Fatti Attuali

Eurovision Song Contest: la Champions League della musica europea

Nasce nel 1956 l’idea dell’Eurovision Song Contest, su proposta dell’allora direttore generale della RAI, Sergio Pugliese. In quegli anni, l’Europa, che era ancora un continente dilaniato dalle conseguenze della guerra, prova a lasciarsi alle spalle il periodo più buio della sua storia. E’ in quest’ottica che si tenta di promuovere l’amicizia tra i popoli europei e si imbastiscono collaborazioni tra gli stati, cha vanno da importanti organizzazioni di stampo politico-economico (la Comunità Economica Europea nascerà infatti un anno dopo), fino ad arrivare al mondo dello spettacolo e della tv.

 

L’Eurofestival (così come lo chiamiamo noi italiani) è una grande festa musicale, seguita in diretta simultanea, in più paesi, grazie al mezzo televisivo. Bisogna partire proprio dalla TV per comprendere la genesi dell’Eurovision. L’ente organizzatore, infatti, è l’EBU (European Broadcasting Union), il consorzio che riunisce le televisioni pubbliche d’Europa e del bacino del Mediterraneo, a cui aderiscono 43 paesi: tuttavia, i partecipanti hanno ormai valicato i confini del vecchio continente, tanto che dal 2014 è in concorso anche l’Australia, che ha trasformato così questa manifestazione in un vero e proprio evento globale, seguito da centinaia di milioni di telespettatori sparsi in tutto il mondo.

 

Per quanto riguarda il nostro paese, l’Eurovision è inizialmente relegato ad una nicchia di stoici appassionati, che continuano a seguire la manifestazione anche quando la RAI autoesclude l’Italia dalla partecipazione, dal 1998 al 2010, adducendo questa scelta alle più disparate motivazioni – una meno convincente dell’altra. Credo che semplicemente non ci fosse più un grande interesse nei confronti di quest’evento, nonostante il ruolo in prima linea del nostro paese nella nascita dell’Eurofestival, data la spiccata somiglianza con il Festival di Sanremo. A differenza del festival italiano, però, quello europeo si struttura con dei ritmi televisivi più rapidi (basti pensare che nella finale si esibiscono 26 artisti e si conosce il vincitore non molto dopo la mezzanotte, utopia per il Festival di Sanremo, che è noto per le sue serate dalla durata indefinita). Più musica e meno siparietti d’intrattenimento, è questo il modus operandi dell’Eurovision. Viene strutturato in tre serate, due semifinali e, per concludere, una finale che dal 2016 viene trasmessa in onda su Rai1. Il passaggio al più importante canale della rete televisiva pubblica ha permesso di allargare considerevolmente il bacino di telespettatori italiani.

 

Nel 2011 l’Italia torna nuovamente sul palco dell’Eurofestival, dopo una lunga assenza, con Raphael Gualazzi che si posiziona secondo. Da allora sono diversi gli artisti che si sono esibiti di fronte al pubblico dell’Eurovision, Nina Zilli, Marco Mengoni, Emma, Il Volo, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Ermal Meta e Fabrizio Moro, Mahmood (che sfiora la vittoria e per poco non sorpassa l’olandese Duncan Laurence) ed infine Diodato, che ha potuto solo registrare una magistrale esibizione all’Arena di Verona, in quanto il 18 marzo 2020 l’Eurovision viene cancellato per la prima volta nella sua lunghissima storia. Un ennesimo triste primato che la pandemia causata dal Covid-19 ha posto davanti gli occhi di tutti.

 

Le esibizioni dei cantanti dell’Eurovision sono accompagnate da coreografie, fuochi d’artificio, giochi di luci: ogni performance musicale viene spettacolarizzata, per essere il più incisiva possibile e restare impressa nella mente del pubblico, che con il suo voto incide per il 50% nella proclamazione del vincitore. Il palco di questo festival è una preziosa vetrina per artisti di numerosi paesi europei; infatti a meno che non siate dei seriali talent scout musicali trovo difficile scoprire abitualmente cantanti ucraini, maltesi, islandesi o tedeschi, come invece avviene durante le serate dell’Eurovision.

 

Un mix tra una grande festa e una competizione “sportiva”, descriverei in questo modo l’Eurofestival: perché se da un lato c’è la voglia di divertirsi e di condividere la passione per la musica, dall’altro il tifo è sfegatato. Iconico è il parterre con le bandierine delle nazioni che sventolano, in cui sostano i cantanti dopo la loro esibizione e durante lo spoglio delle votazioni.

 

L’Italia ha all’attivo tre vittorie: la prima nel 1964 con “Non ho l’età (per amarti)” di Gigliola Cinquetti e la seconda nel 1990 con Toto Cutugno e la sua “Insieme:1992”. Quest’anno c’è stato il passaggio di testimone con il trionfo, in un sofferto finale Italia- Francia-Svizzera, di “Zitti e buoni” dei Maneskin che hanno conquistato sia l’ambito microfono di vetro, sia una popolarità che non conosce eguali nella storia dell’Eurovision. Ci sono tutti i numeri per trasformare il successo della band romana in un vero e proprio fenomeno continentale: il video su Youtube con la performance della serata finale dell’Eurovision di “Zitti e buoni” ha raggiunto infatti 40 milioni di visualizzazioni in poco più di una settimana e la canzone è rimasta per giorni intorno alla decima posizione di Spotify Global 200

 

Come da tradizione, sarà l’Italia, essendo la nazione di provenienza degli artisti vincitori, il paese ad ospitare l’edizione del 2022 dell’Eurofestival. Dopo Roma e Napoli, le due città in cui in passato è stata organizzata la manifestazione, le altre candidate sono state Bologna, Rimini, Pesaro, Milano e Torino. Alla fine, è stata quest’ultima ad essere stata designata come città ospite. Invece, è ancora incerta la nomina dei presentatori: trapelano voci su Alessandro Cattelan, Mika, Chiara Ferragni, ma nulla è ancora deciso. Quel che è certo è che sentiremo finalmente su un palco italiano, l’emblematica frase: “Good evening, Europe!”

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