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La scuola cattolica – Ritratto di una generazione allo sbando

Gli anni ’70. Un’epoca leggendaria dominata da pantaloni a zampa e gonne al ginocchio, decennio di lotte politiche violente che, in Italia, avrebbero portato al sequestro e all’assassinio del politico democristiano Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Gli anni dei figli dei fiori, delle rivolte studentesche, delle canzoni d’amore di Lucio Battisti e dei Bee Gees. Appartengo alla Generazione Y. Per me, gli anni ’70 sono un mito lontano nel tempo, come l’infanzia dei miei genitori. Ho chiesto a mia madre se ricordasse un fatto di cronaca nera di quel periodo, un caso di rapimento e omicidio che sconvolse l’opinione pubblica per la sua efferatezza; lei mi ha detto di non conoscere i dettagli – all’epoca, era solo una bambina – ma quel nome le era familiare: il Massacro del Circeo, un nome spaventoso per una vicenda spaventosa recentemente riportata all’attenzione del grande pubblico dal film La scuola cattolica di Stefano Mordini. Il film, vietato ai minori di 18 anni e tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati, fa un brusco salto indietro nel tempo, e trasporta lo spettatore nei trasgressivi e coloratissimi anni ’70, un’epoca anche idealmente lontana da quella presente, in cui ci si incontrava ed innamorava senza l’ausilio di uno schermo; in cui una ragazza accettava di farsi dare un passaggio da uno sconosciuto senza la paura di finire ammazzata. 

 

La scuola cattolica

 

Trama

Edoardo Albinati (Emanuele Maria di Stefano) frequenta il penultimo anno in un liceo maschile di stampo cattolico della capitale, l’Istituto San Luigi. É lui, un adolescente timido e riservato con dubbi di fede, la voce e gli occhi del film di Mordini. Edoardo descrive allo spettatore il mondo fatto di apparenze del quartiere Trieste, e le vite patinate e invidiate dei suoi compagni di scuola, i giovani della cosiddetta “Roma bene“. Ma Albinati non si limita ad osservare; le maschere di armonia e moralismo esibite con tanta abilità cadono quando il protagonista de La scuola cattolica eviscera la quotidianità familiare dei suoi coetanei, ragazzi viziati e prematuramente insoddisfatti della vita, e tutto il marcio viene in superficie: ogni famiglia ha le sue piccole vergogne, accuratamente celate da una facciata ipocrita e perbenista tanto idilliaca se guardata da lontano quanto fasulla ad un’occhiata più attenta; ogni famiglia ha la sue grandi difficoltà, da affrontare in silenzio e a testa bassa, per non dare nell’occhio, per non macchiare la propria immagine di perfezione. É in questo contesto che matura la volontà criminale che porterà al tristemente noto “Massacro del Circeo”. 

 

La scuola cattolica
Da sinistra Edoardo Carbonara (Ferrazza), Emanuele Maria di Stefano (Edoardo Albinati) e Giulio Fochetti (Carlo Arbus)

 

La scuola cattolica
Da sinistra Francesco Cavallo (Gianni Guido), Luca Vergona (Angelo Izzo) e Giulio Pranno (Andrea Ghira)

 

La scuola cattolica
Federica Torchetti (Rosaria Lopez) e Benedetta Porcaroli (Donatella Colasanti)

 

Edoardo è più giovane di Angelo Izzo (Luca Vergoni), Andrea Ghira (Giulio Pranno) e Gianni Guido (Francesco Cavallo), il branco che rapisce, tortura e stupra Donatella Colasanti (Benedetta Porcaroli) e Rosaria Lopez (Federica Torchetti), ma la rigida educazione cattolica del San Luigi li accomuna; l’idea che tutto gli sia dovuto perché ricchi e di buona famiglia li rende simili. Le loro strade non s’incroceranno mai, ma i fatti di quel settembre daranno ad Albinati l’occasione di riflettere sulle conseguenze del reato consumato dai tre conoscenti appena ventenni, che con le loro azioni spietate e prive di moralità hanno messo in luce tutte le brutture della borghesia romana

 

