Fatti Attuali

I “Margini” ai tempi del Covid-19

La Brigata – Unità di Strada: come un gruppo di giovani ha deciso di rendere vero il detto “nessuno si salva da solo”

Quante volte vi è capitato di passeggiare e di scorgere in un angolo un sacco a pelo arrotolato, in attesa del suo proprietario? Immagino troppo spesso. Ma ancora, quante volte vi siete chiesti a chi appartenesse? Ad oggi, nell’immaginario comune, il proprietario di quel sacco a pelo e di quelle coperte non può che essere uno dei tanti senzatetto che abitano le strade delle nostre città.

Vi faccio un’altra domanda: vi siete mai chiesti chi fosse quel senzatetto? Quali fossero i suoi pensieri, le sue speranze e, più di tutto, vi siete mai chiesti se queste persone provano paura? Vi siete mai chiesti che tipo di emozione si annida dentro di loro? Li avete mai guardati come persone, prima di guardarli come senzatetto?

Lo so, sono molte domande, ma a cos’altro avrei potuto pensare durante una notte qualsiasi della seconda settimana di lockdown a marzo, mentre affacciata alla finestra guardavo un uomo seduto sulle sue coperte che giocava sconsolato al telefono?

Così nasce la mia voglia di ascoltare e approfondire le storie di questi uomini e trovo un bellissimo spunto nell’iniziativa portata avanti da un gruppo di miei concittadini salernitani. Decido di incontrarli e di provare a capire in che cosa consista questa iniziativa e come sia nata “La Brigata”. Già il nome mi fa immaginare un gruppo di banditi, non quelli cattivi, più la versione moderna di Robin Hood, ma senza rubare.

Cosa fanno i ragazzi della Brigata e chi sono? Loro si definiscono “Un gruppo di giovani volontari particolarmente organizzati” che ogni sabato prepara pasti caldi per i meno fortunati. È in attivo dal 2019, precisamente da gennaio. Ci tengono a ricordare che era un inverno particolarmente rigido, il che evidentemente li aveva portati a pensare a come avrebbero fatto le persone che vivevano in strada a sopravvivere alle notti fredde di quell’inverno.

La prima cosa che mi viene da chiedere, per cercare di immedesimarmi al meglio, è di raccontare come, sia loro che i loro Amici, hanno vissuto questo momento e come persone che già vivono nella solitudine hanno affrontato una situazione che ha messo in ginocchio la popolazione mondiale.

Amici: così ho deciso di chiamare i senzatetto che La Brigata aiuta, perché dalle loro parole si percepisce un forte sentimento di calore familiare

Parla Giuseppe, un ragazzo di 24 anni che nella vita fa il grafico.

Era difficile per loro comprendere il distanziamento, cosa significa non poter dare una mano, non poter chiacchierare o la necessità di dover lasciare il pasto a più di un metro di distanza. […] Più di tutto, mi è dispiaciuto vedere i loro occhi tristi nel perdere questo spiraglio di normale socializzazione.

Giulia e Claudia ci raccontano di come è cambiato il rapporto con i passanti.

Se già l’emarginazione è un fenomeno che li colpisce in maniera particolare, ad oggi gli sguardi sprezzanti o di indifferenza sono accompagnati dalla paura: “Il Covid li ha esposti ancora di più, le persone spesso non si avvicinano proprio per paura, perché vengono considerate sporche e quasi un veicolo della malattia. Senza pensare che “veicolo” può essere anche un caro amico che si lava le mani ogni 10 minuti. […] La loro paura principale, secondo la mia esperienza, è proprio quella di ritornare a quel momento, a quella sensazione di abbandono e di desolazione che percepivano quando alle tre di notte non passava neanche un’auto o uno scooter. La solitudine che hanno percepito è stata deleteria psicologicamente. Non ci si crede, ma dormire in una strada isolata, per loro è stato quanto di più difficile da reggere.

