Fatti Femminista

La cultura dello stupro nelle narrazioni di violenza

Essere una donna e non essere arrabbiata mi risulta pressoché impossibile. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a orrori che forse neanche ci sconvolgono più, talmente siamo abituate e addomesticate.
Partiamo dall’inizio del mio titolo: cos’è la “cultura dello stupro”? Cultura dello stupro, in inglese rape culture, è una definizione utilizzata nell’ambito degli studi di genere per identificare quell’insieme di tasselli, atteggiamenti, norme, comportamenti prevalenti che incoraggiano, giustificano e normalizzano lo stupro, la violenza sessuale e altri tipi di violenza sulle donne; tra questi atteggiamenti ci sono, per esempio, lo slut shaming, ossia la predisposizione al giudizio negativo nei confronti di una donna in base alla sua attività sessuale o ai suoi comportamenti; oppure il victim blaming, ossia la tendenza a colpevolizzare la vittima per la violenza subita (per esempio, i sempreverde “ma che ci facevi in camera sua? ma avevi bevuto?”); o, ancora, l’oggettificazione e la mercificazione del corpo femminile, cioè l’idea che il corpo di una donna sia alla mercé della gratificazione dell’occhio maschile; e molti altri ancora.

La mia deformazione professionale da linguista mi porta inevitabilmente a ossessionarmi con le parole: come vengono usate, in quale contesto, perché. Le parole non sono neutre perché noi che le usiamo non siamo neutri: ecco perché i titoli dei giornali che riportano notizie, gli articoli che raccontano dei fatti, non sono solo un insieme di parole asettiche; le parole che si scelgono veicolano dei messaggi, delle dichiarazioni di intenti, delle prese di posizione, di coscienza.
Per questo motivo mi sono ritrovata spesso a riflettere sul modo in cui il giornalismo in generale possa molto spesso farsi sostenitore e tutela della cultura dello stupro, proprio a partire dalle parole.

Risale agli inizi di novembre la notizia dell’arresto di Alberto Genovese, che stuprò e seviziò una ragazza di 18 anni durante una festa: come ne hanno parlato i giornali? Il Sole 24 ore, dopo il fermo dell’uomo del 7 novembre, pubblica un articolo su Alberto Genovese, definendolo “un vulcano di idee e progetti che, per il momento, è stato spento”: dopo qualche riga che ricorda vagamente la stesura di un curriculum, di lui si dice che “sarà ora costretto a fermarsi in prima persona – almeno per un po’ e in attesa degli sviluppi giudiziari”; il tono dell’articolo sembra sottolineare con una sorta di rammarico, di dispiacere, che Genovese, un uomo apparentemente così brillante, dovrà privarci del suo talento “almeno per un po’” per via di questa spiacevole situazione. L’articolo ha sollevato ovviamente parecchie critiche, tant’è che la testata giornalistica si è poi scusata pubblicamente sui social per il messaggio involontariamente passato e ha modificato prontamente l’introduzione.
Ma perché si intrecciano tutte queste parole attorno alla storia di un aguzzino? Perché, alla luce dei fatti, si scelgono proprio quelle parole, che sembrano avere la funzione di connotare, e non di denotare, l’uomo? Non è raro che nella narrazione di una violenza il discorso si focalizzi sull’uomo e sulla sua vita, su dei dettagli specifici che cercano di collocare la sua violenza all’interno di un’esistenza il più normale possibile o, come nel caso di Genovese, un’esistenza incredibile fatta di successi. Se l’intento fosse quello di dimostrare che anche l’uomo normale della porta accanto, così come l’imprenditore di successo o l’attore miliardario possono essere stupratori e violenti, e non per forza l’uomo cattivo con problemi psichiatrici, allora potrei riconoscerne l’utilità; se l’intento fosse quello di puntualizzare che la cultura intrinsecamente misogina in cui cresciamo e viviamo si nutre non di singoli casi estremi, ma di un insieme di comportamenti proposti, riproposti e reiterati come ordinari e normali, avallati non da un individuo ma da una collettività, allora applaudirei; ma il messaggio sembra essere l’opposto: nelle narrazioni di violenza le parole scelte sembrano sempre compiacere l’ego del colpevole, per rintanarlo in una dimensione sicura in cui, al netto di una vita apparentemente giusta e retta, tali atti di violenza si configurano come un’eccezione improvvisa e impossibile da prevedere. Un bravo papà, il gigante buono, un gran lavoratore, un vulcano di idee e progetti.

