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La catarsi del tatuaggio: imprimere ed espiare

Uno dei miei più grandi hobby è quello di girare per le librerie, quelle nascoste, polverose, e scoprire nuove opere, nuovi autori e soprattutto nuovi modi di interpretare la vita. Così un giorno mi è capitato tra le mani un saggio di ,,Dieder Anzieu, “L’io Pelle”. Subito il titolo ha attirato la mia attenzione e stimolato la mia fantasia. Il concetto alla base è semplice: la pelle è l’involucro del corpo, così come l’Io tende ad avvolgere l’apparato psichico.

 

Entrambi sono limiti e contenitori. Mi sono dunque chiesta: se la pelle rappresenta la periferia dell’io psichico, è possibile che su di essa vengano rappresentati i nostri pensieri, le nostre paure e le nostre speranze?

 

Il collegamento con i tatuaggi è stato spontaneo. Quando ci tatuiamo rappresentiamo sulla nostra pelle un’idea nata dal nostro Io, la rendiamo visibile agli occhi, la sentiamo affondare nella pelle e la facciamo diventare una parte visibile di noi stessi.

 

“My body is my journal, and my tattoos are my story”: una frase un po’ mainstream, ma è l’input più adatto per iniziare questa riflessione sul mondo dei tatuaggi, nella quale ci accompagnerà Anita Rossi.

 

Anita è una tatuatrice veneta e attualmente lavora nel suo ,,Namaste Tattoo Studio a Torino. La delicatezza di Anita mi ha da subito colpita. Una delicatezza che lei riversa anche nella sua arte e soprattutto nell’attenzione con la quale tratta le idee dei suoi clienti.

 

Iniziamo l’intervista e Anita mi accoglie nella sua casa, ricca di quadri e quadretti, e subito resto affascinata dalla sua particolarità, dal suo estro e dalla sua modestia.

 


Le chiedo di raccontarmi la sua storia, quando ha iniziato a tatuare e quando ha capito di voler fare questo nella vita.

Sono un po’ una tatuatrice per caso, ho sempre valutato di potermi tatuare ma non pensavo di poter riuscire a diventare una tatuatrice. Sono operativa da 16 anni, ho iniziato a Roma, dove ho anche seguito il corso per abilitarmi.”

Anita ha iniziato nel 2005 e io mi sono subito chiesta come fosse per una ragazza tanto giovane ritrovarsi in un mondo così “maschile”, come poteva essere quello dei tatuaggi nei primi anni 2000.

“A Roma eravamo 5-6 ragazze, ma eravamo sempre viste come le ‘compagne di…’ e non eravamo mai le tatuatrici! Questo è stato uno dei primi blocchi che ho incontrato. Il blocco legato alla questione di genere è stato strano, soprattutto in un lavoro che dovrebbe essere basato sulla creatività e non dovrebbe avere a che fare con queste questioni. Per cui lo scoglio è stato proprio il riuscire a inserirmi e a codificarmi come donna, ancor prima di identificarmi in uno stile…”

 

Come hai visto cambiare il mondo del tatuaggio?

Quando ho iniziato, si praticava principalmente lo stile tradizionale americano e giapponese, con dei soggetti molto monotematici che non ti permettevano di uscire troppo dagli schemi. Si preferivano gli aghi più spessi, mentre io cercavo di identificarmi in uno stile più personale. Volevo assottigliare gli aghi, ma non avevo confronti. Quello che posso dirti è che il change stilistico l’ho percepito negli ultimi 5 anni: si è alzato il tenore di aspettativa, che valuta non solo la creatività, ma anche l’empatia.

Dal mio punto di vista sto cercando di dare un grande spazio alla parte emozionale. Questo significa che non ci sono tecniche prefissate. Una linea non si fa dall’alto al basso o da destra a sinistra e viceversa. Si lavora come su un foglio bianco, anche se la pelle e la persona devono sempre essere rispettati, non è una tela sulla quale eseguire, deve essere sempre rispettata l’idea. Questo è il mio leitmotiv.”

 

 

Quindi per te tatuare significa anche portare in superficie le emozioni?

 

“Si, assolutamente. Io disegno solo per una persona, tutto è studiato per il singolo cliente. La parte primaria è la richiesta emotiva e personale. La persona ha da parte mia una visione di come poter realizzare questo concetto. Resta importante la parte tecnica, perché ovviamente il lavoro deve rimanere, ma più di tutto io cerco di avvicinarmi al lato emotivo, che è anche la parte più difficile.”

 

 

Tu ti identifichi in uno stile?

 

“Identificarmi per me è difficile; questo a volte mi ha creato dei problemi. Siamo sempre abituati a identificarci a dover codificare e segnare dei confini. Per me, invece, tatuare è terapeutico, nel senso che deve esserci una coesione tra la tecnica e l’emotività. Io devo lasciarmi emozionare, il tatuaggio non deve essere un timbro.”

 

 

Secondo te in cosa consiste l’atto del tatuarsi? Spesso chi si tatua vuole abbellire il proprio corpo, abbellire la propria figura per sentirsi più a proprio agio nella propria dimora, nella pelle come “casa”. Tu cosa ne pensi? Cosa ti ha spinto personalmente a iniziare a tatuarti?

