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L’esperienza yankii in Tokyo Revengers

La subcultura yankii rappresentata in Tokyo Revengers è un grido di aiuto e denuncia sociale i chi non riesce a trovare il suo posto.

 

Con la conclusione del manga dei record di Koyoharu Gotōge Demon Slayer, il panorama shōnen ha assistito a un testa a testa senza eguali tra il dark fantasy di Gege Akutami, Jujutsu Kaisen, e il thriller drama di Ken Wakui, Tokyo Revengers.

 

Serializzato da Kōdansha su Weekly Shōnen Magazine a partire dal 2017 e pubblicato in Italia da J-Pop dal febbraio 2021, Tokyo Revengers ha ricevuto un adattamento anime nella primavera/estate dello stesso anno.

 

Il prodotto firmato Liden Films è subito diventato virale per alcune scelte di censura controverse, per poi affermarsi nel cuore del pubblico episodio dopo episodio grazie al suo storytelling immersivo, il ritmo efficacemente serrato e il grido disperato di aiuto che caratterizza i suoi personaggi. Scopriamolo insieme!

 

 

Tokyo Manji Gang. Da sinistra: Peh-yan, Pah-chin, Draken, Mickey, Takemichi

 

What if…?

If only I could turn back time,

If only I had said what I still hide.

If only I could turn back time,

I would stay…

Turn Back Time, Aqua

 

Nel 1998 il gruppo musicale Aqua pubblicava il suo singolo Turn Back Time pronunciando queste parole: “Se potessi riavvolgere il tempo, resterei.”

 

Quante volte i folli requisiti per la sopravvivenza nella società odierna ci hanno portato a pensare di voler tornare indietro a quando le cose erano più semplici e la possibilità di plasmare il futuro sembrava concretamente nelle nostre mani?

 

Takemichi Hinagata è un ventiseienne che si sente un buono a nulla. Oscilla sulla linea di confine tra NEET (Not in Education, Employment or Training) e lavoratore occasionale. Ha scarsa cura di sé e dell’appartamento in cui alloggia. 
Ha accettato di non essere abbastanza.

 

La notizia della morte di Hinata Tachibana, suo primo ed unico amore ai tempi delle medie, avvenuta presumibilmente a causa dell’attentato ordito dalla Tokyo Manji Gang, gang giovanile nata proprio in quegli anni, lo devasta.

 

A seguito di un misterioso incidente si risveglia nel se stesso del passato, dove decide di infiltrarsi nella Tokyo Manji Gang per riscrivere il futuro ed evitare la morte di Hinata.

 

 

Takemichi nel presente (a sinistra). Takemichi nel passato (a destra).

Il fenomeno delle gang giovanili in Giappone

Quando pensiamo alla criminalità o alle organizzazioni non legalmente riconosciute giapponesi tendiamo a generalizzare utilizzando Yakuza come termine ombrello per indicare un immaginario che, filtrato attraverso la lente occidentale, sembrerebbe facilmente sovrapponibile a quello italiano. Come sempre, la realtà è più complessa e denota una vera e propria subcultura che non necessariamente è da associarsi alle dinamiche di stampo mafioso.

 

La fine della Seconda Guerra Mondiale portò il Giappone a stringere la morsa del già notoriamente rigido modello sociale al fine di arginare la deriva progressista dovuta alle contaminazioni culturali avvenute grazie all’incontro con altri Paesi. Fu allora che nacque il movimento yankii, una subcultura basata sulla ribellione, il rigetto delle consuetudini sociali e sulla lotta di classe.

 

Sebbene negli anni il termine sia stato associato spesso alla delinquenza giovanile e a disordini pubblici piuttosto gravi, è interessante notare come l’origine del movimento sia da attribuire in gran parte alla classe operaia e a giovani nati in periferia in condizioni di difficoltà. Lo scopo era quello di provocare, attirare l’attenzione, differenziarsi e rivendicare la propria identità non conforme.

