziano di 32 anni che, all’età di 26, nella scia di incertezze ereditata dalle primavere arabe, decide di lasciare il suo Paese: destinazione Colombia.

 

Le sue parole esprimono l’importanza di oltrepassare quell’ossimoro radicato delle “barriere culturali”: un contrasto semantico connaturato nei nostri modelli di società, che alimenta quella concezione che vede nella diversità un nemico, un ostacolo, “il problema”, e pertanto giustificabile di “assimilazione”, dove quest’ultima, sempre più spesso, assume le forme di un processo di delegittimazione dell'”altro”.

 

Mohammed ha valicato questo muro di irrazionalità facendo leva sulla sua identità culturale. Proprio quest’ultima, che per molti è sinonimo di divisione e scontro, per lui è stato motivo di inclusione e di affermazione, facendo della sua cultura d’origine un valore con il quale arricchire la società che gli ha aperto le porte.

 

 

«Come hai maturato la decisione di lasciare il tuo Paese d’origine?»

 

«Sentivo che la mia vita in Egitto si stava svuotando, e con essa le mie passioni. Il risultato della rivoluzione e dei conflitti sociali, nonché delle persecuzioni che ne seguirono, fu l’affermarsi di un contesto socio-politico all’interno del quale, tanto gli ideali quanto i diritti e le esigenze di un’intera generazione venivano puntualmente violati, non rappresentando più il centro di interesse della nuova classe dirigente.»

 

 

«Quali sono state le ragioni che più di tutte ti hanno condotto a questa scelta?»

 

«In primo luogo, hanno avuto un ruolo quei fattori estranei alla mia persona e dunque alla mia volontà. La rivoluzione aveva portato l’Egitto indietro di molti anni, disattendendo quelle aspettative e premesse di radicale cambiamento con le quali si era persuasa gran parte della popolazione a lasciarsi trasportare da questo vento di novità. Da questo punto di vista abbandonare il mio paese è stata una scelta forzata. Oltre ai fattori esogeni, però, vi sono anche ragioni strettamente connesse alla mia determinazione di affrontare nuove sfide e di aprirmi al mondo, allineandomi a quello spirito di “cittadino del mondo” sempre ricorrente nella mia vita.»

 

 

«Perché l’America Latina e, nello specifico, la Colombia?»

 

«Il mio sogno, fin da ragazzino, era quello di trasferirmi in Italia, un Paese che ha sempre suscitato in me grande fascino e interesse. Dopo aver tentato di stabilirmi in Italia, senza successo, non mi diedi per vinto e optai per il Sud America. Il percorso che mi ha condotto verso la Colombia passa per una ONG (Aiesec), con la quale aderii ad un progetto educativo. La Colombia era l’unica delle destinazioni offertemi dove si parlava spagnolo e, poiché si trattava di una lingua che avevo studiato all’università, decisi di cogliere l’occasione.

Inizialmente avevo programmato di restarci esclusivamente per il periodo di svolgimento del progetto, ma ad oggi sono cinque anni che risiedo qui.»

 

 

«Qual è stato l’impatto culturale con la Colombia? Cosa ti ha sorpreso di più in positivo, cosa in negativo?»

 

«Il primo elemento in contrapposizione – in positivo – all’Egitto è quello della componente naturale. Per me, che vengo da un paese prevalentemente desertico, il verde di questo Paese è qualcosa che salta subito all’occhio; anche la cucina ha fatto il suo – riso e uova a colazione è qualcosa di veramente strano per me, anche se al contempo “muy rico” -. Ma l’aspetto che più di tutti mi ha sorpreso è l’attitudine con la quale le persone si approcciano al prossimo, nonostante le difficoltà quotidiane. Questa è una delle principali differenze culturali che ho evidenziato tra i Paesi del sud del mondo e quelli più sviluppati: se in quest’ultimi, a prescindere dallo stato di benessere di cui vantano, vi è una tendenza a diffidare del prossimo, a maggior ragione se etichettato come “diverso”, paradossalmente sia nel mio Paese d’origine sia qui in Colombia vi è un peculiare spirito di collaborazione e di identità comunitaria molto più inclusivo, che mira a colmare i vuoti della di una politica in continuo affanno, facendo il possibile per non lasciare indietro nessuno, sia esso un nativo o un immigrato.

 

Per quanto riguarda l’impatto degli aspetti negativi, io parto dal presupposto che il mondo non si possa cambiare da un momento all’altro. Recentemente ho letto un libro intitolato How to stop worrying and start living, il cui autore, Dale Carnegie, afferma che bisogna accettare l’inevitabile. Ci sono degli aspetti della cultura colombiana con i quali faccio enorme fatica a convivere, in particolare il rapportarmi con l’altro sesso. Tuttavia, riconoscendo i limiti legati al mio background culturale e accettando le diversità di questo “nuovo mondo” che mi ha accolto senza pregiudizio alcuno, sono riuscito a superare certe “divisioni”. In ultimo credo sia fondamentale, ai fini di una piena inclusione, lavorare su se stessi dando forma ad una propria cultura di vita, estraendo il meglio dal proprio “bagaglio di partenza” e facendo propri quei tratti che contraddistinguono in positivo la comunità di destinazione.»

 

 

«La sfida più complicata che hai affrontato in Colombia?»

