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Elden Ring e il senso di appartenenza: solitudine e unione

Dopo circa cento ore passate ad esplorare l’Interregno, credo di poter affermare con ragionevole certezza di aver più che scalfito la superficie di ciò che il gioco può offrire. Sia chiaro, sono ben lontana dalla fine della quest principale di Elden Ring, ma ho una buona conoscenza geografica di gran parte del mondo di gioco. Dopo aver già confidato le mie considerazioni iniziali in merito a quest’opera e al genere (quello dei Souls) a cui appartiene, ho deciso di volermi concentrare un po’ più in profondità sull’aspetto emotivo che sta caratterizzando quest’avventura.

 

Trovo che Elden Ring mi stia suscitando diverse emozioni: dalla paura all’entusiasmo, dalla curiosità alla già citata frustrazione, sentimenti forti provati nella la stessa intensità. C’è, però, una sensazione che mi ha accompagnata più di tutte le altre: la solitudine. Nella prima parte di questo “diario di viaggio” ammettevo che probabilmente, poiché mi trovavo in un periodo della mia vita non troppo sereno, non avevo voglia di confrontarmi con un’esperienza stimolante e frustrante come quella che offrono i Souls.

 

In maniera simile mi trovo oggi ad avere molto a che far con la solitudine sia fisica che emotiva; questa condizione mi porta ad affrontare Elden Ring ed il senso di solitudine che mi trasmette in maniera approfondita ed interessante. Allo stesso tempo però, affianco alla mia esplorazione in solitaria delle session di co-op con amici e amiche che mi stanno facendo apprezzare gli evidenti pregi che offre il multiplayer. Giocare online assieme ad altri utenti non è mai stato il mio pane quotidiano, ma devo ammettere che affrontare il gioco in compagnia è gratificante oltre che necessario per me che non sono così forte nei Souls.

 

L’isolamento nella vastità dell’Interregno

Il primo impatto con la vastità dell’Interregno è stato, per me, devastante. Non posso definirmi una grande appassionata del genere open world (videogiochi con una vasta mappa aperta e liberamente esplorabile dall’utente): spesso la grandezza degli spazi raggiungibili mi provoca un senso di sconforto e dispersione che rendono l’esperienza sopraffacente. Stranamente, però, questo non avviene con Elden Ring e anzi, i giganteschi spazi aperti dell’Interregno mi suscitano, o forse mi incutono, un solenne senso di rispetto e ammirazione.

 

Il primissimo sguardo a Sepolcride, la regione dove inizia la nostra avventura, lascia perfettamente intendere la grandezza tanto della mappa, quanto dell’impresa che andremo a compiere in Elden Ring. Ci troviamo di fronte ad una regione collinare con delle sfumature di colori autunnali che sembrano suggerire la caducità ed il decadimento del mondo di gioco. L’opera è infatti ambientata in un regno frastagliato e squassato da lotte di potere: rimane ben poca vita nell’Interregno, come in un bouquet di fiori che sta appassendo. Questa decadenza avanzante mi ha fatta sentire fin da subito parte di una grande storia che stava arrivando alla fine del suo corso. In qualche modo, mi sono sentita come se avessi impersonato Frodo nella sua missione di gettare l’Anello nel Monte Fato vestendo i suoi panni non dalla rigogliosa Contea, ma dall’ingresso a Mordor.

 

In Elden Ring, mi sono ritrovata in un mondo già ampiamente vissuto, devastato, al tramonto dei suoi giorni. Tutto questo ha provocato in me un forte di senso di solitudine. Mi sono lasciata immergere così tanto in profondità da fare mio quel senso di isolamento che si prova esplorando la mappa. Sia chiaro, l’Interregno è densamente popolato di creature avverse e non. Tuttavia, nella mia esperienza rimangono più impresse le cavalcate in solitaria nelle vastità dell’Altopiano di Altus o di Liurnia Lacustre.

 

Immagine presa da eldenring.wiki.fextralife.com

Gli NPC e il fascino delle loro apparizioni

Quando ci si ritrova a vagare per dei territori così vasti e densi di pericoli, incontrare un volto, se non amico quanto meno non ostile è un evento sorprendente. Elden Ring, ma più in generale i titoli sviluppati da From Software, sono famosi per avere una narrazione criptica e limitata. Spesso l’ambiente e i personaggi dicono più della storia del gioco che non i dialoghi e i contenuti scritti. Anche questa per me è stata una novità, abituata come sono a giocare per lo più ad opere dense di contesto e lore, spiegato in maniera chiara.