Le loro storie sanno di ignoto, mi fanno sentire quasi colpevole di non conoscere bene questo mondo, questa parte della società che viene definita “margini” e che nella mente di quasi tutti noi è un posto da cui rifuggire. Per me, dopo aver parlato con La Brigata, sono diventati dei confini, non più dei margini. Perché se ci si riflette, i confini sono anche quella parte che può proteggere e non per forza dividere.

E infatti, quando ho chiesto a Giuseppe come è cambiata la sua vita grazie a questa esperienza mi ha risposto “Io non mi sento mai solo. Quando torno a casa la sera, mi capita spesso di incrociare e scambiare una chiacchiera con chi incontro nel giro del sabato sera. Mi sento sempre circondato.

Nelle parole dei ragazzi della Brigata ritrovo un ulteriore spunto di riflessione: quanto è sottile la linea che ci fa passare dall’avere tutto al ritrovarci con quei pochi oggetti in mezzo alla strada, che vanno a rappresentare tutta la nostra vita?

Sono le parole di Matteo, uno studente di 27 anni, che mi hanno reso possibile un’immedesimazione più profonda:

“[…]Parlare, confrontarmi con loro, mi ha aiutato a consolidare l’idea che non si può valutare la società nella quale viviamo senza avere dentro il tuo punto di vista, almeno in piccola parte, la loro visione, quella di chi vive ai margini, di chi è invisibile, di chi è l’ultima ruota del carro e sta alla base di una piramide sociale. Nonostante tutti i discorsi, finché non si tocca con mano quello che davvero vivono queste persone, non si potrà mai avere una fotografia reale di come è composta la nostra società. Non si avrà mai chiara la semplicità che ci porta a valicare quella linea sottilissima oltre la quale si trova il nulla, in parte per errori personali, in parte per mancanze delle istituzioni (anche se non sto qui a fare denunce e individuare un’istituzione in particolare). Ci sono diverse responsabilità: quella collettiva e quella personale. E così come lo slogan “nessuno si salva da solo” vale per loro, in realtà vale in maggior misura per noi che potremmo fare molto di più… ad esempio potremmo non girarci dall’altra parte.”

Si pensa sempre che i senzatetto siano solo senzatetto, ma non ci si chiede mai del processo: cosa si nasconde dietro o com’era la loro vita precedente. Chiedo qual è l’emozione che i ragazzi della Brigata percepiscono più spesso.

Giulia ci racconta della sua personale sensazione: “Hanno la volontà di mantenere una dignità, spesso non vogliono chiedere aiuto ai propri familiari, hanno una caparbia volontà di farcela da soli, per mantenere l’integrità e il pudore agli occhi di chi li ha cresciuti o agli occhi di un fratello o ancora di un figlio. Gli è più facile ricercare aiuto da chi non si conosce per non dover ammettere a se stessi di aver, in un certo qual senso, “perso” davanti ad alcune sfide della vita. La vergogna di essere caduti, di aver fallito, ma anche di aver perso gli affetti. La vergogna di chiedere aiuto, insieme all’orgoglio, crea un mix letale che li porta spesso alla rassegnazione.”

La domanda mi viene spontanea: “esiste in loro una volontà di riscatto?”.

Per rispondermi, i ragazzi hanno deciso di raccontarmi la storia di un loro Amico, che per rispetto nei suoi confronti chiameremo solo con l’iniziale.

S. è uno degli utenti che abbiamo seguito più da vicino. S. è un uomo adulto di nazionalità estera che, a causa dell’aggravarsi di una seria patologia, non ha potuto continuare a lavorare e presto si è trovato in una situazione di forte indigenza. Dopo averlo convinto a lasciare la strada e spostarsi in un dormitorio, abbiamo avuto la possibilità di curarlo e fargli visita più spesso, stringendo un rapporto di fiducia. Dopo qualche tempo ci ha confidato la volontà di riagganciare i rapporti con la sua famiglia di origine, da cui è tornato a vivere recentemente.

Questa intervista per me ha rappresentato un momento di riflessione e di scoperta dei “margini”, per ricordarci di non lasciare mai indietro nessuno. Per far sì che quella base della piramide, di cui parla Matteo, possa diventare fondamenta su cui erigere una società fatta di inclusione.

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