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La nuova generazione di Karate Kid: “Cobra Kai never dies”

Cobra Kai rappresenta la nuova generazione di Karate Kid. Attraverso l’introduzione di nuovi personaggi, perlopiù adolescenti, la serie parla a un pubblico giovane. A primo impatto, per uno spettatore affezionato alla serie di film cult degli anni Ottanta potrebbe risultare difficile apprezzare qualcosa di così “diverso”. In realtà brevi frame dei film, flashback, grandi ritorni (soprattutto nella terza stagione dove ritroviamo Ali, Kumiko e Chozen), battute e persino degli oggetti fungono da filo conduttore tra passato e presente. Tutto è giocato sull’effetto nostalgia e sul fan service. Il modello utilizzato è quello originale dei film e si basa sugli stessi pilastri portanti: la rivalità tra due avversari; il bullismo; il percorso di redenzione e l’importanza dei legami affettivi.

 

Mi ero ripromessa di non vederla perché, siamo onestə, è qualcosa di visto e rivisto. La storia del karate è andata avanti per ben tre film e… addirittura uno spin-off?! Ma come non si dovrebbe mai giudicare un libro dalla copertina, e io sono una di quellə che lo fa, lo stesso discorso vale anche in questo caso: mai giudicare una serie dalla locandina, dal titolo o dalla trama. A questo punto avrete capito che ritiro tutto quello che ho detto e mi pento di averlo detto (è dall’esibizione della prima stagione che urlo “Cobra Kai, Cobra Kai, Cobra Kai!”).

 

Questa serie si presta bene al binge watching perché le puntate non superano la durata di mezz’ora e questo le rende piuttosto scorrevoli e piacevoli da guardare.

 

Ambientata trentaquattro anni dopo gli eventi narrati nel primo film, Per vincere domani-The Karate Kid, la serie segue la vita dell’antagonista Johnny Lawrence, caduto ormai in miseria e ben lontano dai tempi d’oro trascorsi nell’upper class di All Valley. La strada verso la redenzione è lunga e vedrà la riapertura del dojo della sua infanzia-adolescenza, Cobra Kai appunto. Di conseguenza, la vecchia rivalità con Daniel LaRusso, diventato un ricco imprenditore di saloni automobilistici, tornerà più viva che mai: non solo Daniel-san ridarà vita al dojo “Miyagy Do Karate” ma darà lezioni di karate a Robby, figlio di Johnny.

 

A partire dalla seconda stagione si assiste a una sorta di bilanciamento tra l’aspetto teen drama e la storyline dedicata alle arti marziali come l’allenamento nella cella frigorifera o la mega rissa a scuola in chiusura di stagione. Il finale della seconda stagione, seppur prevedibile, è di grande impatto per lo spettatore: la coreografia è in perfetta armonia con il pathos dei personaggi e l’alternanza del piano sequenza tra un combattimento e l’altro, i membri del Cobra Kai da una parte e quelli del Miyagi-Do dall’altra, consegna allo spettatore la vera azione.

 

La serie offre un’ottima riflessione sulla mascolinità tossica perché ragiona sulla competitività fra i frenemies Johnny e Daniel. Se nei film era ben nota la dicotomia buono-cattivo, simboleggiata rispettivamente da Daniel-Johnny, Cobra Kai delinea dei personaggi “fluidi” che hanno una forma che si modifica costantemente rispetto all’ambiente e/o alle vicende che li riguardano. Parlare di ‘buoni’ o ‘cattivi’ è incorretto e riduttivo perché i personaggi protendono ora per una parte e ora per l’altra parte, sono personaggi imperfetti ma capaci di mettere a fuoco certe dinamiche e imparare dai propri errori (arriveranno persino a collaborare). Daniel e Johnny sono due personaggi complementari. Per questo credo che l’intento della serie sia quello di rappresentare le “due facce della stessa medaglia”. Il dialogo tra presente e passato è mantenuto vivo dal cambio di prospettiva: il punto di vista di Daniel per il passato e quello di Johnny per il presente. Il karate non funge da capro espiatorio per evitare di affrontare i problemi dalla radice, ma è una forma di comunicazione che li accomuna e li avvicina. Per quanto possano essere diversi, lo scopo dei due sensei è quello d’insegnare ai propri studenti come reagire di fronte alle ingiustizie: l’arte del karate come forma di attacco per Johnny il loro motto è infatti “strike first, strike hard, no mercy, e il karate come forma di meditazione, equilibrio e difesa per Daniel. Johnny affronta una sorta di viaggio dell’eroe, un percorso di redenzione per accettare i propri errori e riuscire a voltare pagina. Il suo Cobra Kai si distacca nettamente da quello di Kreese: non consiste nel vincere a ogni costo ricorrendo a ogni mezzo possibile, ma a preservare la propria integrità cercando di crescere e rimediare ai propri sbagli.

 

Articolo a cura di Maria Scarmato

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