 

Trovandoci in una situazione diametralmente opposta, gli incontri con gli NPC (personaggi non giocanti) sono importanti per carpire informazioni preziose tanto dai dialoghi quanto dalle loro apparenze e dal luogo in cui li incontreremo. La stragrande maggioranza di questi personaggi ci condurrà poi a svariate missioni secondarie che ci porteranno in aree ancora più remote ed affascinanti dell’Interregno.

 

Durante le primissime fasi di Elden Ring ci capiterà di imbatterci in due figure tra le più suggestive dell’opera: Renna e Fia. La prima si presenta come una creatura umanoide dall’incarnato azzurro vestita da maga. Il suo aspetto, il viso gentile e il tono di voce pacato suscitano un senso di malinconia, di caducità ed impermanenza che mi hanno fatto subito empatizzare con lei e con il suo personaggio al punto da volermi dedicare anima e corpo alla sua questline.

 

Anche il secondo personaggio, Fia, mi ha colpita particolarmente anche se per ragioni differenti. Si tratta di una donna ammantata di nero, il cui viso non ci viene praticamente mai mostrato nella sua interezza. La troviamo nell’hub centrale del gioco, la Tavola Rotonda, seduta sul letto in una camera sontuosamente decorata. Fia e la sua storia, diversamente da quella della maga, suggeriscono una malinconia di tutt’altro tipo: seducente nell’aspetto e nella voce, criptica e intrigante nei suoi dialoghi, capiamo da subito che si rapporta a noi con una complicità a metà tra amore passionale e dedizione materna. A completare, poi, la suggestività di questa figura è il suo rapporto, anch’esso duplice nella sua natura tanto seducente quanto accudente, con la morte. La mia esperienza con Elden Ring non si riduce, però, all’esplorazione dell’Interregno e dei suoi abitanti in solitaria.

 

Immagine presa da nerdpool.it

Quando l’unione fa la forza

Quest’opera risulta, nella mia esperienza, pioneristica sotto vari punti di vista: non solo mi ha consentito di appassionarmi al genere dei Souls, mi ha anche permesso di (ri)avvicinarmi alla modalità multiplayer. Trattandosi di un gioco molto più difficile dello standard a cui ero abituata, in numerose occasioni mi sono lasciata aiutare da molti amici e amiche ben più esperti di me.

 

L’impostazione stessa della modalità multiplayer asincrono in tutti i Souls è certamente intrigante, non è certo una novità per chi ha già molta familiarità con il genere, ma nel mio caso si è rivelata una totale rivoluzione. Ho scoperto la genesi di questa modalità in una puntata di questo podcast, di cui consiglio assolutamente l’ascolto nella sua interezza. Si tratta di una forma di multiplayer che prevede l’intervento online di altri utenti sia in forma collaborativa che competitiva.

 

Nel mio caso, trovandomi spesso in difficoltà nell’affrontare molti momenti e boss di Elden Ring, ho potuto usufruire dell’intervento dei miei amici, assieme ai quali ho potuto condividere le fatiche e le gratifiche che il gioco ha da offrire. Di fatto ho potuto quindi affrontare molti scontri impegnativi e sessioni di esplorazione insieme ad altre persone care, sebbene sia ovviamente possibile richiedere l’aiuto anche di utenti sconosciuti. Condividere le battaglie ha suscitato in me un senso di appartenenza e di connessione che ha controbilanciato perfettamente l’esperienza offline in solitaria, facendomi sentire di non essere sola.

 

Immagine presa da bandainamcoent.eu

Il senso di appartenenza e la crescita

Questa esperienza, che ormai volge al termine, è stata tanto stimolante quanto appagante. Nella prima parte del mio racconto ho spiegato come ho imparato ad affrontare le sfide e a non aver paura della morte; in questa seconda parte rifletto su come ho accettato la solitudine e apprezzato il supporto degli altri utenti. Si tratta di lezioni di vita che Elden Ring ha contribuito a consolidare. Più in generale, ho percepito e continuo a percepire un senso di appartenenza che mi avvolge e mi riscalda.

 

Mi sento parte di una community appassionata con cui interagisco quotidianamente, e ammetto che era davvero tanto tempo che un videogioco non stimolava così tanto dialogo e confronto. Al tempo stesso sento anche di far parte di un’opera grande, imponente e solenne. Grazie ad Elden Ring credo di essere salita di livello, affacciandomi ad una nuova fase della mia vita da videogiocatrice.

 

Quando un videogioco, così come ogni altra forma d’arte, riesce ad essere maestro di vita oltre che di intrattenimento, ci si rende conto che il tempo dedicatogli è ben speso. Nel mio caso, è stata un’esperienza che mi ha offerto ore ricche di frustrazione ma anche di ammirazione. Spero che questa mia condivisione possa essere spunto per una riflessione più approfondita sulle molte sfaccettature interpretative di Elden Ring e più in generale del medium videoludico.

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