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La fiera delle illusioni – Nightmare Alley: inganno e mostruosità

Uscito negli Stati Uniti a fine 2021 e in Italia il 27 gennaio 2022, La fiera delle illusioni – Nightmare Alley è la seconda trasposizione cinematografica del romanzo omonimo del 1946 di William Lindsay Gresham. Le vicende – di cui a breve – erano già diventate immagini in movimento nel 1947, solo un anno dopo la pubblicazione del libro, in La fiera delle illusioni, per la regia di Edmund Goulding e con un cast di stelle della Hollywood classica del calibro di Tyrone Power e Joan Blondell.

 

Era dal 2017, con il suo La forma dell’acqua (vincitore di ben 4 Premi Oscar, tra cui Regia e Film), che Guillermo del Toro ci lasciava a bocca asciutta di sue regie cinematografiche. Ciò non vuol dire che la sua attività sia mai andata veramente in pausa: tra sceneggiature e produzioni, il cineasta messicano non si è mai preso un attimo di respiro. È infatti tra i creatori del riuscitissimo horror tratto da una serie di libri per ragazzi, Scary Stories to Tell in the Dark (André Øvredal, 2019), e tra gli sceneggiatori del secondo adattamento cinematografico del libro di Roald Dahl Le streghe (Robert Zemeckis, 2020). Ha inoltre prodotto il deludente Antlers – Spirito insaziabile (Scott Cooper, 2021): il design della sua creatura (il wendigo) è senza ombra di dubbio l’elemento più potente del film, e non per niente ricorda esplicitamente la mostruosità (umana) di molto cinema del regista.

 

 

La parata delle illusioni

Un uomo dà fuoco alla sua casa dopo aver seppellito un corpo in un buco scavato nel terreno. Scopriremo a breve che si tratta di Stanton Carlisle, uomo ambiguo che impariamo a conoscere mentre si arrabatta per imparare più che può dai lavoratori itineranti del luna park in cui riesce a trovare lavoro. Accumulando potere e conoscenza, avrà presto la sua occasione per brillare, al di là degli stretti confini della “fiera delle illusioni”. Ma là fuori, nel grande mondo, incontrerà qualcuno che gli darà del filo da torcere, sempre in bilico tra l’essere smascherato e l’essere vinto in astuzia…

 

La circolare vicenda del deplorevole Stanton Carlisle, imbroglione patentato con cui la nostra identificazione fa spesso a pugni, viene qui asservita a un’estetica di impronta inequivocabilmente “alla del Toro”. Un’ambientazione gotica contemporanea, tra tendoni e attrezzature circensi, unita allo sporco e al bagnato, che quasi sentiamo sulla nostra pelle; una pletora di strambi (ma qui poco fiabeschi) tipi umani, persi in un mondo quasi parallelo a quello reale e in equilibrio precario sul crinale tra arte e truffa, perfettamente incarnato nel mentalismo mistificatore.

 

L’abbandono, a circa metà film, di questo suggestivo ecosistema umano ha probabilmente una parte nell’attenuarsi di questo fascino ipnotico, una volta andato perduto il magnetismo esercitato da luci, magia fittizia e brutalità performata.

 

Una vera e propria arrampicata alla fama, iniziata come sopravvivenza, porterà Carlisle – qui interpretato da un sempre bravo Bradley Cooper – a svelare il lato peggiore dell’istintualità umana.

 

Un crescendo che culmina in una bestialità senza ritorno a cui si arriva quando ormai si è disposti a tutto per cavarsela, e in una bestialità letterale quando si viene schiacciati da chi ci restituisce – quasi come la giustizia bendata – i torti commessi con la stessa, se non più decisa, spietatezza.

 

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Lilith Ritter (Cate Blanchett) e Bradley Cooper (Stanton Carlisle) in La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

Un del Toro a metà

Nightmare Alley inizia con un tuffo nella cupa magia di ambientazioni sognanti, che sembrano tingersi dei soapoperistici intrighi, relazioni, segreti à la Peyton Place. Nella prima parte del film non si capisce bene dove si stia andando, ma ci si lascia trasportare dalla narrazione e dagli incontri/scontri tra i peculiari personaggi che, in ultima analisi, peccano un po’ di piattezza psicologica, fatta esclusione – ovviamente –del nostro protagonista Carlisle. Zeena la veggente e il marito Pete, interpretati da una straordinaria (come al solito, ma qui sotto-sfruttata) Toni Collette e David Strathairn; la dolce, ingenua e indifesa donna elettrica Molly, che prende il volto, già sfruttato in tal senso (si pensi a Millennium – Uomini che odiano le donne), a metà tra l’innocenza e la forza, di Rooney Mara. Incontriamo anche più fugaci apparizioni di grandi attori quali Willem Dafoe (nei panni di Clem, il proprietario del luna park), Ron Perlman, l’Hellboy di del Toro e Clifton Collins Jr..

 

La lentezza estrema della narrazione porta a uno sfilacciamento eccessivo del racconto, che diventa sempre più pesante nella seconda parte del film. Qui, la ripetitività dei numeri di mentalismo, delle sedute psichiatriche e delle fittizie percezioni ultraterrene sembra quasi ipnotizzare lo spettatore, ma in un’accezione soporifera non richiesta, forse alimentata dalla quasi totale mancanza di buoni sentimenti in cui cercare riparo e dalla poca onestà di cuore di personaggi disprezzabili.

 

Lo sviluppo lento e graduale della storia può essere giustificato dalla necessità di dare il tempo di svilupparsi al percorso del protagonista, che trova il suo senso nella progressiva discesa negli inferi dell’inganno e della bassezza umana. Tuttavia, il continuo tornare di momenti eccessivamente (e inutilmente) fiacchi rende poco riuscita nella pratica questa pur doverosa indolenza ritmica. Che sul finale subisce un’impennata, concludendo degnamente il film, su una reaction shot tenuta a lungo (simile, per intenti, a quella di Chiamami col tuo nome).

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