Fatti Politico

ll silenzio dell’Italia: cinque anni senza Giulio Regeni

Si parla di diritti umani quando si fa riferimento al diritto alla vita, alla libertà di pensiero, di espressione, al divieto di tortura e di utilizzo della forza.

Nel XXI secolo è impensabile che tali diritti non vengano garantiti a tutti gli individui senza alcuna distinzione. Lo Stato ha la responsabilità di tutelarli e garantirli: nell’ordinamento italiano, infatti, è proprio la nostra Costituzione a farsi carico della protezione di questi diritti, inevitabilmente e in ogni situazione. Tuttavia, a livello internazionale non tutte le tutele sembrano essere garantite. Un esempio? Analizziamo insieme il caso di Giulio Regeni e capirete a cosa mi riferisco.

Giulio Regeni era un dottorando italiano dell’Università di Cambridge, rapito il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani. Le condizioni del corpo mostravano evidenti segni di tortura, che si ipotizzò fossero in relazione ai legami che si supponeva Regeni avesse con il movimento sindacale che si opponeva al governo, tuttavia mai provati. L’uccisione di Giulio Regeni ha dato vita in tutto il mondo, e soprattutto in Italia, a un acceso dibattito politico sul coinvolgimento nella vicenda del Governo egiziano e dei depistaggi successivi messi in atto dallo stesso attraverso uno dei suoi servizi di sicurezza.

Dopo aver inquadrato la vicenda brevemente, ci concentreremo su un’analisi dettagliata e sul pensiero del professore ordinario dell’Università degli studi di Siena, ​Riccardo ​​Pisillo Mazzeschi​. Il caso viene esaminato dallo stesso sotto il profilo del​ diritto internazionale ​al fine di accertare le responsabilità per le gravi violazioni dei diritti fondamentali, in particolare il divieto di ​atti di tortura​ e di ​privazione del diritto alla vita​.

Secondo il parere del docente, lo Stato egiziano avrebbe commesso un ​illecito internazionale​ violando le norme consuetudinarie sul divieto di tortura e sul divieto di privazione della vita, nonché le norme pattizie contenute nella Convenzione ONU del 1984 contro la tortura.

Mazzeschi si concentra dunque sul valutare il comportamento dello Stato egiziano in relazione ai vari obblighi stabiliti da tali norme. Per prudenza, non è stato ancora dimostrato il fatto che Giulio Regeni sia stato torturato e ucciso da individui-organi dello Stato egiziano o da individui che agivano per conto dello stesso. Per questa ragione, ​non è configurabile a carico dell’Egitto la violazione dell’obbligo di tortura e privazione arbitraria del diritto alla vita​. Tuttavia, entrambi questi divieti sono protetti da obblighi di prevenzione: ad esempio, lo Stato ha l’obbligo di disporre di un apparato normativo di prevenzione contro le violazioni di tali divieti, così come un apparato amministrativo idoneo a prevenire tali violazioni e, soprattutto, ha l’obbligo di far funzionare il suo apparato concretamente. Lo Stato doveva attivarsi quando sapeva, o avrebbe dovuto sapere, che vi era il pericolo che fossero compiuti atti di tortura o di privazione della vita.

Tali obblighi sono sanciti dall’​art.2 par.1​ della Convenzione dell’84.

Ciò premesso, ci si deve chiedere​ se l’Egitto abbia violato o no i propri obblighi nel prevenire i crimini commessi​ contro Giulio Regeni. Da una parte è difficile provare che le autorità egiziane sapevano, o avrebbero dovuto sapere, che il soggetto poteva subire violenze; dall’altra, però, quest’ultimo ​era tenuto in osservazione da parte delle forze dell’ordine egiziane​, quindi si potrebbe ritenere che queste fossero in grado di prevenire le violazioni indicate precedentemente. Per risolvere tale dubbio occorrerebbero maggiori informazioni, che le forze dell’ordine egiziane non hanno, tuttavia, fornito.

La Convenzione contro la tortura del 1984, nell’​art.12​ ribadisce l’​obbligo di investigazione dello Stato ogni volta ci siano motivi di credere che un atto di tortura sia stato commesso.

Alla luce di questi presupposti, sembra dimostrato che​ lo Stato egiziano abbia violato il proprio obbligo di repressione e di investigazione sui fatti relativi alla tortura e all’omicidio di Giulio Regeni ​al fine di individuare e catturare i responsabili. Sono passati oramai diversi anni dalla morte di Giulio Regeni, nei quali si è palesata l’inefficienza delle autorità investigative egiziane e la loro insufficiente collaborazione con le autorità italiane. Si potrebbero addirittura ipotizzare comportamenti ostruttivi allo svolgimento delle indagini. Pertanto, è naturale credere che sia avvenuta una violazione del suddetto articolo. Si deve concludere che l’Egitto abbia commesso un atto illecito internazionale nei confronti dell’Italia, della famiglia Regeni e nei confronti di tutta la comunità internazionale degli Stati per la violazione del divieto di tortura, che stabilisce un obbligo ​erga omnes​.

Apriamo una parentesi relativa alle azioni possibili o dovute da parte del Governo italiano:

Sulla base di quanto concluso sopra, essendosi verificato un illecito internazionale dell’Egitto nei confronti dell’Italia,​ il Governo italiano poteva e può ancora esercitare tutte le azioni relative alla protezione diplomatica, cioè invocare formalmente la responsabilità dell’Egitto, chiedere la riparazione, ricorrere a contromisure economiche, a interruzione di rapporti commerciali, di comunicazioni​, ecc.
Inoltre, il Governo italiano poteva e può ancora esercitare tutte le azioni tese a far valere la responsabilità dell’Egitto per violazione dei diritti umani fondamentali. Le azioni finora intraprese dall’Italia, secondo il professore, non possono essere considerate come protezione diplomatica: non abbiamo invocato la responsabilità dell’Egitto.

Tuttavia, bisogna ricordare che il Governo italiano non ha un vero e proprio obbligo di intervenire in protezione diplomatica contro l’Egitto e a favore della famiglia Regeni. Secondo Mazzeschi, però, gli internazionalisti italiani non si sono sufficientemente mobilitati sul caso Regeni. Le pratiche di tortura e le violazioni arbitrarie del diritto alla vita mettono in crisi uno dei valori fondamentali del diritto internazionale contemporaneo. Pertanto, richiedono una risposta netta e forte da parte della nostra comunità.

Un articolo a cura di: Annachiara Didonato

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