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La paura dei trent’anni in “Bo Burnham: Inside” e “Tick, tick…BOOM!”

Speciali, nuove uscite o remake di grandi classici: il 2021 è stato l’anno dedicato al genere musical. In questo articolo si parlerà di Bo Burnham: Inside e Tick, tick…BOOM!, due prodotti che solo all’apparenza risultano essere molto diversi tra di loro: il primo parla di un periodo storico “straordinario” che ha toccato tuttə noi, la pandemia e il lockdown, il secondo, invece, è ambientato all’inizio degli anni Novanta, ma a distanza di trent’anni risulta attualissimo. È proprio questo il numero magico: trenta. Compiere trent’anni nel 1990 o compierli nel 2020 poco cambia se lavori nel mondo dell’intrattenimento: in termini di carriera, stai invecchiando e ci sarà sempre meno spazio per te. Bo Burnham: Inside e Tick, tick…BOOM! sono una sorta di inno sotto forma di musical alla generazione dei millennial — che più che vivere il mondo è costretta a subirlo — ai dubbi, alle loro ambizioni e al timore di essere artistə trentenni in difficoltà.

 

La comicità come cura per il mondo in Bo Burnham: Inside

 

 

Avevo già sentito parlare di Bo Burnham e del suo talento — pareri più che positivi, ci tengo a sottolinearlo — ma non avevo visto mai niente di suo prima di questo speciale che inizia così:

 

If you’d have told me a year ago / That I’d be locked inside of my home / I would have told you, a year ago: “Interesting; now leave me alone.”

 

Bo Burnham è straordinario dietro e davanti alla telecamera. Da solo scrive, interpreta, edita, dirige — e chi più ne ha più ne metta — dei frammenti della sua quotidianità durante il periodo di isolamento nella sua casa di Los Angeles. In chiave musicale, Inside affronta una varietà di temi in continuo contrasto tra loro, momenti di pura comicità come l’(ab)uso dei social media da parte dei millenial, le videochiamate su Facetime, il s3xting, che si mescolano con questioni più delicate e attuali quali il deterioramento della salute mentale, la performatività online e il rapporto che le persone instaurano con internet, il cambiamento climatico etc.

 

Dunque, Bo Burnham parla della pandemia ancora in corso senza mai parlare della pandemia. Chi guarda Inside non ha un reale bisogno di sentire pronunciare direttamente parole come “pandemia” o “covid” per sapere che si sta parlando proprio di quello. Lə spettatorə se ne sta lì seduto a guardare in maniera consapevole, sa il perché Bo Burnham è inside, rinchiuso in quelle quattro mura che prima gli davano conforto e sicurezza e ora sembrano solo una prigione. Ognunə di noi può facilmente rivedersi e immedesimarsi in lui. D’altra parte, ci siamo passati anche noi.

 

Healing the world with comedy/ Indescribable power of your comedy/ The world needs direction/ From a white guy like me.

 

In questo show introspettivo e personale, Burnham si prende gioco di quello che è e di quello che fa per mestiere: il comico. Egli mette in discussione ciò che lo sostenta economicamente — perché un comico deve far ridere in ogni situazione — e si domanda “should I be joking at a time like this?” Durante un periodo difficile che ha messo a dura prova tuttə noi è permesso usare la comicità? La canzone dal titolo Comedy presenta un salvatore maschio e bianco, nonché una parodia di Burnham stesso, che vuole curare il mondo con la comicità appunto invece di farlo concretamente con altri mezzi.

Bo Burnham: Inside-Reaction Video Parody

 

I’m so worried that criticism will be levied against me that I levy it against myself before anyone else can.

