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Il massacro dell’Algiers Motel: Noi o Loro

La scena è quella dei cosiddetti “Scontri di Detroit”, le rivolte violente della comunità nera che, tra il 23 e il 27 luglio 1967, infiammarono la città più popolosa del Michigan, e si conclusero con un bilancio totale di 43 morti (dei quali 33 soltanto neri). In un’atmosfera di tensione e animosità generali, un fatto violento verificatosi nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1967 era destinato a guadagnare rapidamente popolarità.

 
Algiers Motel, 1967 ca.

 

Gli omicidi dell’Algiers Motel 

Mentre mettevano in sicurezza un edificio nei pressi di Virginia Park, gli uomini della Guardia Nazionale intercettarono degli spari e, credendo di essere il bersaglio di un cecchino appostato ad una delle finestre dell’Algiers Motel, diedero l’allarme. La polizia di Detroit rispose alla richiesta di soccorso e si recò immediatamente sul posto. Ai poliziotti su unirono un contingente di militari, un gruppo di agenti della polizia di stato del Michigan e un addetto alla sicurezza nero, Melvin Dismukes. Gli agenti circondarono l’Algiers, per poi fare irruzione ad armi spianate. Una volta all’interno, la polizia avviò una perquisizione serrata, e gli ospiti del motel, 7 uomini neri e 2 donne bianche, vennero trascinati in corridoio e costretti a rimanere in piedi per ore, con le mani bene in vista e la faccia rivolta contro il muro. Quella che cominciò come un’operazione di polizia di routine, divenne ben presto un autentico rapimento. Gli uomini furono ripetutamente e brutalmente picchiati dagli agenti, che in seguito si accanirono sulle due ragazze. Julie Hysell e Karen Malloy furono spintonate e denudate, ma le intimidazioni non andarono a segno: i poliziotti pretendevano di conoscere il nome del cecchino che aveva terrorizzato la Guardia Nazionale, ma non c’era mai stato alcun cecchino all’Algiers Motel. Durante il brutale interrogatorio, le ragazze raccontarono agli agenti Senak, August e Paille che gli spari uditi dagli uomini della Guardia Nazionale erano partiti da una pistola da starter usata nelle competizioni sportive (e mai ritrovata), con la quale stavano giocherellando i loro amici neri prima dell’incursione della polizia. Spazientiti, i tre tutori della legge iniziarono ad interrogare singolarmente gli ostaggi. Il mattino seguente, i corpi senza vita di Aubrey Pollard, Fred Temple e Carl Cooper furono rinvenuti al primo piano. Per gli omicidi, furono arrestati in 4: Senak, August, Paille e Dismukes. Durante il processo, presieduto da una giuria composta da soli bianchi e quanto mai accidentato e scorretto, i ragazzi sopravvissuti al massacro testimoniarono contro i loro aguzzini. Per l’agente Ronald August, l’accusa fu di omicidio premeditato; per gli agenti Robert Paille e David Senak, fu quella di aver negato i diritti civili degli ostaggi, percuotendoli e minacciandoli a più riprese; Melvin Dismukes (il primo ad essere processato perché nero) venne, infine, accusato di aggressione aggravata. In tribunale, la versione dei poliziotti non rimase mai la stessa e il processo si concluse, senza troppa sorpresa, con l’assoluzione di tutti gli imputati. 

 

 

I tragici eventi dell’Algiers Motel sono stati ricostruiti dalla regista Kathryn Bigelow nel film del 2017 Detroit, una pellicola claustrofobica ed adrenalinica che inchioda lo spettatore alla poltrona dall’inizio alla fine. Nel cast del film, Will Poulter, Algee Smith, Anthony Mackie, John Krasinski e Hannah Murray.