 

«Quella economica è stata la difficoltà principale. Sebbene sia sempre riuscito a trovare degli espedienti – insegnare inglese; avviare un’attività di import export; la musica; ecc. – ho sperimentato sulla mia pelle che per un immigrato la strada è sempre in salita quando si parla di inclusione sociale e lavorativa. Ma è proprio dinanzi alle difficoltà che sono maturato, arrivando a fare cose che non avevo mai tentato prima – ad esempio insegnare e aprire un negozio – nonché migliorando e apprendendo di giorno in giorno.»

 

 

«Ti sei mai sentito discriminato per le tue origini?»

 

«Onestamente, a differenza di altri Paesi in cui sono stato, in Colombia non ho mai sperimentato un atto di razzismo o discriminatorio nei miei confronti.»

 

 

«Quali potrebbero essere dei passaggi promotori – sul piano socioculturale – di un radicale quanto inclusivo processo di cambiamento in Egitto e in Colombia?»

 

«Per quanto riguarda l’Egitto, un passo fondamentale sarebbe quello di separare la religione dalla vita politica e sociale: la vita delle persone non dovrebbe essere costantemente influenzata dal culto. Ad esempio, bisognerebbe rivedere l’insegnamento della religione nelle scuole. Sebbene l’Egitto non sia un Paese fondamentalista al pari di altri Stati a maggioranza musulmana, al fine di promuovere la tolleranza e le libertà fondamentali, bisognerebbe iniziare ad operare dal delicato tema religioso.

 

Rispetto alla Colombia, il tema della sicurezza è sicuramente centrale come lo è quello religioso per l’Egitto: vi sono parti del Paese dove la vita umana vale meno di zero di fronte alla possibilità di guadagnare, anche se questo implica rischiare la propria vita o mettere a rischio quella degli altri.»

 

 

«Cosa ti manca di più della tua terra d’origine?»

 

«Sicuramente la mancanza di mia mamma, come per tutti i figli egiziani e tutte le figlie egiziane, sentimentali e legati/e agli affetti familiari. La distanza da mia mamma è la cosa più difficile con la quale convivere. Ovviamente, anche il cibo egiziano rientra in questa lista.»

 

 

«C’è in prospettiva un ritorno in Egitto?»

 

«Ad oggi non sento la necessità di ritornare. Al netto della nostalgia per gli affetti ho fatto una scelta, e in ogni decisione che comporti il raggiungimento di un risultato è implicito il dover rinunciare a qualcosa, anche quando ciò ha un prezzo incommensurabile come l’amore di una madre.»

 

 

«Che cos’è per te la musica e come sono stati i tuoi primi passi con questa?»

 

«La musica è parte integrante della mia personalità: io canto quando mi sveglio, quando sono nella doccia, mentre cucino, mentre prendo i mezzi di trasporto. Cantare mi rende felice. Il legame con la musica è così intenso da portarmi a riflettere sulla composizione delle note e sui testi delle mie canzoni anche quando dormo, anzi forse è proprio il sonno la fase più creativa della giornata.

 

Quando ero ragazzino cantare era un semplice hobby, ma da quando sono arrivato in Colombia su questo hobby ha iniziato a riflettersi un sogno; un sogno che allo stesso tempo è diventato un obiettivo professionale: creare una sinergia artistica tra cultura araba e latina attraverso il suono e il canto. Nel mio ultimo video, Morado, che riprende una canzone del cantante J. Balvin, l’obiettivo è proprio quello di conferire un taglio e uno stile arabo a un classico pezzo reggaeton.»

 

 

«Il tuo primo approccio con la musica in Colombia?»

 

«Dopo una sola settimana dal mio arrivo decisi di scrivere una canzone in spagnolo, sebbene non lo parlassi ancora bene sentivo il bisogno di mettermi subito alla prova: era la necessità di lanciare subito una sfida a me stesso.

 

Attraverso le mie canzoni, inizialmente, volevo raccontare ciò che stava succedendo in Egitto. Mi sono poi accorto che affrontare questi temi provocava in me frustrazione e angoscia; decisi dunque di formare una band con alcuni amici colombiani e da lì abbiamo iniziato ad esibirci nei locali. In seguito, a causa delle difficoltà economiche a cui stavo andando incontro, ho messo in un angolo la musica.

 

Ho ripreso a cantare da circa un anno, per me non è più solo una passione o un sogno, ma è un obiettivo concreto che voglio realizzare.»

 

 

«La musica come mezzo per abbattere i pregiudizi.»

 

«In Colombia sono abbastanza radicati i luoghi comuni sugli arabi. Lo stereotipo più ricorrente è quello che accomuna l’arabo, a prescindere dal paese di origine, alla figura di sceicco: potere; denaro; lussuria. Attraverso il lavoro – in particolare nel ruolo di insegnante – ho sempre fatto enormi sforzi al fine di fare breccia tra questi pregiudizi. Ora, attraverso la musica, uno dei miei obiettivi è proprio quello di contribuire ad imprimere una nuova impronta, più realistica, del mondo arabo.

 

La musica può essere sicuramente un mezzo per contrastare le divisioni. L’energia trascendentale e dirompente che risiede nelle parole dei testi è in grado di raggiungere chiunque e ovunque: non ci sono barriere, naturali o culturalmente ascritte, che siano in grado di reggere all’onda d’urto provocata dalla musica.»

 

 

Intervista a cura di Davide Shahhosseini

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