Fatti Femminista

Le parole hanno un peso

Le parole sono importanti. Se usate con cura, creano solchi densi di essenza, affondano salde radici in un terreno fertile di bellezza. Sono segni mediante i quali decodifichiamo la realtà, comprendiamo il mondo, esprimiamo stati d’animo. Sono un mezzo attraverso il quale impariamo a capire noi stessi e, di conseguenza, gli altri. Siamo spesso abituati, però, a parlare senza soffermarci sul peso che esse possono avere. Le scaraventiamo come saette, dardi avvelenati da cui non possiamo uscire indenni. Se esse vengono pronunciate senza alcuna riflessione ed empatia, rischiano di essere ferite di guerra.

Ti sarà capitato tante volte di assistere alla seguente scena: hai dinnanzi a te una persona. La scruti con il piglio di un acuto osservatore, la analizzi come se stessi guardando un’opera d’arte che fatichi a comprendere. Ne giudichi il corpo, senza remore. Emetti il verdetto, dall’alto del tuo tribunale morale. Scandisci la frase, senza neppure pensarci. Lo dici. “Dovresti dimagrire/ingrassare/prenderti cura del tuo aspetto”. Non te ne penti. E l’altro, colui o colei, che ha subito il macigno che grava sulle sue spalle, come credi che stia?

Viviamo in una società grassofobica: è vero. Ci insegnano a dare eccessivo valore all’involucro fisico che riveste l’anima. Non possiamo essere remissivi nei nostri confronti, però. Dobbiamo sempre cercare di metterci nei panni altrui. Non sappiamo cosa sta vivendo quella persona. Non sappiamo come si sente. Se quel breve giudizio può avere avuto un impatto negativo. Non sappiamo se ha avuto un disturbo alimentare oppure un problema di salute. Dobbiamo sospendere il giudizio. Non è necessario riempire il silenzio da frasi che potevano essere taciute.

Oltre ai giudizi, scorgo un’ulteriore pecca nella nostra società: ci arroghiamo il diritto di usare i pronomi senza interpellare l’interlocutore. Mi spiego meglio: succede spesso che, dialogando con una persona non binaria, si usino termini impropri. Quando, confrontandoci con una donna trans, ad esempio, utilizziamo il maschile, stiamo annientando l’essenza di quella persona, azzerando volontà, negando la sua esistenza. Diamo dunque per scontato che l’altra persona non rimanga ferita dai modi autoritari e scontrosi messi in atto.

Bisogna partire da un presupposto: non è una x, posta sul foglio di nascita, su “maschio” o “femmina” a stabilire il genere di appartenenza di qualcuno. È necessario attribuire valore al sentire interiore dell’altro, rispettando il suo essere e ogni sua scelta. Non dobbiamo porre nessuna lettera scarlatta. Non spetta a noi decidere.

Il femminismo ci insegna a tessere un arazzo semplice: filo dopo filo, mostra un disegno armonico, intriso di rispetto. Se aneliamo alla parità, è necessario essere delicati come ali di farfalle: le parole sono strumento con il quale dipingiamo il reale.

Articolo a cura di: Lorenza de Marco

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