 

 

Un processo ingiusto 

Le dinamiche del massacro restano poco chiare anche a oltre 50 anni dai fatti, ma la tragica conclusione del raid è talmente eloquente in sé stessa da far passare tutto il resto in secondo piano. Ciò che turba maggiormente di questa triste pagina della storia americana è, infatti, la disumanità e il razzismo dei tre agenti coinvolti. Le sopravvissute Hysell e Malloy raccontarono che ciò che sembrava indignare di più Senak e colleghi era il fatto di aver trovato nella stessa stanza due donne bianche e un gruppo di afroamericani. Dopo essersi arrogati il diritto di chiedere alle ragazze il perché preferissero i neri ai bianchi, i poliziotti le accusarono di essere due prostitute. Normalmente, l’Algiers era frequentato da spacciatori, prostitute e piccoli criminali, ma gli sfortunati protagonisti di questa storia non erano parte di quel mondo. Tra gli ostaggi, tutti ragazzi di bassa estrazione sociale di età compresa tra i 17 e i 26 anni, c’erano tre membri dei Dramatics, un gruppo soul locale, e un veterano di guerra recentemente rientrato dal Vietnam; tutti loro erano al motel solo per sfuggire alle rivolte che infuriavano nelle strade di Detroit. Tuttavia, fu la ferocia ingiustificata degli agenti di pattuglia e la loro tendenza a porsi al di sopra della legge ad atterrire maggiormente gli ostaggi: gli uomini alla guida della retata erano violenti, colpivano gli ostaggi con il calcio dei loro fucili, rivolgevano insulti razzisti ai ragazzi e offese a sfondo sessuale alle ragazze. Ma gli agenti avevano commesso il loro primo reato ancor prima di penetrare nell’Algiers: i poliziotti avevano, infatti, violato il  Riot Control Plan, che prevede l’impiego di agenti chimici quando si sospetta la presenza di un cecchino all’interno di un edificio. Nessun gas lacrimogeno fu lanciato all’interno dell’Algiers attraverso porte e finestre, ed esercito e polizia entrarono indisturbati nel motel, seminando il caos.

 

Algiers Motel

 

Il primo a morire fu Carl Cooper (17 anni), colpito fatalmente all’ingresso. Cooper fu la prima persona in cui si imbatterono gli agenti entrando, e in tribunale dichiararono di aver aperto il fuoco pensando che il ragazzo fosse il loro cecchino. Non molto tempo dopo, ebbe inizio il gioco pericoloso che avrebbe portato alla morte di Fred Temple e Aubrey Pollard. I ragazzi furono condotti in stanze separate dai poliziotti, dove questi spararono dei colpi in aria con uno scopo ben preciso: far credere a chi era rimasto in corridoio che i compagni fossero stati giustiziati e, convincerlo così, a confessare. Fred Temple (18 anni) fu la seconda vittima. In tribunale, Robert Paille confessò l’omicidio di Temple, ma dichiarò anche che l’agente Senak aveva sparato al ragazzo nello stesso momento; questa sua testimonianza venne poi dichiarata inammissibileIl terzo e ultimo a morire fu Aubrey Pollard (19 anni). August si assunse la responsabilità dell’omicidio, per poi cambiare versione e dichiarare di aver sparato per legittima difesa. Secondo l’agente, il ragazzo gli si sarebbe lanciato contro, ma le prove lo smentiscono. E’ verosimile, invece, che August non sapesse che quella dei proiettili sparati in aria fosse solo una tattica per ottenere una confessione, e che, quindi, Pollard sia morto per un tragico errore. Dopo aver lasciato l’Algiers Motel, i poliziotti si accordarono: la verità sugli omicidi di Cooper, Temple e Pollard non sarebbe mai venuta allo scoperto. Ma l’opera di insabbiamento ebbe vita breve. Se in un primo momento gli agenti non menzionarono neppure le morti dei tre civili nel rapporto sull’incursione all’Algiers, il 30 luglio fecero un’inattesa dichiarazione, secondo la quale i cadaveri di Temple, Cooper e Pollard erano già nel motel al loro arrivo. Gli esami forensi li smentirono: i proiettili erano stati sparati da fucili antisommossa, come quelli dati in dotazione alla polizia di Detroit. 

