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Elden Ring, rialzarsi dopo la sconfitta: riflessioni di una giocatrice alle prime armi con i Souls

Uscito lo scorso 25 febbraio, Elden Ring è ormai sulla bocca e nelle librerie di tutte e tutti. A spingere un così alto numero di utenti, spesso alle prime armi con questo genere di giochi, ad avventurarsi nel mondo di gioco dell’Interregno è una commistione dovuta probabilmente all’unione della formula del genere Souls con quella dei giochi open world. L’avere una mappa aperta accessibile praticamente senza limiti stuzzica il palato di molti e molte e può aiutare ad approcciarsi ad un titolo con meccaniche di gameplay piuttosto serrate. Nella mia cerchia, ad esempio, diverse persone che non avevano mai giocato ad un titolo targato From Software prima di adesso sono ormai perse in ore di gioco in compagnia del Senzaluce, protagonista della vicenda. Curiosamente, tutti hanno affermato che l’open world “è magnetico e non riesci a staccartene”. Nel mio caso, avere la possibilità di esplorare l’Interregno con la massima libertà non è l’unico fattore che mi ha convinta a tentare l’approccio ai Souls.

 

Immagine presa da bandainamcoent.eu

 

Iniziando con il piede sbagliato

Partiamo dal presupposto che la mia prima esperienza con i titoli From Software è stata una disfatta totale. Mi consola sapere di non essere la sola ad aver sperimentato la difficoltà di questi giochi e ad aver fallito miseramente ma ammetto, dopo anni di riflessioni e di svariati tentativi, la “colpa” non è del gioco. Uso questo termine, “colpa”, in maniera impropria, poiché non ci sono meriti e demeriti relativi alla capacità di approcciarsi ad una tipologia di giochi piuttosto che ad un’altra. Il panorama videoludico si caratterizza per molteplici generi e strutture e, ovviamente, non tutti dobbiamo cavarcela bene con tutto. Questa osservazione, per quanto banale possa sembrare, si trova spesso applicata proprio al genere dei Souls e nello specifico, ai titoli della software house di Hidetaka Miyazaki, proprio per la codifica e l’elaborazione di un genere che, per combat system e level design, propone un’esperienza di gioco notevolmente stimolante rispetto alla media dei prodotti videoludici.

 

Parliamo di titoli che presentano un gameplay impegnativo, che richiedono una certa abilità ed attenzione da parte dell’utente e che, spesso e volentieri, adotta un approccio severo e punitivo, tanto nei combattimenti quanto nell’incauta ed avventata esplorazione.

 

La morte è tua amica

Riflettendo sull’argomento spesso mi sono soffermata a pensare che nei Souls il game over è parte integrante dell’esperienza di gioco. A mio avviso questo è forse il più grande, ma non certamente l’unico, merito dell’esperienza proposta dal genere: il “normalizzare” il fallimento e la morte del/la protagonista. Espandendo il concetto anche al di fuori del combattimento, i titoli From propongono un setting sostanzialmente ostile e aspro: che siano nemici o personaggi non giocanti, gli esseri che popolano i mondi di gioco di Miyazaki sono caratterizzati da un’affascinante estetica decadente e fatiscente. Pertanto, l’atmosfera effettivamente ostile ma di conseguenza stimolante delle ambientazioni e delle creature che le abitano ci mette quindi a confronto, in maniera alquanto impattante, con l’inevitabilità della sconfitta durante la nostra avventura. La morte diventa una componente vera e propria dell’opera, essa è parte attiva della nostra esperienza.

 

Immagine presa da bandainamcoent.eu

L’inevitabile sconfitta

Ritornando per un momento all’inizio di questa riflessione, l’utilizzo della parola “colpa” fa riferimento ad un sentimento che io, in quanto videogiocatrice, ho provato quando, dopo i primi timidi tentativi su Dark Souls, ho deciso che il gioco non faceva per me, che era troppo difficile e che mi procurava troppa frustrazione. Di conseguenza ho deciso di metterlo da parte, e nel compiere questa scelta ho provato un senso di colpa inizialmente ed erroneamente attribuito al gioco stesso, alla sua difficoltà eccessiva, alla sua rigidità e alla depressione sorte dalla caratterizzazione dell’ambientazione. Per anni ho poi mantenuto alto lo stendardo di quella frangia di videogiocatrici che scansavano tutti i successivi prodotti targati From Software ostentando anche una certa superiorità intellettuale, ripetendo il mantra del “non mi posso stressare così tanto per un gioco”. Tuttavia, con il passare degli anni ho capito che quel senso di colpa che provavo non era correttamente indirizzato. Puntavo il dito verso la struttura videoludica del prodotto per evitare di puntarlo contro di me, la colpa che provavo era nei miei confronti. Il senso di sconfitta trasmesso da quelle prime ore di Dark Souls mi aveva gettato nello sconforto, permeandomi di un senso di incapacità che non volevo assorbire. Mi sono quindi totalmente distaccata dal genere, ostentando una tracotanza intellettuale moderatamente campata in aria, seppur covando un senso di colpa per non aver reagito e affrontato la sconfitta che il gioco mi aveva inflitto. Ripensandoci a mente lucida, in quel periodo della mia vita non avevo voglia di cimentarmi con un’esperienza ricreativa che mi esponesse così tanto alla sconfitta e alla morte, che mi sfidasse e imponesse di impegnarmi per giocare. Per anni, in effetti, ho scelto poi di dedicarmi a titoli di tutt’altro stampo, con tantissimi altri meriti, ma che presentavano tutto sommato una difficoltà più bassa.

