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Loki: una svolta che non sa di esserlo

Si è da poco conclusa la prima stagione della serie Marvel Studios dedicata al Dio dell’Inganno interpretato da Tom Hiddleston sin dal lontano 2011, anno in cui uscì nelle sale cinematografiche il Thor di Kenneth Branagh. Lo show, diretto da Kate Herron e sceneggiato dalla writers’ room di Michael Waldron, si è rivelato un punto di svolta epocale per le sorti del Marvel Cinematic Universe, segno dell’importanza che le serie tv e la piattaforma Disney+ stanno acquisendo in questo universo crossmediale ben lontano dagli errori commessi con Agents Of Shield. Tuttavia, tale ambizione è costata a Loki non pochi problemi strutturali e una scrittura a tratti scialba e priva di mordente, complice una quantità di episodi davvero inadeguata a sorreggere una sequela di eventi di questa portata.


E se fosse la serie stessa la Dea dell’Inganno che aspettavamo?

La serie segue le vicende del Loki dell’attacco a New York visto in Avengers: Endgame che, dopo essere sfuggito ad un tragico destino grazie a poteri del Tesseract, viene catturato dalla Time Variance Authority, una sorta di polizia interdimensionale che ha sede nella Null-Time Zone, luogo fuori dal tempo dal quale si controlla l’andamento delle linee temporali con la possibilità di accedervi per intervenire quando necessario. Qui scopre di essere diventato una variante, ovvero una versione di sé che ha dato origine a un ramo alternativo di quella che Miss Minutes, la mascotte della TVA, definisce “Sacra Linea Temporale”. Questa timeline, creata dai Custodi del Tempo allo scopo di evitare conflitti tra Multiversi come già avvenuto in passato, deve essere mantenuta recidendo le diramazioni indesiderate, anche se questo significa cancellare interi piani dell’esistenza. La giudice Ravonna Renslayer (Gugu Mbatha-Raw) mette Loki di fronte a una scelta: farsi eliminare per il bene della Sacra Linea Temporale o accettare la proposta dell’Agente Mobius (Owen Wilson) che lo vorrebbe come partner nella ricerca di una variante Loki che semina il caos a spasso nel tempo.

Questo affiancamento sulla carta sembra promettere una commistione del viaggio nel tempo alla Doctor Who e degli stilemi della crime comedy, andando a riscrivere il Loki del 2012, demolito dalla visione di quello che è stato il suo arco di redenzione sacrificale in Thor: Ragnarok e Avengers: Infinity War, incasellandolo nell’archetipo della wild card all’interno di un sistema rigido come quello poliziesco, ruolo perfetto per un personaggio così complesso, imprevedibile, dalle mille sfaccettature. Interessante il dibattito iniziato tra i due sul concetto di libero arbitrio che mette a confronto le catene del Fato, che da tempo immemore condiziona l’esistenza del Dio dell’Inganno, con le manette fasciste della TVA che imprigionano i propri membri condannandoli a una vita il cui unico scopo è il mantenimento dello status quo. Anche l’incontro con Sylvie (Sophia Di Martino), variante Loki donna ispirata a Sylvie Lushton aka Incantatrice e a Lady Loki dei fumetti, offre spunti per un’importante riflessione sull’importanza dell’accettarsi per come si è senza la necessità di conformarsi agli schemi predisposti dall’universo (la società) attraverso un rapporto-specchio che unisce i punti in comune delle vite parallele delle due varianti. Purtroppo però, forse nella fretta di riallacciare i collegamenti con l’universo espanso Marvel, la serie cambia quasi subito direzione.

Se da un lato, infatti, gli scorci suggestivi, impreziositi dalla colonna sonora curata dalla compositrice britannica Natalie Holt, e i colpi di scena ci accompagnano per tutta la durata, la mancanza della verticalità che ha reso amatissima Doctor Who e che fidelizza il fandom dei legal drama dei network porta a dei twist che appaiono privi di drammaturgia, distribuiti male e sorretti da protagonisti caratterizzati in maniera banale e sbrigativa.


Le varianti Loki (su tutte Classic Loki interpretato da Richard E. Grant), che appaiono in cameo efficaci ai fini dell’intrattenimento a breve termine, ben si presterebbero ad uno sviluppo incentrato sull’esplorazione delle varie timeline che però, al contrario di quanto sperato, non avviene mai. Questo è un peccato, considerando la miniera ricca di materiale dei fumetti da cui si potrebbe attingere per svariate storyline. Difficilmente infatti questi personaggi verranno ripresi andando a sanare l’assenza di profondità, a meno che le stagioni non diventino antologiche optando per un passaggio di testimone da una variante all’altra.

