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L’incidenza degli stereotipi e dei pregiudizi nelle nostre vite

Nella nostra quotidianità un ruolo decisivo ed inconsapevole è svolto dagli stereotipi sociali.

 

Il termine “stereotipo”, per definizione, indica una raffigurazione rigida e semplificata di un aspetto della realtà, in particolare di un determinato gruppo o categoria. Per capire quanto tali raffigurazioni siano state interiorizzate nella nostra società, possiamo pensare a come spesso ci facciamo un’idea di una persona, anche senza aver avuto un’esperienza diretta con la stessa: ad esempio, una persona francese sarà considerata elegante, un tedesco sarà considerato un uomo freddo, rigido e cosi via…

 

Molto radicati sono anche gli stereotipi di genere, cioè raffigurazioni dei tratti psicologici e comportamentali ritenuti propri degli uomini e delle donne. Occorre anche qui fare un esempio: l’opinione comune tende a ritenere le donne più dolci, propense ad occuparsi dei figli e della famiglia. Gli uomini, invece, sono indipendenti e forti. È chiaro che non è cosi; ma cerchiamo di capire da dove provengono, in generale, gli stereotipi.

 

Questi nascono perlopiù dalla generalizzazione delle esperienze relative a casi singoli e agiscono sulla percezione degli individui, poiché ci spingono a notare le differenze tra i gruppi e quelle tra gli elementi di uno stesso gruppo. In questo modo, guidano in maniera inconscia le nostre vite e, in particolare, le nostre aspettative nei confronti delle persone.

 

Lo strumento che garantisce la loro sopravvivenza è il meccanismo dell’autoconvalida, in virtù del quale un’affermazione o convinzione viene mantenuta anche se l’evidenza dimostra il contrario. Facciamo un esempio: un soggetto convinto che i sudafricani siano tutti spacciatori, nel caso in cui incontrasse persone di origine sudafricana che lavorano legittimamente e che siano formate ed istruite, tenderebbe a mettere in dubbio quest’evidenza, anziché la propria convinzione.

 

Gli stereotipi non si limitano a guidare la percezione delle persone o a definire le aspettative che si hanno nei loro riguardi: spesso costituiscono un supporto che, alla lunga, può portare al disprezzo. In questo caso, gli studiosi parlano di “pregiudizi”. Per definizione, il pregiudizio è un atteggiamento nei confronti di un gruppo o di una categoria sociale. Questo può essere positivo (apprezzamento) o negativo (ostilità o disprezzo). È inevitabile che il pregiudizio negativo sia dannoso e provochi, tra l’altro, violenze di genere, divisioni, contrasti, odio.

 

La rilevanza sociale di alcuni pregiudizi negativi ha determinato la nascita di termini specifici per designare un comportamento aggressivo nei confronti di certe categorie:

 

Omofobia: vocabolo che designa l’ostilità nei confronti delle persone omosessuali;


Xenofobia: l’atteggiamento di rifiuto nei confronti dello “straniero”, del “diverso”. A tal proposito ricordiamo che il dibattito politico italiano attuale si basa proprio sui migranti gruppi di individui costretti da cause ambientali, economiche o sociali a lasciare il proprio paese d’origine per cercare in altri luoghi condizioni di vita migliori per creare un clima di odio nei loro confronti attraverso le politiche populiste;


Antisemitismo: l’odio e il disprezzo nei confronti degli ebrei.

 

Sull’origine dei pregiudizi sono state formulate diverse tesi. Per cercare di attenuare i pregiudizi e migliorare le relazioni tra persone, gruppi, è necessario, secondo gli studiosi, agire in tre direzioni:

 

Promuovere il contatto diretto, importante per permettere ai soggetti di incontrarsi come singoli e non come rappresentanti di una categoria o un gruppo, e promuovere la conoscenza personale tra gli individui di diversi gruppi;


Fornire alle persone la possibilità di condividere obiettivi comuni, in grado di rompere le barriere che li dividono;


Sviluppare una cooperazione.

 

A questo proposito, è necessario l’intervento delle cosiddette “agenzie di formazione e socializzazione” (per utilizzare un’espressione tecnica): ovvero la scuola; il gruppo dei pari; le associazioni (sportive, religiose); i mezzi di comunicazione di massa (giornali, social, tv); ma anche la famiglia.

 

Articolo a cura di Annachiara Di donato

Fonti consultate

E. Clemente, R. Danieli, F. Innocenti, La mente e l’albero, Paravia, Torino 2014.

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