Fatti Femminista,  Fatti Intrattenere,  Serie TV

Inventing Anna: decostruzione di una socialite

La nuova serie di Shondaland, il lunapark di idee della più famosa autrice e showrunner del mondo seriale contemporaneo Shonda Rhimes, approda oggi su Netflix.


Dopo il successo di Bridgerton, period dramedy multistagionale diventato in brevissimo la più grande hit di sempre della piattaforma, Inventing Anna si propone di raccontare una storia vera – “tranne per tutte le parti che sono completamente inventate” – basata sull’articolo “How Anna Delvey Tricked New York’s Party People” di Jessica Pressler.


Noi abbiamo visto i primi 6 episodi in anteprima e ti guideremo alla scoperta del caso della wannabe socialite più famosa della Grande Mela, Anna Delvey.

 

Julia Garner nei panni della sedicente ereditiera Anna Delvey

Chi è Anna Delvey?

Questo il grande quesito che Vivian Kent (Anna Chlumsky), giornalista del «Manhattan Magazine», cerca di risolvere nella speranza di dar vita ad un articolo in grado di rilanciare la sua carriera infangata da un brutto caso di fake news.


Chi si cela dietro Anna Delvey (Julia Garner), l’autoproclamatasi ereditiera tedesca di un impero finanziario? Come ha fatto ad ingannare banche, consulenti finanziari, celebrità, gallerie d’arte, la Fashion Week e la social élite di NY?


Dati alla mano, Anna Delvey – all’anagrafe Sorokin – classe 1991, è la figlia di un ex camionista e una cassiera di supermercato residenti a Domodevo, vicino Mosca. Trasferitasi con i genitori nei pressi di Colonia, in Germania, a sedici anni, dopo il diploma lascia il Paese in cerca delle propria strada. Si trasferisce a Londra e poi a Parigi, dove diventa stagista per «Purple Magazine», il magazine fondato da Olivier Zahm tramite cui inizia ad intessere la sua rete di contatti.


È qui, infatti, che nella sua testa inizia a prender forma il suo desiderio più profondo: smettere di essere la povera emigrata che spera di avanzare di un gradino nella scala sociale e vestire i panni della nuova It girl di NY, “the real f*cking deal”.


Grazie alle conoscenze acquisite durante il suo stage riesce ad entrare alla Fashion Week di New York, dove si mette in mostra ostentando una ricchezza del tutto fasulla e attira l’attenzione delle persone giuste che inseriscono nel circuito d’élite della metropoli.


Tra l’estate del 2013 e l’inverno del 2016 il suo nome è sulla bocca di ogni vip, veste le migliori firme, frequenta i locali più esclusivi, mangia in ristoranti di lusso.


Alloggia nel boutique hotel Howard 11 di Soho elargendo generose mance ai dipendenti in cambio di favori e inviti a feste frequentate da possibili investitori per il suo progetto: la Anna Delvey Foundation, una fondazione d’arte filantropica con club esclusivo e ristorante stellato.


Millanta un fondo fiduciario di ben 60 milioni di dollari falsificandone i documenti e creandosi un’identità fittizia, l’avvocato Peter W. Hennecke incaricato della gestione di suddetto patrimonio, al fine di ottenere liquidi e prestiti per il suo ambizioso piano, oltre agli accordi per affittare l’edificio ospite della fondazione.


Nel 2017 il castello di bugie inizia a crollare e a ottobre viene arrestata a Malibu per un debito di 300.000 dollari. Il processo del 2019 è un caso mediatico: Anna, accusata di frode e coercizione, si presenta nello stile che la contraddistingue, quasi noncurante della situazione, che prende come “esperimento sociale”. Confessa di essersi inventata tutto perché “stanca della perenne mancanza di soldi” e intenzionata a realizzare il suo sogno.


L’articolo sulla sua storia la consacra nell’immaginario socialite di New York e nel 2021 esce dal carcere per buona condotta.