Anche la rivelazione finale, di cui è protagonista il talentuoso Jonathan Majors che rivedremo nei panni di Kang Il Conquistare in Ant-Man 3: Quantumania, non fa altro che ribadire concetti già noti che, non fosse per la magistrale interpretazione quasi interamente improvvisata da Colui Che Rimane, andrebbero a riempire un lungo monologo per niente in grado di suscitare quel senso di stupore che si addice a un season finale così decisivo.

Loki è uno show che veste i canoni del Dio dell’Inganno che abbiamo imparato ad amare nel MCU molto meglio di quanto non lo faccia il suo protagonista: la brama di conquista del pubblico finisce per bruciare in fretta world building, character development e tematiche sociali che avrebbero meritato un respiro più ampio invece di essere immolate nella pira del porno citazionistico che genera fumo ma lascia soltanto ceneri. Proprio come il figlio di Laufeyson è funzionale e soccombe alla figura di Thanos, un male infinitamente più grande, così la narrazione interna della serie crolla sotto il peso dell’ecosistema crossmediale MCU.


Divinità fluide, rappresentazione e rappresentanza

Nell’irrefrenabile voglia di essere appetibile per una fetta di pubblico vasta il più possibile, Loki mostra il fianco a non poche controversie in termini di rappresentazione e rappresentanza. L’hype creatasi attorno al leak del documento attestante la fluidità del Dio mutaforma- peraltro già ampiamente presente nei comic, benché strettamente legata al concetto di “Gods being Gods” e quasi mai al lato umano della tematica- si è dissolta in un nulla di fatto dato che mostrare varianti di generi differenti provenienti da dimensioni parallele (solo Sylvie, oltretutto) non basta a definire fluido un protagonista caratterizzato come un maschio cisessuale assolutamente male presenting. Allo stesso modo la scelta di ufficializzare la bisessualità di Loki, emersa da un non detto nel terzo episodio, nel mese del Pride tramite una dichiarazione della regista Kate Herron per poi instaurare subito dopo una relazione eterocoded con Sylvie è parsa una mossa disonesta nei confronti della comunità LGBTQIAPK+. Certo, nel mondo reale non deve essere necessario dimostrare di essere abbastanza bisessuali intrattenendo anche rapporti omosessuali, ma in un mondo di pura finzione in cui si sceglie oculatamente cosa mostrare, come, quando e perché, pretendere un lavoro più attento è il minimo sindacale.


Proprio l’amatonormatività del rapporto che lega Loki e Sylvie è uno dei maggiori centri gravitazionali di banalità dello show: non solo la storia verticale avrebbe potuto giovare di chissà quali relazioni non conformi o, ancora meglio, di nessun legame amoroso, ma entrambe le varianti avrebbero avuto una scrittura decisamente meno scontata. Per Loki, infatti, la romance è l’ultimo tassello che compone il mosaico dell’eroe tradizionale Marvel in cui la serie sembra a tutti i costi cercare di farlo rientrare dopo averlo svuotato degli elementi tipici della caratterizzazione che lo ha reso famoso. Sylvie invece, che racchiude il potenziale di ben due donne Marvel, ha una backstory ridotta all’osso e finisce per non essere altro che uno strumento per la maturazione di Loki. Anche quando diventa l’innesco della rivoluzione che rompe il paradigma fascista della Sacra Linea Temporale, svoltando l’intero Marvel Cinematic Universe, subisce tone-policing e mansplaining dall’ormai irriconoscibile protagonista. Sylvie ne esce come una donna immatura, irascibile e irresponsabile che non ascolta i saggi consigli del compagno- eticamente discutibili- completando così il quadro sessista.

Anche la scelta di privare di un nome le agenti Minutemen B-15 (Wunmi Mosaku) e C-20 (Sasha Lane), per quanto in linea con il materiale dei fumetti e con il regime dittatoriale della TVA, ha sollevato critiche della comunità BIPOC che si è vista proporre l’ennesimo trope razzista e ritraumatizzante (ne avevamo già visti in WandaVision e The Falcon and The Winter Soldier) che si sarebbe potuto evitare dando spazio alle backstory delle suddette, circostanza non permessa dall’economia della serie. In questo senso speriamo che nella seconda stagione, già annunciata, le agenti della TVA abbiano la possibilità di riscattarsi come personagge a 360 gradi, magari ricordando a Sylvie la potenza della sorellanza e l’importanza dell’autodeterminazione.

Come confermato dal team di Marvel Studios, gli eventi di Loki sono precedenti a WandaVision e The Falcon and The Winter Soldier, segno che dovremo abituarci a rivalutare le serie a posteriori imparando a collocarle nello sconfinato Marvel Cinematic MULTIVERSE. Solo il tempo- e le sue varianti- ci dirà se questo groviglio di progetti seriali ha davvero centrato l’obiettivo di un piano così lungimirante.

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