 

Algiers Motel
Da sinistra: Ronald August, Melvin Dismukes, Robert Paille e David Senak

 

Nell’agosto del 1967 cominciò il processo. Senak, August e Paille furono i primi poliziotti ad essere perseguiti legalmente per l’omicidio di un civile dopo decenni. August e Paille confessarono, ma l’assassinio di Carl Cooper rimase senza un responsabile. E’ probabile che ad ucciderlo sia stato l’allora ventiquattrenne David Senak, “Snake” per i colleghi, il capo dell’operazione e principale istigatore degli eventi violenti dell’Algiers Motel. Tuttavia, nonostante la grande risonanza mediatica e le prove a sfavore degli imputati, il caso fu archiviato. La comunità nera si dichiarò (a ragione) insoddisfatta del verdetto. Fu quindi, successivamente, istituito un tribunale popolare (al quale presero parte anche avvocati bianchi); tra i giurati figurava anche Rosa Parks, icona del movimento per i diritti civili. La giuria del tribunale popolare riconobbe la colpevolezza degli agenti, ma Cooper, Temple e Pollard non ottennero mai giustizia. I poliziotti David Senak e Roland August tornarono in servizio nel 1970. 

 

Estratto del New York Times
Algiers Motel
Cover del libro The Algiers Motel Incident, di John Hersey

 

La sommossa di Detroit 

Gli omicidi dell’Algiers Motel ebbero luogo nel terzo giorno di una delle proteste più feroci della storia americana. Gli scontri di Detroit (anche noti come Rivolta della 12th Street) scoppiarono la notte del 23 luglio 1967, dopo una retata della polizia in un bar senza licenza aperto oltre l’orario di chiusura. Il locale era nella sede della United Community League for Civic Action, un collettivo fondato nel 1964 con lo scopo di sostenere la comunità nera e i suoi leader politici locali. Negli uffici dell’associazione, 82 afroamericani stavano festeggiando il rientro di due soldati dal Vietnam. La polizia decise di arrestare tutti i presenti. Mentre gli agenti costringevano gli avventori del bar a salire sui furgoni della polizia, una piccola folla iniziò a radunarsi sul marciapiede in segno di protesta. In breve tempo, la folla si trasformò in una fiumana di gente inferocita. I poliziotti, presi alla sprovvista e in netta minoranza, inizialmente non reagirono. Quando Walter Scott III, il figlio diciannovenne del proprietario del locale, lanciò una bottiglia contro gli agenti, esplose la rivolta.

La notte del 23 luglio, i neri di Detroit si riversarono nelle strade in massa, le attività commerciali (di proprietà di bianchi e neri) vennero saccheggiate e i primi incendi appiccati. Durante la sommossa, furono saccheggiati dai negozi locali 2.498 fucili e 38 pistole. Gli afroamericani giravano armati, e non era inusuale che aprissero il fuoco contro poliziotti e vigili del fuoco. Regnava l’anarchia, e la crescente preoccupazione delle autorità portò l’allora governatore dello stato George Romney a dichiarare lo stato di emergenza a Detroit. Per far fronte agli scontri, furono mobilitati polizia e Guardia Nazionale. Nel giro di pochi giorni, la città diventò zona di guerra, con carri armati appostati ad ogni angolo, e i rivoltosi iniziarono ad essere condotti in centrale in massa, per un totale approssimativo di 7.200 arresti.

 

La rivolta infiamma le strade di Detroit
Un quartiere nero presidiato dalla polizia
Dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza

 

A rendere questa ribellione memorabile fu la reazione della gente, spontanea e totale. La rivolta non era stata premeditata, ma nel giro di pochi minuti fu appoggiata da tutti i neri della 12th Street, per poi allargarsi a macchia d’olio nel resto dei quartieri neri. Il malcontento si diffuse tanto rapidamente perché Detroit era sul punto di esplodere già da tempo. La comunità nera, messa in ginocchio dalla disoccupazione ed oppressa dallo spettro onnipresente della segregazione razziale, era, infatti, stanca di subire le continue angherie dei poliziotti bianchi. All’epoca dei disordini, la polizia di Detroit (una città composta per il 40% da neri) era al 95% bianca; su circa 6000 poliziotti, solo 100 erano neri. Lo scrittore afroamericano James Baldwin ha scritto nel saggio del 1966 A Report From the Occupied Territory che “la polizia trattava i neri come cani”, li perseguitava e insultava costantemente.