 

Julia Garner nei panni di Anna Delvey (a sinistra). La vera Anna Delvey (a destra).

It’s a Man’s World

La serie di Shonda Rhimes, però, non si limita a un freddo documentario su ascesa e caduta di Anna Delvey, ma si basa piuttosto su una ricostruzione dei fatti che origina dagli occhi della giornalista Vivian Kent per poi balzare dallo sguardo di Anna a quello delle altre persone coinvolte, creando un turbinio di mezze verità, illusioni, false speranze, miraggi, inesattezze che immergono il pubblico in uno dei casi di scam più incredibili di sempre.


Il pilot si apre con una Anna narratrice, già virale dopo l’uscita dell’articolo, che, sulle note di Rich di Megan Thee Stallion, avverte chi la guarda: ”Presta attenzione, magari imparerai ad essere intelligente come me. Ne dubito, ma puoi sognarlo.”


Il mood dello show è subito chiaro: la soundtrack, la portata del caso mediatico, l’eccesso di sfarzo, il clima posh, sembrano richiamare a gran voce Bling Ring di Sofia Coppola.


Il tempo poi si riavvolge e torniamo ai primi anni di carcere di Sorokin, in cui Vivian Kent cerca di avvicinare lei e le sue amiche Neff (Alexis Floyd), Kacy (Laverne Cox) e Rachel (Katie Lowes) per scrivere quello che ritiene il pezzo della sua vita.


C’è una sorta di dualismo, un legame di mutua comprensione e sostegno che si instaura tra Anna e Vivian nel corso degli episodi. Sono entrambe partite come donne non ricche, hanno intrapreso percorsi estremamente differenti. Eppure, il loro sogno si è infranto a causa di una bugia (clamorosa nel caso di Anna; una fake news nel caso di Vivian) e di un piccolo particolare che le accomuna inesorabilmente: essere donne in un mondo capitalista governato da uomini.

 

Julia Garner nei panni di Anna Delvey (a sinistra) e Anna Chlumsky nei panni di Vivian Kent (a destra).

Una girlboss e il suo American Dream

Premessa necessaria: lo scheletro che sostiene la vision di Anna Delvey è senza dubbio una retorica girlboss che reitera le stesse dinamiche patriarcali per occupare posti di potere a discapito delle categorie oppresse che vengono calpestate pur di arrivare alla vetta. Non è solo questo però.


Un aspetto imprescindibile, che rende lo schema più complesso, è il vero cognome di Anna: Sorokin; la sua provenienza. Anna è un’immigrata fedele (o vittima?) dell’American Dream, il più grande inganno capitalista di tutti i tempi.


E Inventing Anna, per quanto visto, tenta di non scadere mai in una rappresentazione deumanizzante, unicamente accusatoria o, al contrario, idolatrante. Superata la facciata provocante, classy e intimidatoria, e dopo averne elencato i crimini, emerge l’immagine di una ragazza fragile ma determinata, prigioniera di una realtà aumentata non esclusivamente autoindotta, ma sostentata dalla società e dal sistema americano.


A offrire ancor più sfaccettature a questa personaggia sui generis è la clamorosa interpretazione di Julia Garner, già famosa per il suo ruolo di Ruth in Ozark.


Ospite al The Tonight Show di Jimmy Fallon mostra, con una dote fuori dal comune, come è stato possibile modulare la voce al fine di ottenere un accento che nascesse come russo per poi fingersi tedesco e infine mischiarsi a quello americano con lo slang della social élite newyorkese.


L’attrice, poi, racconta di quanto sia stato “meta” trovarsi di fronte alla vera Anna Delvey in carcere, con la giornalista presente, performando la parte per avere un feedback per migliorarsi, in una sorta di ping pong tra specchi.


Puoi recuperare l’intervista integrale qui sotto:

Julia Garner al The Tonight Show di Jimmy Fallon

 

Inventing Anna è interamente disponibile su Netflix con la prima stagione composta da 10 episodi.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

WordPress Cookie Plugin by Real Cookie Banner