 

L’etimologia di “yankii“, per quanto simile all’americano “yankee“, sembrerebbe da ricercare non tanto nell’esatta definizione del corrispettivo anglofono ma nell’imitazione della cultura americana che si era diffusa a macchia d’olio in Giappone: il rock’n’roll e l’abbigliamento in stile esercito/marina militare. Al fianco degli yankii sono fiorite altre subculture sorelle, come quella dei bōsōzoku (gang di motociclisti) e quella delle sukeban (gang esclusivamente femminili), donne marginalizzate sul filo di una doppia discriminazione che non permetteva loro né di trovare un posto nella società canonica né in quella criminale (alle donne non era permesso unirsi alla Yakuza).

 

 

Membri delle gang Sukeban, primi anni Settanta.

L’esperienza di Ken Wakui

Come dichiarato dall’autore stesso Ken Wakui in un’intervista per Glénat del 2019, l’ispirazione per la storia di Tokyo Revengers deriva dalla sua personale esperienza in una gang nei primi anni 2000:

“L’idea iniziale venne al mio editor, voleva una storia sugli yankii. Questo mi interessava, ma non avevo idea di come fossero al giorno d’oggi. Così pensai al viaggio nel tempo in modo da poter descrivere com’erano gli yankii nei primi anni 2000, quando ero uno di loro.”

 

Si vocifera che Ken Wakui facesse parte di Black Emperor, una delle più grandi gang bōsōzoku di quei tempi.

 

In un’intervista rilasciata a Le Monde ha dichiarato:

“Appartenere a una gang, almeno ai miei tempi, era una questione di folklore, di apparenze. Se facevamo a pugni, era contro un altro “furyo” (appartenente a una gang), non contro civili, con cui rimanevamo rispettosi e gentili. Volevo parlare di un periodo in cui queste gang avevano stile. I vecchi furyo erano membri con principi e non con i soldi, come accade spesso oggi.”

 

Non è un caso, dunque, che nel manga questi siano gli stessi valori della Tokyo Manji Gang, che con la Black Emperor condivide il colore nero, il simbolo del manji (ampiamente discusso a causa della sua censura in Occidente) e il nome simile di un’altra gang dell’opera, Black Dragon.

 

Black Emperor nacque come un gruppo giovanile di attivismo. Si oppose alla guerra del Vietnam e offrì il suo supporto alla gente in difficoltà. Negli anni, purtroppo, iniziarono ad espandersi attraverso atti violenti, furti ed estorsioni.

 

La sete di violenza di alcuni gruppi interni culminò nella creazione del Rengoku Sekigun (United Red Army) e il Nihon Sekigun (Japanese Red Army) e nel massacro aeroportuale del 1972.

Questi eventi portarono lentamente allo scioglimento di Black Emperor, che sopravvisse sotto varie forme minori nelle decadi successive.

 

 

I rumor sembrano confermare che il membro non censurato di Black Emperor sia proprio Ken Wakui.

Mascolinità tossica in Giappone

Tokyo Revengers presenta un cast quasi interamente maschile e fa uso dell’esperienza yankii per lanciare una richiesta di autocoscienza alla società giapponese e ai ragazzi che la subiscono, ne assimilano gli stereotipi e rinunciano alla ricerca di una propria identità.

 

Il viaggio nel tempo di Takemichi è impregnato di brutale violenza, riflesso di un assetto politico e socioculturale che rifiuta di farsi carico delle istanze di chi sta ai margini. L’affermazione rivendicata attraverso la dominanza fisica, espressione della mascolinità tossica che caratterizza tutti i protagonisti, viene continuamente condannata dalla narrazione ,che instrada le risoluzioni sanguinose su percorsi disastrosi, costringendo Takemichi a intervenire nuovamente sul passato.

 

È solo quando i maschi di Tokyo Revengers piangono, parlano a cuore aperto, si confidano, imparano a perdonarsi, che la storia si aggiusta e il plot prosegue.

 

La storia di Takemichi, Mickey, Draken e gli altri outsider che compongono la Tokyo Manji Gang è un invito alla decostruzione del modello machista e alla rigidità e al mancato supporto della società che porta i giovani a sentirsi continuamente fuori posto.

 

Tokyo Revengers è disponibile sulla piattaforma streaming Crunchyroll.

 

Trailer ufficiale dell’anime Tokyo Revengers

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