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Dalla parte del torto

Da quando, questa estate, le proteste del movimento Black Lives Matter sono diventate virali e impossibili da ignorare, la reazione della popolazione più sensibile alle tematiche sociali è stata duplice.
Se da una parte la coscienza sociale di moltə è stata scossa e si è ripresa dallo stato di assopimento letargico in cui era adagiata la consapevolezza del privilegio di ognunə, dall’ altro invece è iniziato un vero e proprio contro movimento basato su una critica del ,come, siano avvenute le proteste, che ha avuto come unico scopo, e conseguenza più evidente, l’annebbiamento totale del ,perché.

La questione si è riproposta più recentemente anche in Italia, all’alba del secondo disastroso ,lockdown che ha gettato nella disperazione più nera migliaia di famiglie. Chi ha seguito da casa le vicende di Milano, Roma e ,Napoli in particolare, ha trovato presto un modo per empatizzare con le vetrine di ,Gucci o i cassonetti incendiati, cancellando dalla propria mente quale fosse la reale fonte di disagio: un popolo piegato dalla fame, confuso e arrabbiato, al quale si sono uniti indubbiamente anche militanti dell’estrema destra e membri affiliati alla criminalità.

Accade troppo spesso che, di fronte a questo tipo di proteste nate per la riaffermazione della dignità individuale e collettiva di fronte a un sistema oppressivo, poniamo l’attenzione sul mezzo di rivendicazione invece di concentrarci sulle ragioni che hanno spinto uno o più gruppi ad arrivare a un tale punto di frattura.

Spesso, ben protettə dalla nostra corazza di privilegio, non riusciamo a evitare il commento “eh ma così passano dalla parte del torto”, come se la mia/nostra difesa potesse essere paragonata alla crudeltà dell’oppressione subita.
L’opinione pubblica manda sempre lo stesso messaggio: la violenza è sbagliata.
La verità è che antagonizzare la violenza è un lusso di pochə.

Partiamo dal dire che violenza, in questi contesti sociali, è un termine ombrello.
Violenza è quella che l’oppressore perpetua nei confronti di uno o più gruppi di persone, ma allo stesso tempo violenza è anche quella generata da chi è oppressə e decide di distruggere le catene di una dominazione univoca che lə soffoca e lə uccide.
Facciamo degli esempi più concreti:
Violento è l’uomo che mi molesta per strada eppure violenta sono anche io quando mi difendo, ma non siamo uguali.
Violenta è la polizia che toglie il respiro e violente sono le persone di colore che chiedono di poter esistere senza essere uccise nell’ipocrisia più totale.
Violento è il sistema che opprime ma violenta è la ribellione.

Chi sostiene che la violenza generi violenza è perché non la subisce in prima battuta ma risente solo delle conseguenze della resistenza, che per quanto violente, non potranno mai essere paragonate alla brutalità a cui migliaia di persone sono costrette a sottostare a causa delle ingiustizie sistemiche su cui è basato il nostro modello sociale.
Ingiustizie che vengono poi quotidianamente riproposte e da cui i gruppi privilegiati continuano a trarre vantaggio.
Chi è pronto a giudicare la violenza di chi è oppressə, è perché non ha mai considerato che la violenza percepita durante le proteste, per molte persone sia uno stato di cose perenne e non lo sfogo di una giornata di marcia.
In un’intervista del 1972, Angela Davis, attivista afroamericana e militante politica, rilasciò la seguente testimonianza in risposta a una domanda sull’uso della violenza da parte dei Black Panthers (movimento rivoluzionario afroamericano nato negli anni ’60)

“You ask me whether I approve of violence? That just doesn’t make any sense at all. Whether I approve of guns? I grew up in Birmingham, Alabama. Some very, very good friends of mine were killed by bombs – bombs that were planted by racists. I remember, from the time I was very small, the sound of bombs exploding across the street and the house shaking … That’s why, when someone asks me about violence, I find it incredible because it means the person asking that question has absolutely no idea what black people have gone through and experienced in this country from the time the first black person was kidnapped from the shores of Africa.”