Le donne de La scuola cattolica

La scuola cattolica è il ritratto crudo e crudele di una gioventù bruciata che sceglie coscientemente di ricorrere alla violenza per esercitare la propria presunta superiorità sociale e maschile. La violenza contro le donne del film di Mordini affonda le sue radici nell’ambito familiare e, al principio, è una violenza che non fa rumore. Quello di Edoardo Albinati e dei mostri del Circeo è un mondo per soli uomini, in cui le donne sono mere comparse. Ne La scuola cattolica, la donna è il sesso debole perché sceglie di piegarsi passivamente al volere dell’uomo. Eleonora Rummo (Valentina Cervi) e Ilaria Arbus (Valeria Golino) vivono le loro vite in silenzio, da mogli sottomesse e madri devote. A differenza dell’affascinante Coralla Martirolo (Jasmine Trinca), l’unica donna libera e indipendente del coro, Eleonora, madre di sette figli, conduce un’esistenza priva di stimoli e accetta di buon grado il suo ruolo di incubatrice. I desideri di Eleonora sono un mistero, ma, in compenso, lo spettatore fa in fretta a capire ciò che la donna non vuole: diventare madre per l’ottava volta. Quando rifiuta con decisione le attenzioni del marito, imponendo, forse per la prima volta, il suo pensiero, Eleonora Rummo dimostra di essere finalmente pronta ad abbracciare la sua individualità. 

 

La scuola cattolica
Valentina Cervi (Eleonora Rummo) in una scena del film

 

Ilaria (Valeria Golino), madre del genio della classe Carlo Arbus (Giulio Fochetti), è un genitore premuroso e una moglie palesemente appagata dal suo matrimonio, in apparenza sereno. Quando il marito, un rinomato professore universitario, dichiara pubblicamente la sua omosessualità, la donna si adira, ma non sembra troppo sorpresa. Il pubblico intuisce il sospetto di Ilaria in una scena precedente al coming out:  mentre osserva il marito in compagnia di uno dei suoi studenti – una presenza fissa in casa Arbus, che si rivelerà essere proprio l’amante del professore – la tristezza nello sguardo della donna rivela il suo profondo disagio. É verosimile che Ilaria conosca addirittura il segreto del marito, ma finga di non sapere. Forse sperando in un cambiamento, e auspicando che il marito decida di anteporre la famiglia alla sua vera natura.

 

La scuola cattolica
Valeria Golino (Ilaria Arbus) in una scena del film

 

Lia Rummo (Beatrice Spata), figlia di Eleonora, riscatta l’indifferenza della madre. La ragazza, infatti, incarna un istinto di ribellione che sembra aver saltato una generazione. Lia spezza quelle catene che hanno costretto per secoli le donne all’infelicità. Tutte loro hanno accettato di vivere secondo le regole degli uomini – padri, mariti – ma non Lia: la ragazza si accosta ai principi religiosi del padre con scarso entusiasmo, e non tenta neppure di reprimere i suoi naturali impulsi sessuali come le è stato insegnato. Lia vive l’età del rischio d’impulso, lasciandosi guidare dai suoi desideri, e fa le sue esperienze adolescenziali senza porsi dei limiti che, in ogni caso, non riuscirebbe a rispettare.

 

La scuola cattolica
Valentina Cervi (Eleonora) e Beatrice Spata (Lia) in una scena del film

 

Veniamo, infine, alla madre di “Picchiatello” (Alessandro Cantalini): Coralla Martirolo (Jasmine Trinca), avvenente ex attrice, è il sogno proibito dei compagni di scuola del figlio. Diversamente dalle altre donne de La scuola cattolica, Coralla si conforma con difficoltà al ruolo che sembra esserle dovuto: è una madre single con un figlio problematico a carico, ma le sue responsabilità di genitore non rappresentano un freno alla sua femminilità. A differenza delle altre madri del film, che vivono per i loro figli, Coralla sopporta malvolentieri le eccentricità del suo, tant’è che l’amore di Picchiatello per la madre sembra essere a senso unico. Accudire il figlio la costringerebbe ad annullarsi completamente, ma la madre di Pik non è pronta ad una vita a due: volubile e capricciosa, Coralla non esita a intrecciare una relazione sessuale con un adolescente – Stefano Jervi (Guido Quaglione), compagno di scuola del figlio – per colmare la solitudine e sentirsi ancora giovane e desiderata. 

