Fatti Attuali

Left Out: nel mezzo di due realtà

La parola casa ha diversi significati. Per alcuni è il luogo natale, per altri una città di adozione e per altri ancora una città nella quale hanno passato soli pochi giorni. Nella lingua tedesca, esiste una parola, Heimat, impossibile da tradurre in italiano, ma che può essere intensa come focolaio, come patria del cuore, come locus amoenus, come capanna, come nido…

Eppure “casa” non è solo un luogo. Spesso ha più a che fare con l’idea di intraprendere un percorso, non privo di dolore, paura e decisioni complesse.

Più si va avanti, più la società e le richieste alle quali siamo sottoposti evolvono e più una condizione di stabilità e sicurezza, sembra essere lontana. La vita corre frenetica, alle volte silenziamo pensieri e smettiamo di ascoltare quanto il nostro corpo ci suggerisce e ci lasciamo travolgere e inghiottire dalla smania del fare, del vivere e del dover a tutti i costi raggiungere obiettivi. Eppure, almeno una volta, nei nostri percorsi di vita, così variegati e con mete altrettanto differenti, ci siamo scontrati con la domanda “Ma io che ruolo ho in questa città?”, “Sono esattamente dove voglio essere?”.

E nella ricerca di questa meta, molte persone si sono trovate a lasciare la propria casa, i propri affetti, i propri amici e le proprie abitudini, che in misura, più o meno ampia, definiscono la persona che siamo stati e che forse, o forse no, saremo. Si è creata, con il tempo, una nuova categoria: “i fuorisede”; con questo termine, ormai ampiamente diffuso all’interno della nostra società, la nostra mente rievoca subito l’idea di trovarsi “fuori” dalla propria posizione originaria, dalla propria città, dalla propria sede. Come tale, il formarsi di questa nuova condizione di distanza e mancata sensazione di appartenenza, ha portato alla luce un nuovo sentire, definito LEFT OUT.

Per cercare di definire questa strana sensazione di vuoto che spesso si percepisce, proprio al centro dello stomaco, quando ci si sente tagliati fuori o, per meglio dire, in un limbo, ho chiesto aiuto alla Dottoressa Giulia Isola, psicologa e psicoterapeuta. La Dottoressa, ci spiega che:

“Un numero sempre maggiore di giovani, spinti da motivazioni scolastiche o lavorative, si trova a vivere questa realtà, alla base della quale sembra esserci la ricerca di opportunità di crescita diverse e più adeguate alle proprie esigenze. Non sempre però questa scelta è mossa da desideri e motivazioni personali: a volta accade che la scelta sia obbligata, a causa delle poche possibilità offerte dal proprio contesto di appartenenza; ,altre volte ancora, i giovani scelgono di lasciare la propria città per sentirsi più “,liberi,”, allontanandosi dalle pressioni e dalle influenze familiari, anche se non sempre è presente una chiara consapevolezza di ciò”.

Le conseguenze di queste scelte, ci spiega, non sono sempre facili da gestire e possono portare a conseguenze inaspettate:

“Questo apre riflessioni profonde sui vissuti emotivi che spesso accompagnano i giovani in questi cambiamenti.

In un momento evolutivo in cui l’identità si sta strutturando in modo definitivo, lo smarrimento e lo spaesamento sono due vissuti cardine, spesso provati non solo nella nuova città ma anche in quella di appartenenza, che rischiano di andare a ostacolare lo sviluppo del percorso identitario mettendo in crisi il soggetto. Questo cambiamento è, in primo luogo un’esperienza di separazione: dalla famiglia di origine, dalla città in cui si è nati e in cui si sono sperimentate le prime relazioni significative, dagli amici, dai propri riferimenti sociali e culturali. Ma è anche e soprattutto una separazione emotiva, la cui difficoltà di gestione può portare a sperimentare vissuti di ,solitudine,, ,insicurezza, e ,ansia,.

Il conflitto tra il bisogno di appartenenza al nucleo di origine e il desiderio di una nuova autonomia può generare emozioni legate a sensazioni di isolamento, emarginazione, straniamento e sradicamento, in quanto si percepisce di non appartenere realmente a nessuno dei due luoghi.