E in tutto questo, come si menziona la vittima? Spesso e volentieri si accenna alla sua parte nella vicenda solo in chiave paternalistica: è recente l’articolo apparso su Libero, sempre sulla vicenda Genovese, in cui la vittima viene definita “ingenua”, e si sottolinea che, comunque, lei avrebbe dovuto aspettarsi di subire quello che ha subito entrando nella stanza dell’uomo. Il buon vecchio “te le vai a cercare”. Ancora una volta il focus non è posto su chi compie la violenza, ma su chi la subisce; non sullo stupratore, ma sui presunti errori di calcolo della vittima, sulle sue mancanze, sui suoi sbagli. Ma questo è victim blaming, no? “Sì certo, lui è nel torto, però lei…”: scommetto che questa frase suona familiare a tanti, perché ascoltata o letta tante volte, oppure perché pronunciata o pensata. È victim blaming non solo quando si vuole apertamente ed esplicitamente incolpare una vittima: è victim blaming anche quando dall’esterno ci si vuole porre come insegnanti morali di comportamenti giusti e “sicuri”, quando si vuole insistere sulla necessità di insegnare come proteggersi; questi atteggiamenti non fanno altro che normalizzare una catena di reiterazioni di violenze in cui la responsabilità si addossa alla parte lesa o potenzialmente lesa, e mai all’aguzzino o al potenziale aguzzino. Si vuole normalizzare uno schema situazionale in cui lo scopo non è distruggere la cultura dello stupro, ma conviverci.

Se nel racconto di un femminicidio ci soffermiamo sul fatto che lei aveva un amante, abbiamo mancato il punto; se nel racconto di uno stupro ci soffermiamo a sentenziare sullo stile di vita di una ragazza che ha subito violenza, abbiamo fallito. Se per raccontare l’omicidio di una giovane prostituta titoliamo l’articolo “Uccise una prostituta dopo una discussione. Arrestato un cliente insoddisfatto”, dichiariamo chiaramente da che parte stiamo: come possono “cliente insoddisfatto” essere le prime parole che vengono in mente per definire un omicida?

Erika Lust, regista e produttrice cinematografica di film erotici e scrittrice femminista, sottolinea il fatto che la denominazione revenge porn sia in realtà fuorviante e sbagliata: Lust afferma che il nome giusto per questo tipo di violenza è image-based sexual abuse, perché il termine revenge (vendetta) fa pensare che colui che compie la violenza diffondendo materiale privato di una donna senza il suo consenso lo faccia per un motivo particolare. Ma l’unico motivo è la cultura dello stupro: slut shaming, oggettificazione del corpo femminile, mercificazione del corpo femminile. Come parlano i giornali dell’image-based sexual abuse? Ho perso il conto di tutte le volte in cui ho letto “video hard” e “foto hot” in giornali, articoli, riviste e titoli per definire le foto e i video delle donne vittime di queste violenze. Non sono video hard e non sono foto hot. Questa è cultura dello stupro.

Un post su Instagram di UN Women fa notare come molto spesso nelle narrazioni giornalistiche di violenza si prediliga, specialmente nei titoli, l’utilizzo di una costruzione sintattica con diatesi passiva, in cui il soggetto è la vittima: “una ragazza è stata stuprata”, “una donna è stata violentata”. Così non si punta il focus sull’azione violenta e sul soggetto agente che effettivamente la compie, però. Un uomo ha stuprato una ragazza. Un uomo ha violentato una donna. La responsabilità si assegna anche con il linguaggio: troppo spesso la violenza finisce per essere una cosa che una donna subisce, troppo poco spesso la violenza è trattata come una cosa che un uomo attivamente fa.

Se le parole che scegliamo e il modo in cui le usiamo sono specchio del nostro modo di vedere e concepire la realtà, allora dobbiamo cambiare narrativa: la violenza sessuale e il femminicidio sono solo la punta dell’iceberg della cultura dello stupro, ma la narrazione che collettivamente ne facciamo sembra volersi tirare fuori dall’equazione di credenze, ideologie e comportamenti reiterati che ci coinvolge tutti.

La cultura dello stupro è un edificio che poggia su solide fondamenta, e non basta abbellirlo, renderlo più accomodante, non basta coprirlo, non basta cercare di radere al suolo solo i piani più alti: va scardinato dal basso, va minata la robustezza delle basi su cui si appoggia.
La cultura dello stupro passa anche per le parole che utilizziamo per raccontarla: cambiamo il messaggio, cambiamo la narrativa, spostiamo il focus, allarghiamo il campo visivo.
Sono una donna e non essere arrabbiata mi risulta pressoché impossibile. Ma non mi sento in colpa per essere arrabbiata.

Articolo a cura di: Chiara Polimeni

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