 

Jasmine Trinca (Coralla Martirolo) in una scena del film

 

Madri disinteressate e deboli di carattere e padri assenti – come Ludovico Arbus (Gianluca Guidi) – e violenti – come Raffaele Guido (Riccardo Scamarcio): sono queste le figure genitoriali con le quali si interfacciano quotidianamente i protagonisti de La scuola cattolica. Alla mercé di modelli maschili sbagliati, per i rapitori di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez l’oggettificazione sessuale della donna comincia proprio nello spazio domestico: le loro madri, la cui sola funzione è quella di figliare e rendere completo il perfetto quadro familiare, vivono all’ombra dei mariti senza mai arrogarsi il diritto di avere l’ultima parola sull’educazione dei ragazzi, che crescono considerando le donne dei pezzi di carne senza valore la cui utilità e rilevanza cessa quando l’uomo lo decide.

 

La scuola cattolica
Gianni Guido (Francesco Cavallo) e Raffaele Guido (Riccardo Scamarcio) in una scena del film

 

Il delitto che sconvolse l’Italia

Tra il 29 e il 30 settembre del 1975, Donatella Colasanti (17 anni) e Rosaria Lopez (19 anni) vennero rapite, stuprate e torturate in una villa di San Felice Circeo, in provincia di Latina, da Angelo Izzo (20 anni), Gianni Guido (19 anni) e Andrea Ghira (22 anni). La terribile notte  si concluse con l‘omicidio di Rosaria, annegata in una vasca da bagno e poi abbandonata insieme all’amica nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca. Donatella, che si salvò dal massacro fingendosi morta, sopravvisse a stento ad un inferno che non avrebbe mai dimenticato. 

 

La Fiat 127 in cui furono rinvenuti i corpi di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez

 

La scuola cattolica
Donatella Colasanti

 

Rosaria Lopez

 

Izzo, Ghira e Guido erano simpatizzanti fascisti – i primi due con precedenti per rapina e stupro – provenienti da famiglie agiate della borghesia romana. Non avevano nulla in comune con le vittime, residenti nel quartiere popolare della Montagnola. Donatella e Rosaria avevano incontrato per la prima volta Izzo e Guido pochi giorni prima, in un bar dell’Eur; a presentarli, era stato un conoscente – un certo Carlo – che quel settembre aveva dato un passaggio a Donatella e all’amica Nadia fino alla Montagnola. Le facce pulite e i modi gentili dei Pariolini convinsero istantaneamente le due ragazze a fidarsi, laddove furono invece le umili origini di Donatella e Rosaria ad attirare l’attenzione di Izzo e Guido. Le scelsero perché non meritavano il loro rispetto: si sarebbero “divertiti” con quegli scarti della società certi di restare impuniti perché ragazzi perbene dei quali nessuno avrebbe mai sospettato – il loro status sociale li avrebbe tutelati;  sicuri del fatto che  sarebbe stato facile attirare le due amiche in un luogo fuorimano in cui agire indisturbati. Tutto andò, sfortunatamente, secondo i piani. 

 

La villa degli orrori di Punta Rossa, a san Felice Circeo

 

Col pretesto di una festa al Circeo, Izzo e Guido portarono in auto le vittime in una villa di proprietà della famiglia Ghira, a 100 km da Roma. Inizialmente, i due tentarono di mettere le ragazze a loro agio ascoltando insieme della musica, ma quando scese la sera, ogni finzione fu abbandonata: i ragazzi fecero alle due amiche delle avances esplicite, che la Colasanti e la Lopez rifiutarono con decisione. Fu l’inizio di un incubo durato 36 ore.

 

La scuola cattolica
Donatella Colasanti in ospedale

 

A quel punto, Izzo puntò una pistola contro le ragazze e disse loro che erano state rapite per ordine di Jacques Berenguer, il capo del clan dei Marsigliesi, una banda criminale attiva a Roma negli anni ’70. Ovviamente, non esisteva nessun mandante: Jacques era lo pseudonimo di Ghira, ancora assente, che non faceva mistero della sua ammirazione per il clan. All’inizio, le due ragazze opposero resistenza e tentarono, invano, la fuga. Per ore, Izzo e Guido violentarono e seviziarono a turno Rosaria e Donatella, che ben presto si arresero al loro destino.