Ci si sente “fuori” dalla nuova posizione, all’interno della quale non è sempre facile inserirsi, ma anche “fuori” dal contesto originario, rivelatosi incapace di soddisfare le aspettative di realizzazione e crescita del soggetto. ,Questa ,sensazione di non appartenenza, è il risultato di un atteggiamento ambivalente verso il luogo di origine: la distanza da esso pone il giovane in una posizione necessaria a favorire la separazione, con il rischio però che si attui verso il luogo originario un processo di idealizzazione che impedisca un reale e profondo inserimento nel nuovo luogo di appartenenza.”

Ho deciso di chiedere ad alcuni ragazzi, di età compresa tra i 20 e i 30 anni di raccontarci la loro esperienza, di mettere nero su bianco questi sentimenti così ambivalenti e contrastanti, in modo da ritrovare quanto affermato dalla Dott.ssa in esperienze concrete e reali vissuti.

Parto con l’esperienza di Mauro, 24 anni, salernitano, che ci spiega cosa significhi per lui casa e come, proprio grazie alle sue esperienze, cerchi di ricreare un luogo accogliente per se stesso o per gli altri:

“Parlando con una mia amica, un giorno arrivammo a parlare del concetto di “rottura del migrante”: una volta che si sperimenta il fatto che la propria esistenza può proseguire in maniera felice anche in un altro posto che non sia la propria città natale, il concetto di “casa” diventa instabile. Qual è casa mia ora? Casa vecchia o casa nuova? Tornare per le vacanze o vivere la quotidianità? Penso che al netto di tutto, a qualsiasi latitudine trascorriamo la nostra vita, anche nel piccolo di casa, dobbiamo cercare sempre di costruire ambienti accoglienti, per chi resta o per chi è di passaggio. Cercare sempre di sanare la frattura, propria o altrui.”

Le esperienze di distacco dalla propria città natale sono anche motivo di crescita, di riscoperta del sé e delle proprie radici, di maggiore consapevolezza del luogo in cui si vive; così, infatti, ha vissuto il suo trasferimento Maria Luisa, 30 anni, napoletana:

“Avevo bisogno di crescere, di cambiare aria, di vedere la vita da una prospettiva diversa, di mettermi in gioco. A Milano nella città dove fin da piccola ho desiderato trasferirmi. Ma alla fine io non sono mai andata via. Vivo in due grandi belle e diverse città. Sono qui ma sono sempre anche lì. Il mio cuore l’ho lasciato giù tra le persone che più amo al mondo. Tra il mare, il Vesuvio e la sfogliatella. Su c’è la me adulta, la donna, l’insegnante, quella che si è fatta da sola, che da sola con sacrificio continua a crescere. So che oggi sono nel posto giusto, ma domani forse no.”

Ma le esperienze di separazione non sono sempre così facili e non lasciano sempre il sereno che speriamo di trovare, anzi spesso ciò che sembra inizialmente darci quella spinta euforica e di grande vitalità, con il tempo, più o meno breve che sia, lasciano un profondo vuoto o uno stato di paura.

“Quando mi sono trasferita a Milano l’ho fatto con tutto l’entusiasmo che accompagna le nuove esperienze, ma, a volte, ancora ricordo la frase pronunciata da mia nonna “Bella di nonna, ora la tua casa è Milano, qui non tornerai più” e ricordo quell’immensa tristezza che provai, poiché in fondo lo sapevo, sapevo che era la verità. Il mio “Left out” si traduce nel non sentirmi quasi mai a casa quando torno per le feste, nel sentirmi esclusa nel vedere che le cose che avevo lasciato adesso non ci sono più e che non c’è sempre spazio per me nella vita delle persone che sono rimaste.”

