mitizzazione della carriera
Fatti Attuali,  Fatti Inclusivo

Mitizzazione della carriera professionale

Da quando non ho più l’età da universitaria (secondo gli standard della società), una delle domande che sento porre più frequentemente quando due persone si conoscono fa riferimento alla posizione lavorativa svolta. “Che lavoro fai?” is the new “Piacere di conoscerti”, come se il lavoro di una persona servisse a definirla, e come se ci si aspettasse chissà quale risposta, soprattutto da coloro che hanno studiato all’università o hanno determinate qualifiche. Certo, in queste domande non c’è malignità: si tratta di informazioni considerate di base, che si richiedono per prassi all’inizio di una conoscenza. Eppure, vale la pena chiedersi perché diamo così tanta importanza alla posizione professionale di una persona.

 

Il tipo di vita della società contemporanea è regolamentato dal consumismo. Il divertimento e l’appagamento sembrano andar di pari passo con capi d’abbigliamento, accessori e telefoni nuovi, con cene in ristoranti raffinati, vacanze nelle località turistiche di tendenza, ecc. Per condurre una vita “piena”, quindi, anche il nostro portafogli deve essere pieno. Ecco che un buon lavoro pare essere imprescindibile. Se poi abbiamo anche studiato e abbiamo concluso il percorso di studi con eccellenti risultati, trovare lavoro “nel nostro settore” deve essere la regola. Altrimenti, che hai studiato a fare?

 

Ecco, con questi pochi paragrafi vorrei sfatare il mito per cui dobbiamo seguire un percorso studio-lavoro coerente e soprattutto quello per cui la propria realizzazione vada perseguita in ambito professionale. Si tratta di una delle tante convinzioni e convenzioni tossiche dei nostri tempi: una legge non scritta alla quale tuttǝ sentiamo di dover aderire per godere di un certo riconoscimento nelle nostre interazioni sociali. La verità, però, è che la realizzazione professionale non è il fine ultimo di chiunque. Ognunǝ di noi si sente appagatǝ per cose diverse, anche se ci sembra scontato e obbligatorio che la prima fonte di soddisfazione derivi dal lavoro che svolgiamo e a volte ce ne autoconviciamo al punto da farci del male intraprendendo percorsi che non ci appartengono solo per inserirci tra le fila delle persone “di successo”.

 

Sembrerà banale ma, come vale pressappoco per tutto, il segreto sta nell’ascoltare la nostra voce interiore senza giudicarla, e poi assecondarla. Dovremmo imparare a dare più retta alle nostre sensazioni e ai nostri veri desideri piuttosto che alle aspettative della famiglia e delle persone a noi care, altrimenti ci ingabbiamo in una vita che non è la nostra e che, giorno dopo giorno, finirà per spegnerci.

 

L’apprendimento, ad esempio, non andrebbe visto come mezzo per raggiungere una posizione sociale di rilievo, ma come fine, meta, obiettivo personale. Si studia per crescere, ci si forma per imparare, per allargare il nostro orizzonte di conoscenze, per soddisfare la nostra curiosità, per raggiungere una certa elasticità mentale e sviluppare senso critico. Lo studio non è un processo di raccolta di semi da piantare, dopo tanto impegno, nell’orto di una grande multinazionale. O almeno, non necessariamente e non per tuttǝ. Chi trova la propria dimensione in questo modo ha tutto il diritto di farlo, ma chi preferisce piantare i semi dentro di sé e restituirne i frutti al mondo sotto altre forme, deve poterlo fare senza sentire nessuna pressione e nessun senso di colpa.

 

Non lavorare nel proprio settore non significa aver buttato via anni di studio: molte persone preferiscono trovare la propria realizzazione in attività di volontariato o in collaborazioni no-profit, per le quali impiegano le conoscenze acquisite attraverso lo studio, mentre il loro lavoro ufficiale non è la conseguenza naturale del loro percorso di studi, ma permette loro di dedicarsi a più attività perché, ad esempio, prevede orari flessibili o ridotti. Altre, poi, vorrebbero ottenere un posto di lavoro appagante, ma non sono disposte a impiegare gran parte della loro giornata dentro un edificio e rinunciare ad altri aspetti della loro vita, quindi cercano un compromesso per riuscire a dedicarsi a tutte le attività di loro interesse. Altre ancora, infine, preferiscono dedicarsi alla ricerca o all’attivismo e trovano soddisfazione solo in un processo di apprendimento continuo e di scambio intellettuale.

 

Ciò che è importante ricordare è che non esiste una via giusta, che il nostro lavoro non ci definisce come persone e che niente di quello che impariamo è buttato via solo perché non viene incanalato in un sistema di produzione. Esistono un’infinità di modi per mettere a frutto le proprie conoscenze e ognuno di questo è valido se ci rende felici.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

WordPress Cookie Plugin by Real Cookie Banner