 

Quella notte, Ghira – appena uscito di galera e guardato dagli altri come un leader – raggiunse gli amici. Qualche tempo dopo, Donatella sentì l’amica morire e, dopo essere scampata a sua volta ad uno strangolamento – con una cintura che i suoi aguzzini le legarono attorno al collo –, capì cosa fare per restare viva: smettere di lottare. Quando i tre, frustrati e infastiditi dalla sua resistenza, la insultarono e colpirono alla testa con una spranga di ferro, Donatella non reagì. Per i suoi violentatori, era appena morta. Solo allora cadde il silenzio nella villa del Circeo. Era il momento di tornare a Roma, con i corpi nudi e martoriati di due ragazze nel bagagliaio, un’inutile zavorra di cui disfarsi il prima possibile.

 

Pezzi di carne erano e pezzi di carne sono rimasti.

Angelo Izzo, La scuola cattolica

 

I mostri del Circeo fecero ritorno nella capitale, parcheggiarono la Fiat 127 di Guido in via Pola e andarono a cena. Finalmente sola, Donatella cominciò a chiamare aiuto e a battere colpi contro le pareti del bagagliaio. Un metronotte di passaggio fu messo in allarme dai rumori e si avvicinò all’auto. Il giorno dopo, la  macabra scoperta che attendeva il metronotte all’interno della 127 bianca intestata a Raffaele Guido sarebbe stata la notizia di apertura dei maggiori telegiornali italiani. La foto scattata dal fotoreporter Antonio Monteforte subito dopo il ritrovamento – che ritrae la Colasanti sconvolta e coperta di sangue e il corpo senza vita di Rosaria Lopez avvolto in una coperta – è diventata, negli anni, il simbolo del Massacro del Circeo, uno dei delitti italiani più efferati del secolo scorso.

 

Donatella Colasanti dopo il ritrovamento

 

Nell’epoca in cui lo stupro veniva considerato un crimine contro la morale pubblica e non contro la persona, il processo contro i mostri del Circeo, seguitissimo dai media, fu determinante per riconoscere i diritti delle donne vittime di violenza, e per questo fortemente supportato dal movimento femminista. In tribunale, Donatella testimoniò contro i suoi aguzzini, che vennero condannati in primo grado all’ergastolo. Dei tre, solo Guido ebbe una riduzione della pena.

 

Nonostante la grande risonanza mediatica del delitto del Circeo, è solo nel 1996 che entrano in vigore le “Norme contro la violenza sessuale” e lo stupro diventa un crimine contro la persona, ma ben poco sembra essere cambiato rispetto a 47 anni fa: nella società odierna, la violenza sessuale, specie se di gruppo, continua ad essere trattata con vergognosa indulgenza.

 

I mostri del Circeo

Nella memoria collettiva, il mostro del Circeo è sempre stato Angelo Izzo – il sociopatico dallo sguardo folle che sorride con arroganza all’obiettivo dei fotoreporter dopo l’arresto –,  a volte dimenticando che i mostri del Circeo erano tre: Gianni Guido, figlio di un alto dirigente della Banca Nazionale del Lavoro e studente di Architettura; Andrea Ghira, figlio dell’imprenditore edile e pallanuotista Aldo Ghira; e Angelo Izzo, studente di Medicina e figlio di un noto costruttore edile romano. Violenti e sadici, questi tre figli della Roma bene crebbero con una mentalità criminale e un gusto della violenza che non tardarono a sfociare in un’aggressività incontrollata. Già prima del massacro del Circeo, la doppia vita di Izzo e Ghira li aveva portati a scontare due anni per rapina a mano armata nel carcere di Rebibbia. Il loro stile di vita era estremo, deviato, fuori dalla legalità, e, col senno di poi, non stupisce che i tre si siano resi responsabili di una violenza di gruppo tanto eclatante. Lo stupro del Circeo, infatti, non può essere declassato a bravata o a raptus, né fu un episodio isolato nella “carriera criminale” di Angelo Izzo: in precedenza, l’omicida aveva già stuprato due donne – reato rimasto, di fatto, impunito. Condannato a due anni e mezzo di carcere, Izzo era uscito con la condizionale dopo solo due mesi di detenzione.