Alessia, 25 anni, ci racconta:

“Non vivo più nella mia città d’origine in maniera stabile da anni, ma è stato trasferendomi a Milano, una città inaspettatamente accogliente e generosa, che mi sono sentita di nuovo a casa. O quasi. In realtà la situazione di precarietà, l’assenza di quei punti fissi che hanno fatto parte della tua vita da sempre, il senso di estraneità che ogni tanto ti prende e ti stordisce, a volte ti fanno rimpiangere “casa”. Ma quale casa? Quella in cui sei cresciuta ma che ora ti va un po’stretta, quella in cui non ti riconosci più, quella in cui vedi benissimo il tuo passato ma fatichi a vedere il futuro? E allora ti chiedi… troverò davvero un posto da considerare a tutti gli effetti “casa”?.”

Ed infine, uno dei racconti che più mi ha colpita, poiché riflette in grande parte quanto nessuno vorrebbe ammettere, ovvero che non sempre riusciamo da soli, che spesso si può avere la necessità di aver bisogno di aiuto, che le separazioni fanno male, lasciano un vuoto, che necessita di essere colmato:

“Nel 2018 mi trasferisco in una remota città del sud Italia per lavorare come ingegnere nella produzione di energia elettrica. […] L’anno successivo il mio compagno si trasferisce in una città a 800 km di distanza. La mia famiglia e gli amici invece si trovano a 400 km di distanza ma in un’altra direzione. I miei fine settimana diventano un continuo di aerei, treni, autobus e macchine per andare da entrambi. Dedicare questi fine settimana all’esterno non mi fa coltivare nessun rapporto nella città dove vivo se non uscite sporadiche con i colleghi (con i quali per fortuna mi trovo benissimo). […] Da ciò ne consegue che la città dove vivo è solo una città di passaggio. Comincio a valutare delle possibilità per trasferirmi dal mio compagno: studio concorsi e cerco offerte di lavoro. Nel 2019 il mio contratto diventa a tempo indeterminato e invece di esserne contenta mi sento ancora più soffocata e ho paura di rimanere per sempre in quella città. Evidentemente comincio a manifestare qualche segno di cedimento anche all’esterno tant’è che i miei cominciano a venire a trovarmi più volte del previsto e a restare sempre più tempo. Litigo spesso con loro e mi fa stare male anche soltanto camminare con loro dieci minuti per la città perché percepisco che per colpa di quei dieci minuti persi e non usati per cercare lavoro non riuscirò ad andare via. Mia mamma caccia un iconico “ma cercati un lavoro a casa così stai da noi” e un “che devi fare qui con quei quattro soldi che guadagni”. Mi raggela. Guadagnavo bene per essere una neolaureata e vivevo e mi mantenevo da sola senza problemi. Per quanto soffrissi la situazione contingente io quel lavoro l’avevo sempre desiderato, e men che meno intendevo tornare a casa dai miei. Comincio ad avere una grande difficoltà a ingoiare i cibi, perdo 6 chili e passo dei mesi infernali. Mi viene da piangere non appena mi sveglio la mattina.”

La soluzione a questo sentire, che abbiamo visto, resta più comune di quanto ci si aspettasse, ce la suggerisce la Dott.ssa Isola:

“,È proprio attraverso la possibilità di mediare tra queste due istanze, avendo interiorizzato il proprio luogo di origine come un luogo non solo fisico ma uno ,spazio emotivo interno,, che si può superare il conflitto. Un luogo, dunque, che rappresenti una base sicura e rassicurante, dalla quale ci si può allontanare per esplorare il mondo, ma in cui si può tornare ed essere di nuovo accolti. L’esperienza del “fuorisede” sembra quindi consistere in una ,ridefinizione di confini,, non solo fisici ma per lo più ,emotivi,, che porta alla mediazione tra due mondi separati, quello da cui si proviene e quello che si sta scoprendo, in una continua altalena emotiva tra il bisogno di trovare una propria autonomia e la paura di vivere lontano da un contesto familiare sicuro. La realtà fuorisede implica un’evoluzione soprattutto interna: può mettere in discussione una preesistente immagine di sé, che si fatica a lasciar andare, e impone di affrontare nuove responsabilità e nuovi compiti evolutivi. Questo può provocare l’insorgenza di sintomi concordi con un disagio psichico, in particolar modo depressione e ansia generalizzata.”

Intervista di Giorgia Marino alla Dottoressa Giulia Isola

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