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Jupiter’s Legacy: la colpa è sempre di qualcun altrə

Jupiter’s Legacy, basata sull’omonimo fumetto di Mark Millar e Frank Quitely, è l’ultima fatica della piattaforma di streaming Netflix in ambito supereroistico. La serie segue le vicende di Sheldon e Grace Sampson, una coppia di supereroi a capo di un gruppo di vigilanti (l’Unione) che hanno ottenuto i loro poteri durante la Grande Depressione. Nel presente, i Sampson si trovano alle prese con il divario generazionale che li separa dai figli ormai adulti e con la crisi della società americana post recessione del 2008.


Purtroppo si tratta di un prodotto che ha incontrato non poche difficoltà: lo showrunner Steven DeKnight (autore di Spartacus, la seconda stagione di Daredevil e Pacific Rim – La Rivolta) ha abbandonato lo show in corso d’opera per “divergenze creative”, costringendo il subentrato Sang Kyu Kim a dei reshoot d’emergenza per cercare di salvare quanto possibile. Come se non bastasse il solo fatto di collocarsi in un panorama in cui il genere di riferimento è ormai ipersaturo (cfr. Watchmen, MCU, The Boys, Arrowverse, Doom Patrol, Invincible) rende difficile affermarsi in mancanza di contenuti davvero originali o di un approccio unico. Il risultato è dunque un drama di otto episodi debole e con evidenti problemi di scrittura, che tenta di decostruire un genere senza avere niente di realmente interessante da dire.
Non che il fumetto di Millar e Quitely fosse rivoluzionario in termini di narrazione del rapporto supereroi/società, ma l’impronta irriverente di Millar faceva sì che stile e tono contribuissero ad intrattenere efficacemente il pubblico.


Jupiter’s Legacy è una serie che vive di forti parallelismi, ma il fine di essi è tuttora ignoto.
E questo è un grosso problema, perché a seconda delle chiave di lettura che le si dà cambia completamente di significato.
I perni tematici della narrazione sono fondamentalmente due:
– la famiglia, intesa sia come nucleo familiare che come comunità (nella fattispecie l’Unione), che si trova costantemente minata dalla perdita di valori che ogni grande cambiamento storico e socio-culturale porta con sé;
– il Sogno Americano, visto come motore di una missione di entità divina atta a restaurare l’equilibrio morale di cui l’America ha bisogno per continuare a prosperare.


Il conflitto familiare si snocciola su due linee temporali: la Grande Depressione del 1929 causata dal crollo della borsa di Wall Street, che fa da origin story della prima generazione di super, e quella post Grande Recessione del 2008, in cui i supereroi sono un fenomeno ampiamente diffuso. Nel 1929 i fratelli Sheldon e Walter Sampson, figli di un magnate dell’industria dell’acciaio, si ritrovano alle prese con una crisi economica senza precedenti. Mentre Walter tenta di tenere a galla l’azienda di famiglia, Sheldon, guidato da una voce divina che lo designa salvatore dell’America, si imbarca in un viaggio che ha del messianico in cui la sua fede è costantemente messa alla prova da eventi di stampo biblico. Già qui, la scelta di far coincidere la volontà divina con il Sogno Americano e la fede in un essere superiore con l’amore per la patria pone dei grossi punti interrogativi circa lo scopo dell’opera. Se a questo aggiungiamo uno storytelling che manca totalmente di spessore politico e che pone tre uomini ricchi bianchi (i fratelli Sampson e George Hutchence) al centro della narrazione, mentre sullo sfondo l’unico personaggio nero di rilievo (Fitz Small) se ne esce con frasi del tipo:”Sai, l’America può essere un mucchio di m*rda per quelli come me. Ma è il mio mucchio di m*rda e l’unico modo per ripulirlo è sporcarmi le mani.” capite che iniziano a suonare diversi campanelli d’allarme: vogliamo ridurre la questione razziale a una responsabilità individuale di Fitz perché gli altri sono troppo impegnati a salvare tutta l’America, senza badare alle necessità delle singole minoranze?

 

 

 

Ai giorni nostri Chloe e Brandon incarnano due versioni differenti dell’archetipo del poverə piccolə figliə di papà. Chloe è la tipica rappresentazione sessista della figlia ribelle, che si basa su una visione superficiale della vita da celebrità e l’abuso di alcol e droghe. Brandon soffre invece di un complesso di inferiorità nei confronti delle aspettative del padre, incarnando alla perfezione il trope dell’eroe con daddy issues. Una sorta di Caino e Abele dei giorni nostri, se vogliamo, che portano il fardello di vivere all’ombra di genitori piuttosto famosi. Entrambi si scontrano con il rigido Codice morale istituito dal padre (Tavole dei 10 Comandamenti, anyone?), che include una regola che vieta di uccidere supervillain. Questo sarebbe un ottimo spunto di riflessione circa argomenti oggetto di dibattito del mondo reale come la giustizia, la pena di morte, la violenza delle forza armate, la legittima difesa e l’incarcerazione. Peccato che Jupiter’s Legacy non scavi mai a fondo nella questione, generalizzando su quanto il ventunesimo secolo sia violento e pregno di conflitti come mai prima d’ora. La frase più profonda di Sheldon è letteralmente:“Il Paese non è mai stato così diviso.” Ok, boomer.

 

In mezzo a tutto questo, il tokenism (black/asian token muore per innescare un’evoluzione nel personaggio bianco di turno) e il white saviourism dominano indisturbati, ed è qui che una dichiarazione d’intenti da parte della serie sembrerebbe necessaria, se non dovuta.

Sheldon Sampson, aka Utopian, è un maschio bianco etero cis che incarna un modello di supereroe che, per quanto forte e radicato nella memoria collettiva, è destinato a crollare su se stesso di fronte a una società che muta nel tempo. Lo stesso si può dire per la famiglia basata sul modello patriarcale (di cui è pater familias) e per il Sogno Americano basato sul sistema capitalistico (di cui è araldo divino). Questo è piuttosto evidente dagli atteggiamenti che i membri dell’Unione hanno nei suoi confronti, dal rapporto con i figli e dai dubbi che arriva persino a sollevare persino sua moglie Grace. Niente di irrecuperabile Sheldon -non ti manderemo al rogo per questo- il problema è che manca un fondamentale elemento di risoluzione del sistema di cui sei vittima: l’autocoscienza/autocritica. Ogni volta che sembra di essere a un punto di svolta, infatti, la lente si sposta su altro: la mancanza di fede nel Codice, la società impazzita, un tradimento inaspettato che dà ad intendere che il vero male sia altrove. Insomma cara Netflix, si tratta della decostruzione del supereroe della Golden Age o, piuttosto, di una sua apologia?

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