Fatti Femminista

La guastafeste

Living a feminist life, della studiosa indipendente Sara Ahmed è una di quelle letture di cui avrei tanto avuto bisogno nei primi anni della mia formazione femminista.


Quando, a quattordici anni, ho alzato la voce contro mio padre e mi hanno accusata di parlare come una femminista, come se fosse un torto al mio essere donna, forse non avrei pianto se avessi avuto questo testo sotto mano.

 

Mi sarei sentita meno sola per ogni cena rovinata, ogni pranzo appesantito dalla mia retorica ancora in fasce, che riusciva a scorgere l’ingiustizia che mi colpiva da vicino ma a cui non avrei saputo dare un nome. Avrei capito prima che femminista non era un’accusa né tanto meno un’offesa, ma un dato di fatto. Come quando metti per la prima volta gli occhiali e ti rendi conto, con amara sorpresa, che gli alberi sono pieni di foglie anche da lontano, che non si tratta di chiome incolte e sfocate ma foglie ben definite. Così, il femminismo ti aiuta a vedere tutti i tasselli di quel grande mosaico che è la vita in una società patriarcale. Nasci e cresci in un mondo che ti vuole rassegnatə e impassibile davanti al dolore delle tue sorelle fino a farti dimenticare che è lo stesso che provi anche tu. Eppure, contro ogni logica qualcosa dentro di te scatta.

 

Non riesci a dare della p*ttana a quella ragazza di terzo che sta antipatica a tutta la scuola, non riesci a pensare che il gruppo di amiche in minigonna in piazzetta se la stia cercando quando l’ennesimo cinquantenne di turno urla frasi viscide, non puoi ridere della battuta “donna al volante pericolo costante”, le mimose l’otto marzo ti fanno storcere il naso. Inizi a scoprire che sono tante le attività a cui non puoi più partecipare, il sorriso dellə altrə ti toglie la gioia dalle labbra. Non è il solito broncio adolescenziale, è vero disgusto, è rabbia che non sapresti argomentare perché ancora non hai i mezzi giusti.


Sei unə femminista guastafeste ma ancora non lo sai. Non sai darti un nome, sai solo che rovini tutto ciò che tocchi: il pranzo del sabato; quel film al cinema; quel regista; il libro che è piaciuto a tuttə. Non lasci proprio niente, nulla ti fa ridere, è pesante averti intorno. Scopri di essere unə guastafeste, unə feminist killjoy, spegni sorrisi. Sara Ahmed scrive:

 

“Feminists: looking for problems. It is as if these problems are not there until you point them out; it is as if pointing them out is what makes them there.“

 

[Trad.: “Femminista: sempre in cerca di problemi. Come se non fossero già lì prima che tu li facessi notare. Come se rendendoli evidenti, li avessimo creati noi.”]

 

Se la festa è un banchetto di omolesbobitransfobia, misoginia, razzismo, abilismo e specismo non è una festa, è un bagno di sangue, e io non voglio partecipare. Ho impiegato anni a convincermi di non aver rovinato nessuna festa con i miei “discorsi femministi”, ma nonostante questo sono grata e affezionata alla femminista guastafeste che sono stata. Ho imparato col tempo che non ero io a dovermi vergognare del mio broncio, ma loro a vergognarsi di quelle risate sguaiate e crudeli. Non era mia la colpa dei loro discorsi sessisti, razzisti e delle loro idee vessatorie.

 

Sono cresciuta con l’idea che essere femminista volesse dire essere la voce fuori coro, quel singolo sussurro controvento che infastidisce ma ignori facilmente. Sono cresciuta con il marchio della guastafeste prima ancora di conoscerne le vere implicazioni, in completa solitudine. Perdonatemi allora se mi fa storcere il naso sentir parlare di femminismo come filosofia all’Hakuna Matata, vivi e lascia vivere, “que será, será”. La retorica del “se sei unə verə femminista non devi rompere le scatole a nessunə” ovvero devi lasciare lə altrə liberə di opprimerti senza lamentarti, devi lasciarlə sbagliare anche se sono una minaccia alla libertà e l’autodeterminazione di tantə.

 

Ogni volta che qualcunə afferma che il femminismo vero sia farsi i cazzi propri o che ogni donna che fa ciò che vuole è femminista, per me è un colpo al cuore.

