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Mascolinità tossica

Qualche giorno fa, mentre facevo compere in un negozietto in centro, ho assistito a una scena tra padre e figlio. Il piccolo, giustamente scocciato dagli acquisti dei genitori, ha richiesto l’attenzione del papà.

 

Lo ha fatto con grande dolcezza, posando la manina sulla sua guancia. Quello, però, preso da altro, non l’ha ascoltato, dandogli le spalle. Il bimbo è scoppiato in lacrime e il genitore gli ha ricordato, a chiare lettere, che doveva smetterla di piangere perché “i maschi queste cose non le fanno”.

 

Lungi da me giudicare la dinamica sviluppata. Vorrei, piuttosto, prendere spunto da questo avvenimento per raccontare cosa sia la mascolinità tossica.

 

La nostra società, ancora fortemente legata a una concezione patriarcale, insegna ai maschi a non verbalizzare le proprie emozioni e a reprimere i sentimenti. Ciò conduce inevitabilmente a un profondo senso di smarrimento: viene meno la mappa dei sentimenti con cui orientarsi nel mondo.

 

Vi faccio un esempio: se vi trovate in un lungo nuovo, di cosa avete bisogno? Da bravi esploratori, avrete necessità di una bussola: essa vi indirizzerà verso la meta da raggiungere. E, se non disponete di ciò, cosa accade? Brancolate nel buio e, magari, diventate aggressivi nei confronti di chi inciampa nel vostro percorso di vita.

 

Chi, infatti, non manifesta i propri sentimenti – e, dunque, non racconta il proprio cuore –  perde la possibilità di essere vulnerabile e di condividere con gli altri un pezzo di sé. Ciò porta a un profondo smarrimento, l’incapacità di sviluppare rapporti sani e duraturi.

In realtà, se ben ci riflettiamo, la questione è molto più complessa e radicata.

 

La mascolinità tossica fa credere agli uomini che debbano sempre e solo essere duri, forti e invincibili. Ciò porta a una mancata presa di coscienza dei propri fallimenti: se un maschio non ottiene ciò che desidera – e viene meno il ruolo “da duro” imposto – allora si percepisce come vuoto e triste. Tra l’altro, l’idea del maschio che non versa mai una lacrima ha creato un altro stereotipo: se sei dolce, vesti di rosa e ami i tuoi figli, sei uomo a metà, non sei realmente virile. Questo è dovuto al fatto che, ancora oggi, vediamo il femminile come poco meritevole di valore. Infatti, l’accudimento, l’uso del rosa e l’affettuosità sono definite come “cose da femmina” e, purtroppo, si tende a ritenere che queste siano sciocchezze, inutili orpelli da svilire.

 

Cosa possiamo fare, allora, per debellare questo fenomeno?

Il femminismo ci insegna che è necessario dare spazio a ogni individuo e a non cedere al pensiero dominante che ci impone di essere in un determinato modo. Dobbiamo dare la possibilità agli uomini di piangere – magari ricordando ai bimbi, già da piccoli, che le lacrime sono salvezza – e alle donne che possono manifestare se stesse anche nelle loro ombre e che, quindi, la cura non spetta a loro come dovere.

 

Ogni giorno, nel nostro piccolo, creando cultura e dialogo, possiamo modificare lo stato delle cose: solo in questo modo saremo realmente liberi di essere, lontani dalla logica patriarcale che silenzia la parte autentica del nostro sé interiore.

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