 

Uno dei titoli di giornale dell’epoca dedicato al Massacro del Circeo

 

Ragazzi ricchi e annoiati, impulsivi e senza moralità, che facevano uso di droghe e si trascinavano da un festino all’altro: è questo il volto della generazione di Izzo, Guido e Ghira. Con il delitto del Circeo, un massacro brutale e premeditato, i tre amici dimostrarono agli Italiani – come se ce ne fosse bisogno – che per usare violenza su una donna non serve avere un movente; ma, se così non fosse, il loro sarebbe stato il peggiore: esercitare il controllo sulle vittime, dimostrare che erano loro in potere, in quella villa e fuori da quella villa. La violenza nei confronti di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti è stata tanto una violenza individuale quanto una violenza di classe, operata intenzionalmente su due ragazze del proletariato perché, secondo Izzo e compari, inferiori.

 

Andrea Ghira

 

Gianni Guido

 

Angelo Izzo

 

I mostri del Circeo erano giovani uomini alla deriva in un’epoca di importanti cambiamenti politici e sociali e, secondo Izzo, solo la loro amicizia – incondizionata, basata sulla reciproca lealtà, e più forte dei legami di sangue – poteva salvarli.  In nome della loro unione, i tre sfidano la legge, si dissociano dai principi morali tramandatigli dalle famiglie, e insultano e umiliano due ragazze innocenti. Il legame fraterno che univa i tre aguzzini è rimasto tale anche dopo l’arresto e la condanna: nel 1977, Izzo e Guido tentarono la fuga dal carcere insieme.

 

Angelo Izzo e Gianni Guido durante il processo

 

I tentativi di fuga sono una costante negli anni di detenzione dei mostri del Circeo.  Nel 1981, Gianni Guido riuscì ad evadere e a fuggire in Argentina; catturato nel 1994 a Panama e successivamente rimpatriato, Guido è stato scarcerato nel 2009. Izzo, che evase ben due volte di galera, sta ancora scontando la sua pena, aggravata da un ulteriore duplice omicidio – nuovamente, e senza troppa sorpresa, ai danni di due donne, madre e figlia – commesso nel 2005, quando era in regime di semilibertà. Andrea Ghira non ha mai scontato la sua pena: latitante dal 1975, Ghira sarebbe morto di overdose in Nordafrica qualche anno fa – ma l’ipotesi che l’omicida sia ancora vivo e i presunti avvistamenti che lo vorrebbero a piede libero nella capitale hanno continuato ad alimentare dubbi sulla sua scomparsa.

 

I mostri del Circeo resero manifesto l’ovvio, ossia il fatto che la violenza non ha un volto – o meglio, che il volto della violenza può essere angelico come quello dell’Izzo ventenne – e che non è la provenienza sociale né l’educazione che ricevi a definirti, perché, strada facendo, qualcosa può anche andare storto, e un ragazzo con un futuro roseo all’orizzonte può sempre trasformarsi in un mostro. 

 

Questo è il delitto del più forte sul più debole, 

del maschio sulla femmina,

del ricco sul povero,

del giovane dei Parioli su quello delle borgate.

dall’arringa del PM

 

Impressioni

Personalmente, ho trovato La scuola cattolica un film straziante, un’impressione che, credo, qualunque donna abbia guardato il film di Mordini potrebbe condividere. Il solo pensiero che due ragazze innocenti – il cui solo peccato era quello di essere donne di una classe sociale inferiore – siano state seviziate per 36 ore, punite da un gruppo di lupi travestiti da bravi ragazzi, fa montare dentro una rabbia assurda, che, nel mio caso, non si è esaurita nemmeno alla terza visione del film. Ne raccomanderei a tutti la visione, ma desidero anche dare un avvertimento a chi deciderà di dargli una chance: La scuola cattolica non è un film come gli altri. É difficile da digerire, da accettare, a tratti persino da guardare. Ed è giusto che sia così. Il film di Mordini non è fatto per piacere, ma per scuotere le coscienze. Per ricordare che, ancora oggi, il massacro del Circeo rivive nelle violenze di gruppo, nei femminicidi, in una cultura maschilista profondamente radicata e ben lontana dall’estinzione.

 

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