 

Shock culturale: passare dal credere che essere una strega femminista sia una condanna alla solitudine eterna al ritrovarti, anni dopo, davanti a un panorama femminista il cui motto è “vieni dal lato femminista, abbiamo i biscotti”. Poi vai a vedere e non c’è nulla di femminista da quel lato ma solo commercializzazione e banalizzazione di ideali che sono costati la vita delle tue sorelle ma vengono venduti da multinazionali, la cui principale fonte di profitto è il lavoro sfruttato di donne e madri, sotto forma di slogan accattivanti su magliette poco costose.

 

Essere femminista è un lato della mia personalità, a questo punto. Ha forgiato il mio carattere, ha dato e tolto senso a tutto. Fa parte di me, del modo in cui rispondo alle offese, della velocità con cui tiro fuori gli artigli, dell’intolleranza verso qualsiasi tipo di discorso escludente e tirannico. La mia generazione e tutte le generazioni precedenti alla mia hanno contribuito alla nascita di femministə il cui unico scopo era essere una vera spina nel fianco dell’autorità, dell’eteronormatività, del capitalismo, di un mondo che trae(va) profitto dal nostro dolore, il cui potere si basa(va) sulla nostra presunta inferiorità. Mi ritrovo a essere nuovamente la guastafeste della situazione perché questa accettazione passiva degli ideali femministi inghiottiti dal capitalismo e rivenduti sotto forma di pubblicità per le grandi marche a me non fa ridere, non dà gioia, anzi mi toglie il sorriso. Il femminismo nasce per abbattere, rovinare, buttare giù lo status quo, non per essere assimilato a esso. Nell’ultimo capitolo del suo libro, Sara Ahmed ci lascia un vero e proprio manifesto per lə femministə guastafeste riassunto di seguito:

 

1) Non farò della felicità la mia causa: il femminismo non ha come obiettivo la creazione della felicità dellə altrə, non è questo il suo scopo. Il suo scopo è esporre e radere al suolo il sistema di ingiustizie che colpisce sistematicamente determinate categorie di individui.

 

2) Sono dispostə a causare infelicità: come detto precedentemente, far presente un problema vuol dire diventare tu un problema agli occhi dellə altrə. Sessismo, misoginia, razzismo, omolesbobitransfobia e specismo esistono da sempre, non siamo noi a crearli con le nostre parole di denuncia. Li rendiamo solo evidenti.

 

3) Supporterò chi, con la sua lotta, causa infelicità: siamo rete e creiamo rete.

 

4) Non riderò di battute create per offendere determinate categorie di persone già marginalizzate: la festa non la vogliamo se si ride sui corpi martoriati delle nostre sorelle e dellə nostrə compagnə.

 

5) Non abbandonerò nessuna causa: la lotta è una ed è per tuttə e si combatte da tutti i fronti. Non sceglierò la causa più comoda da portare avanti, abbraccerò tutte le lotte necessarie.

 

6) Non ho intenzione di sentirmi inclusə se l’inclusione si fa con gli strumenti del padrone: nessuno spazio al capitalismo nel mio femminismo, nessuno strumento di potere per la mia lotta. Non sarò grata del posto offerto alla tavola del padrone, il mio impegno è quello di radere al suolo l’intera sala.

 

7) Sono dispostə a tagliare i legami con chi danneggia lə miə compagnə, unitə siamo inarrestabili. Sorelle, io vi credo.

 

8) Sono dispostə a essere consideratə guastafeste: se la vostra festa è l’oppressione sistemica e l’indifferenza, i miei regali saranno rabbia, dolore e sdegno.

 

Non passate al lato femminista perché abbiamo i biscotti. Fatelo perché abbiamo armi, indignazione, voglia di rivoluzione. Fatelo perché è scomodo lottare ma ancora più scomodo accettare lo status quo, perché la lotta è violenta ma ancor più violento è il padrone che ci vuole zittire. Non abbiamo biscotti né slogan spiccioli, abbiamo fuoco che brucia e rabbia che esplode.

 

“Sometimes we stop laughing. And how quickly: things fall apart. Perhaps then feminism is how we pick up the pieces.” [Sara Ahmed, Living a Feminist Life]

 

Articolo a cura di Debora De Simone

Bibliografia

S. Ahmed, Living a Feminist Life, Duke University Press, Durham and London 2017.

Un commento

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

WordPress Cookie Plugin by Real Cookie Banner