 

Burnham in persona incastra, con una certa attenzione, i ritagli della sua vita in isolamento in modo da riflettere la sensazione di inadeguatezza che lo attanaglia. Come se non bastasse, ha ormai raggiunto l’età critica: i trent’anni. Burnham è una specie di “bambino prodigio”, incredibilmente brillante per la sua età: da adolescente ha raggiunto il successo scrivendo e cantando canzoni satiriche su YouTube, ha co-ideato e recitato nella serie Zach Stone Is Gonna Be Famous e, tra le altre cose, ha perfino scritto un libro di poesie. Senza dubbio ha sviluppato una certa saggezza, è cresciuto, ma adesso moltə də suoi coetanteə lo hanno raggiunto e, da un determinato punto di vista, forse lo hanno anche superato. Parte della sua crescita come artista è la realizzazione del non essere mai all’altezza della propria visione, del prefiggersi un obiettivo — magari raggiungendolo nei tempi e nei modi prestabiliti — ma sentirsi comunque insoddisfatto. Compiere trent’anni è un punto di svolta per lui: non è più un prodigio, ma un “creatore regolare” e deve essere estremamente bravo e capace per proseguire con la sua carriera.

 

Il genio incompreso e la vita di Jonathan Larson in Tick, tick…BOOM!

 

 

“In eight days, my youth will be over./ And what exactly do I have to show for myself?”

 

La pellicola Tick, tick…BOOM!, adattamento cinematografico dell’omonimo musical, parla della vita di Jonathan Larson, un giovane compositore che, alla soglia dei trent’anni, entra in crisi perché non è ancora riuscito a scrivere un musical di successo. Per quasi un decennio, lavora a una sorta di rielaborazione futuristica del celebre romanzo di Orwell dal titolo Superbia che però risulta incompleta, gli manca una sola canzone, o meglio LA canzone. Questo lungo monologo, cantato e recitato da Andrew Garfield nei panni di Larson, si occupa di diversi temi come la tossicodipendenza, l’omofobia, lo stile di vita alla bohème e il crollo di ogni certezza dovuto all’AIDS.

 

“Tick, tick” è il rumore delle lancette che scandiscono un tempo che correre troppo velocemente: lə amicə hanno preso in mano la loro vita, sono cresciutə e hanno trovato delle occupazioni più o meno soddisfacenti — riescono ad arrivare a fine mese e a pagare le bollette — mentre Jonathan è rimasto bloccato davanti a un foglio bianco. Metà della sua esistenza l’ha dedicata alla stesura di Superbia, un lavoro oltremodo eccellente per scrittura e musica, ma anche troppo complesso e “confuso” per essere compreso da tuttə. Ha perfino rinunciato all’entrata economica misera, ma sicura, che il suo lavoro di cameriere gli dava per prepararsi al seminario dedicato alla lettura del suo script. Qui sono presenti anche də professionistə del settore, riceve tantissimi elogi ma nessunə si offre per produrre il suo musical.

 

 

They’re singing, “Happy Birthday”/ You just want to lay down and cry/ Not just another birthday/ It’s 30/90

 

Il trentesimo compleanno equivale alla linea d’arrivo per la sua carriera, è quel nastro sottile che fa la differenza tra un vincente e un perdente, tra un prodigio e un normale (leggasi senza successo) produttore di musical. Creare, in senso artistico, diventa una maledizione: Larson si tormenta, si siede per ore e ore davanti al computer o a un foglio di carta, ma nulla. Non riesce a scrivere nemmeno una parola. Creare diventa un’ossessione che gli impedisce di affrontare i problemi con la sua ragazza, di far visita all’amico in ospedale. Creare diventa una punizione.

 

I make a vow right here and now / I’m gonna spend my time this way.

 

Why è una canzone d’amore per quello che fa, per i sogni a lungo condivisi con il suo amico Micheal: quando avevano nove anni parteciparono a un talent show, insieme cantarono Yellow bird e Let’s go fly a kite e in quel momento capirono quale sarebbe stata la loro strada. Michael ci rinuncia perché il mondo dello spettacolo non ha bisogno di un altro attore nero che interpreti una parte secondaria. Larson è un sognatore scoraggiato, ma non demorde. Abbandona Superbia per passare a altri lavori tra cui Tick, tick…BOOM! dapprima intitolato 30/90 e poi Boho Days (che sono i titoli di due canzoni presenti nel film).

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