 

Immagine presa da bandainamcoent.eu

Quando scegliamo di rimetterci in gioco

Poi, ad un certo punto, mi sono lasciata stuzzicare dall’estetica e dalla conduzione artistica di Elden Ring, le quali mi hanno finalmente portata ad approcciarmi ai titoli From, superando anche i miei primitivi preconcetti. Come già sottolineato in precedenza, uno dei più grandi meriti dell’ultimo titolo di Miyazaki è proprio la struttura Open World che, a mio avviso, rende il gioco più appetibile anche ad un pubblico neofita dei Souls. La soluzione proposta in Elden Ring è densa di contenuti squisitamente variegati che portano l’esperienza di gioco ad un arricchimento decisamente qualitativo piuttosto che quantitativo. Ciò non è scontato, poiché in molti casi la sconfinata mappa totalmente esplorabile e percorribile tipica dei titoli open world può anche scoraggiare ed esasperare gli/le utenti, in una formula in cui ci si ritrova con uno spazio immenso da esplorare ma spesso riempito di contenuti piatti e poco originali. Nel caso di Elden Ring, l’avere la possibilità di prendersi una pausa dalle zone più claustrofobiche e serrate dei Dungeon lineari ed esplorare gli spazi aperti delle varie zone dell’Interregno è ciò che mi ha convinto a fare un concreto tentativo con i Souls. Sia chiaro, anche le ore passate “all’aria aperta” sono state ricche di contenuti piuttosto stimolanti e sfidanti, ma essere in grado di scappare e dileguarsi quando le cose si mettono male ha convinto anche una videogiocatrice timorosa come me. Sono ben lontana dal finire il gioco, e queste sono solo delle prime considerazioni assolutamente personali per offrire un punto di vista di un’utente che di Souls, fino a qualche tempo fa, non ci capiva niente.

 

Le meraviglie del possibile

Rimettendo quindi insieme l’idea dell’inevitabilità della sconfitta e delle possibilità offerte dal vasto mondo di gioco, ciò che mi ha spinto a voler mettere per iscritto queste riflessioni è la voglia di mettermi in gioco che mi sta dando questa esperienza. La sconfitta, il game over, il ricominciare da capo non sono altro che nuove opportunità di rialzarsi e riprovare, di imparare dai propri errori. Ogni nuovo tentativo di avanzare in un dungeon, di sconfiggere un nemico o un boss è un’occasione per tentare di migliorarsi e di fare meglio, e mi accorgo che, in generale, ogni volta va sempre un pochino meglio rispetto alla precedente. L’altro grande, specifico, merito di Elden Ring, ma più in generale dei giochi Souls, è il senso di sfida di fronte al quale mi pone. Nel momento in cui ho realizzato questa cosa, ho capito che a cambiare non sono stati solo i miei gusti videoludici, ma più in generale il mio modo di reagire alle avversità.

 

Immagine presa da bandainamcoent.eu

 

In sostanza, forse i nostri gusti videoludici mutano quando noi stessi operiamo dei cambiamenti sul nostro carattere e sul nostro modo di fare. La prima volta che ho giocato a Dark Souls ero in un momento della mia vita in cui non avevo voglia di confrontarmi con la morte e con le difficoltà, mentre adesso è proprio il livello di sfida e di abilità che mi propone Elden Ring che mi tiene incollata allo schermo. Mi capita spesso di essere sconfitta più e più volte sempre nello stesso punto, eppure ad ogni nuovo tentativo faccio sempre le cose un po’ meglio. La frustrazione rimane, ma ad essa si uniscono una determinazione e una soddisfazione, una volta superato lo scoglio, che mi riempiono il cuore.

 

In conclusione: avere la possibilità, di fronte alle avversità, di rialzarmi e riprovare è il motore che mi spinge a mettermi in gioco, a correre dei rischi, a non adagiarmi. Non è cosa da poco, per un videogioco.

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