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Dominio maschile e letteratura

Spesso si tende a concepire la letteratura come mero strumento per intrattenersi. Sebbene possa configurarsi, senza ombra di dubbi, anche come diletto e modo per immergersi in storie rigeneranti, essa, in realtà, ha un ruolo ben preciso che trascende l’intrattenimento.

La letteratura è specchio del reale: mostra schegge di vero, creando un riflesso che scaccia le menzogne. Se si osserva oltre la superficie, rivela ciò che accadeva un tempo, come la società viveva, stabiliva regole e, attraverso le spie linguistiche, mostra ciò che l’artista cela agli occhi altrui. Un modo efficace, quindi, per comprendere come la cultura patriarcale abbia attecchito, per secoli, in un terreno denso di maschilismo, risiede nello studio della letteratura. Per rendervi il compito più agevole, si prenderanno in esame alcuni esempi intrisi di dominio maschile.

1. Nel “Il gattopardo” di Tomaso di Lampedusa, Tancredi, giovane nipote di Don Fabrizio, racconta con boria e divertimento, un episodio avvenuto durante la guerra. Egli dice, dinnanzi al pubblico di invitati che presiede il pranzo tenuto nella dimora del nobile, di esser entrato con la forza, insieme ad altri militari, in un convento. Le monache, intimorite dalla giunta dei soldati, scappano. Tancredi ride dell’evento e aggiunge che non avrebbe avuto rapporti con nessuna di loro, essendo tutte poco appetibili ai suoi occhi. L’unica con la quale si sarebbe intrattenuto, se fosse stata lì presente, è Angelica. Tancredi, dunque, racconta di un possibile stupro: il dominio maschile si manifesta impetuoso e senza alcuna vergogna. L’uomo non mostra alcuna reticenza nel confessare che avrebbe violentato Angelica, né tanto meno comprende la gravità delle sue parole nei confronti delle donne di chiesa. Angelica, come del resto tutti gli ospiti, trova piacevole e ironico il suo racconto: ella ne è affascinata non capendo che, nell’effettivo, dialoga con un uomo in cui nel suo animo non alberga alcun rispetto per il femminile.

2. In “Cristo si è fermato a Eboli”, invece, Carlo Levi racconta la società del sud, misera e oltraggiata, svilita e abbandonata. Tra le categorie sociali messe in evidenza, quella che viene dipinta a tinte fosche, donandoci un’immagine dolorosa, è la donna. In un falso matriarcato, la femmina viene imprigionata dagli abitanti del luogo: ella deve rispettare determinate regole, spesso obsolete e limitanti. Un episodio, volto a chiarire ciò, viene offerto da un’anziana signora la quale viene curata dallo stesso Levi (egli fu scrittore e medico) e, dopo qualche tempo, per ringraziarlo, si reca personalmente presso la sua dimora. L’anziana, però, si dimostra molto in imbarazzo quando entra nell’abitacolo dell’uomo: sebbene manifesti chiaramente la sua gratitudine nei confronti del dottore, non riesce a discorrere con lui con serenità. Levi scopre, solo più tardi, che alle donne non era concesso recarsi in casa altrui, specie se vi abitava un uomo celibe: esse dovevano essere sempre accompagnate da qualcuno.

I due scrittori raccontano uno spaccato sociale esistente in tempi remoti ma che, nell’effettivo, ancora oggi viviamo. Nonostante siano trascorsi anni, le donne vengono definite oggetto dagli uomini (questo causa, ad esempio, episodi di femminicidio) e, inoltre, quando si parla di stupro, non solo non si è consapevoli nel trattare di un argomento così delicato ma si tende a invalidare il dolore della vittima e a giustificare il carnefice.

La lettura riesce a liberarci da determinati schemi mentali e a farci comprendere, quindi, quale siano gli errori effettuati.

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