 

 

I fatti dell’Algiers Motel hanno dimostrato come l’ostilità e la paura dei neri nei confronti della polizia fossero del tutto giustificate. Secondo John Hersey, autore del libro The Algiers Motel Incident, gli agenti Senak, August e Paille uccisero i tre ostaggi perché afroamericani. Hersey ha scritto a proposito del movente razzista degli omicidi:

 

“Furono uccisi perché gli agenti li credevano dei protettori, perché li consideravano dei delinquenti, perché stavano amoreggiando con delle ragazze bianche… per essere, in definitiva, giovani uomini neri e parte dell’esplosione della Black Rage di quel periodo.”

 

 

Alla luce di queste considerazioni, non stupisce che David Senak avesse sparato e ucciso un afroamericano disarmato il 24 luglio, appena qualche ora prima del massacro dell’Algiers. L’uomo, il 34enne Joseph Chandler, era stato braccato dalla polizia dopo aver saccheggiato un negozio. Senak non fu punito per l’omicidio di Chandler e, due giorni dopo gli eventi dell’Algiers, sparò e uccise un altro rivoltoso, sostenendo in seguito di aver creduto che l’uomo stesse per estrarre una pistola. Il punto di vista di Senak, descritto dal sopravvissuto Lee Forsythe come “il peggiore degli agenti”, è tanto evidente quanto inquietante: il potere dell’autorità non può essere contestato o sfidato in alcun modo e la violenza, se adoperata da un tutore della legge, è sempre giustificabile

 

Cos’è cambiato? 

Sono passati oltre 50 anni dalla strage dell’Algiers Motel, ma il volto dell’America di oggi non sembra essere tanto diverso: gli USA sono ancora il Paese in cui le esecuzioni di Carl Cooper, Fred Temple e Aubrey Pollard vennero definite in sede processuale “omicidi giustificabili”; un Paese intrinsecamente razzista in cui tre agenti di polizia inchiodati dalle prove forensi (le autopsie dimostrarono che, al momento della morte, i tre ragazzi erano in posizioni non aggressive, e che i proiettili che li avevano uccisi erano stati sparati da breve distanza) furono assolti dall’accusa di omicidio. Nell’epoca del Black Lives Matter, a quasi 60 anni dalla promulgazione del Civil Rights Act, l’America non cessa di balzare agli onori della cronaca per i pestaggi e gli omicidi di uomini e donne neri commessi dalle sue forze di polizia. Le statistiche rivelano che i cittadini neri muoiono per mano della polizia due volte di più dei cittadini bianchi. I numeri parlano chiaro: ancora oggi, i poliziotti americani continuano ad essere aggressivi, ad abusare del proprio potere, ad uccidere indisturbati e, nel peggiore dei casi, impuniti. L’omicidio di George Floyd, che nel maggio 2020 ha indignato il mondo intero e scatenato centinaia di proteste anti-razziste negli USA, ha bruscamente portato all’attenzione dei media una realtà tutta americana che non cessa di mietere vittime. 

 

 

Le storie di questi uomini e donne meritano di essere ricordate, i loro nomi urlati, le loro voci ascoltate. Freddie Gray, George Floyd, Gregory Gunn, Natasha McKenna, Breonna Taylor. Elencarli uno per uno sarebbe impossibile; ma tutte le loro morti dimostrano che, oggi come negli anni Sessanta, la comunità nera è e non ha mai smesso di essere sotto attacco. Tuttavia, i neri americani resistono, sempre impavidi, orgogliosi e appassionati. Resistono, attraverso l’arte, il cinema, la scrittura, la musica, la danza. Resistono, scendendo in strada a chiedere uguaglianza e giustizia in nome dei loro fratelli e sorelle caduti. Negli Stati Uniti, le proteste contro la brutalità della polizia sono sempre più numerose, manifestazioni non violente in difesa della dignità di una fetta consistente della popolazione americana stanca di subire il razzismo sistemico delle autorità; stanca di essere emarginata e trattata con sufficienza, o peggio, indifferenza; stanca di morire per il colore della sua pelle. 

 

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