Traduzione:
“Lei mi chiede se approvo l’uso della violenza? Non ne capisco il senso. Se approvo le armi? Sono cresciuta a Birmingham, in Alabama. Alcuni miei amici, brave persone, sono state uccise da bombe – bombe che erano state piazzate da razzisti. Ricordo, quando ero molto piccola, il suono delle bombe che esplodevano dall’altra parte della strada e la casa che tremava… Ecco perché, quando qualcuno mi chiede dell’uso della violenza lo trovo incredibile, perché significa che la persona che fa quella domanda non ha assolutamente idea di quello che la gente nera ha passato e vissuto in questo paese da quando la prima persona nera è stata rapita dalle coste dell’Africa”.

Facciamo chiarezza su questo punto, su cosa voglia dire non avere idea del trascorso di chi, oppressə da un sistema che non lascia scampo, decide di ribellarsi e lo fa utilizzando ogni mezzo a propria disposizione.

Ogni persona bianca in America ha (ri)sentito della violenza generata dalle proteste BLM, ma la maggior parte di loro ignora quella a cui le persone di colore in America sono sottoposte quotidianamente. E questo è privilegio. Un privilegio che ci protegge, che è una corazza che non ci permette di entrare in empatia con l’altrə.

Altro esempio forse più vicino, di come il privilegio ci renda sordə alle voci di chi denuncia un sistema sociale che lə schiaccia e mette ai margini:
Mettiamo Gianni, fa l’impiegato ed è in smart working da febbraio 2020. Seduto sul divano, nel suo appartamento spazioso, ha appena finito di cenare. Accende la TV, sente le notizie delle proteste a Napoli, legge delle vetrine di Gucci in frantumi e pensa: “era proprio necessario?”.
Per Gianni la violenza non porta a nulla di buono, e in effetti tutti i torti non li ha, perché prima di quel cassonetto incendiato, prima di quei mattoni contro le vetrine c’è un altro tipo di violenza che ci piace ignorare: la violenza di mesi d’incertezza passati a contare ogni centesimo, a chiedere prestiti, a prendere pacchi interi di pasta dai carrelli solidali.
La violenza genera violenza, ma su quale delle due vogliamo davvero porre l’attenzione?
Violenta è la crisi, dovuta alla cattiva gestione di un’emergenza economico-sanitaria che ha messo in ginocchio migliaia di famiglie in tutto il mondo. Violenta è la protesta di lavoratorə che chiedono solo la dignità di potersi sfamare.
Quale delle due violenze genera violenza e quale vuole portare un cambiamento?
Quale violenza è uno stato di cose che colpisce pochə e quale invece è un mezzo di resistenza?

Poter scegliere la non violenza non è un’opzione per tuttə, spesso chi lo fa, come è successo nel caso di Martin Luther King, può farlo perché c’è chi invece questa violenza la usa (come nel caso delle Black Panthers.)
Senza il movimento rivoluzionario delle Pantere Nere, la marcia pacifica di MLK non avrebbe mai raggiunto la risonanza che ha avuto: senza Malcom X non sarebbe esistito nessun MLK.

Concentrarci sul mezzo usato per l’espressione e la rivendicazione della propria umanità invece d’interrogarci sulle strutture e sovrastrutture che legittimano comportamenti razzisti, classisti, xenofobi, omofobi e misogini, non ci rende alleatə ma semplicemente giudicə esternə di una lotta che non sentiamo nostra, ma sulla quale ci arroghiamo il diritto di sentenziare.

Come giustifichiamo il fatto che, per moltə, sia necessario agire seguendo le regole del sistema che opprime, perché è ancora opinione condivisa che la cieca ubbidienza sia più importante della liberazione?

Quanto è tossica una narrativa che mi dice che se sono buonə, gentile, pacatə posso esprimermi, se alzo i toni divento uguale al mio oppressore? Una mentalità che riconosce il mio diritto di volermi ribellare al sistema ma non legittima i mezzi di questa mia resistenza?

Finché ci sarà chi trae vantaggio dallo status quo di un mondo violento, che pur di difendere il proprio privilegio è disposto a zittirci, giudicarci, mettere in dubbio il nostro dolore, la nostra lotta sarà sempre messa in discussione e i nostri mezzi sempre sbagliati.

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Articolo a cura di: Debora De Simone

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