 

Beh per me ha significato fare pace con me stessa. Mi vedi così, con i capelli blu, con un tatuaggio di una melanzana… per me tutto ciò ha significato fregarmene del pregiudizio, accettarmi, andare contro lo stereotipo del tatuaggio. Poi io sono anche donna e spesso vengo considerata il residuo bellico della tossicità degli anni ’80. Per molte persone sono ancora questo. Sono colorata, con un’identità più o meno identificabile in una donna perché ho i capelli lunghi. Sì, sì, questa roba così.

 

Io, personalmente, ho cercato di inserire e di ricercare dei momenti che per la mia vita sono stati importanti, ma anche di ricordare persone che non ci sono più. Ad esempio, sulle mie braccia ho cercato di inserire degli elementi che, legati ad uno stile preciso, mi ricordano quello che provavo per una determinata persona, nello specifico mio padre e mio zio. Questo mi ha reso serena. Ho fatto un po’ di pace.”

 

Rifletto. Qui mi sembra di rivedere un processo catartico. Tatuarsi non è solo colorare la pelle, né per forza rappresentare simboli che ci identificano o ci chiudono nei confini di un’ideologia. Quell’ago che entra ripetutamente nella nostra pelle e il tempo che dedichiamo al tatuaggio è un vero e proprio “rito”. In quel lasso di tempo ci viene data la possibilità di diventare consapevoli, anche attraverso il dolore. In linguistica esistono due concetti fondamentali: il significato e il significante, rispettivamente l’idea e la forma concreta, ovvero la scrittura. Rendere concreta un’idea ci aiuta a comprenderla, a riprendere possesso del nostro corpo e del nostro passato.

 

 

Ci si tatua per piacere o per piacersi?

 

“Io non ho mai provato a piacere, bensì a piacermi. Spesso noto che ci si tatua per piacere. Anche se a me non piace vedere il tatuaggio come codice di appartenenza o accettazione, perché anche tra tatuati siamo tutte persone diverse. Io questo senso tribale di appartenenza, come si vedeva secoli fa, non lo ritrovo più in senso letterario, ma penso che in realtà ci si tatui per un sacco di buoni motivi: per fare pace con sé stessi; per piacersi; per ricordare. La visione del tatuaggio ha davvero moltissime sfaccettature, per come lo vedo io è qualcosa di molto introspettivo e personale. Che possa poi più o meno piacere agli altri, io dico anche un po’ ‘‘sti cavoli’. Io, per i miei 26 anni di onorato servizio come vegana, ho tatuato una melanzana. Se guardandola rimani sul tuo giudizio superficiale a me va benissimo così, perché la mia storia è personale.”

 

 

Ti sei mai rifiutata di tatuare qualcosa?

 

“Sì, certo. I soggetti politici. Credo che il tatuaggio sia espressione di una persona, non di quello che la persona vota in un’urna, cosa abbastanza preziosa e segreta. Io non voglio relazionarmi con il concetto binario di ‘arte uguale politica’. La storia dell’arte italiana ha già vissuto qualcosa del genere con l’arte del periodo fascista e va benissimo così. Et voilà.”

 

 

Se per chi viene tatuato il momento è un qualcosa di molto profondo, tu cosa senti quando tatui? Cosa provi quando imprimi un pensiero sulla pelle di una persona che, nella maggior parte dei casi, non conosci? È comunque una persona che con te si è aperta, si è raccontata, credo sia una grande responsabilità, vero?

 

“Per me più che la parte dell’esecuzione effettiva, durante la quale cerco in tutti i modi di prendermi cura della persona e durante la quale so che non posso andare a premere eccessivamente, la parte della bozza è quella che mi preoccupa di più e dove sento maggiormente la responsabilità. Quando discuto con i clienti, io mi fisso in mente delle cose che, a livello di impatto emotivo, mi hanno colpito di più di quella persona, che, appunto, non conosco.

 

,Questo è il momento in cui non solo sviscero quello che io so fare, ma è anche il momento in cui cerco di rispettare e mettere in primo piano la ,parte emotiva,. Alle volte le persone piangono quando vedono le bozze. Le prime volte ero terrorizzata e pensavo: ‘ecco, non ho capito niente!’ e invece era l’inverso…

 

Scatta una sorte di magia, non so come spiegarlo. Credo solo che quando fai le cose con amore e passione, le persone se ne rendono conto. Si crea un legame quasi viscerale. Il cliente non è solo un cliente e non rimane solo un cliente che viene a tatuarsi. Quello che rimane non è solo il tatuaggio, ma ti ricordi dell’esperienza, magari anche quello che ci siamo detti o quello che hai provato.”

 

Dalle parole di Anita si comprende ancor di più l’importanza del tatuaggio e della cura che questo può rappresentare. Quello che avviene all’interno di noi, del nostro Io e della nostra psiche viene, quasi attraverso un processo di estrapolazione, decodificato e ricodificato sul nostro corpo.

 

Il tatuaggio è un segno indelebile che, a questo punto, diviene simbolicamente la sede di dinamiche introspettive, ma soprattutto mezzo di comunicazione e scambio tra la sfera individuale-interna e quella sociale- esterna.

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