Fatti Femminista,  Fatti Inclusivo

Come le parole danno forma al pensiero

Da qualche tempo a questa parte assistiamo ad una crescente e sempre più frequente attenzione per la lingua e per l’uso che se ne fa, soprattutto in relazione a etnie, religioni, donne, non cis, disabili e tutte quelle persone che in qualche modo deviano dalla “norma”. Ma perché è così importante concentrarsi su quelli che potrebbero sembrare dettagli e minuzie linguistiche (come, ad esempio, le desinenze che usiamo nel linguaggio di tutti i giorni) ma che invece non lo sono affatto? La risposta è semplice: la lingua che parliamo influenza il modo in cui pensiamo e percepiamo il mondo. Il rapporto tra lingua e cultura, intendendo per cultura anche la visione di mondo che una persona ha, è infatti bidirezionale: non è solo la cultura ad esercitare una notevole influenza sulla lingua e a determinarne le caratteristiche, ma è altrettanto vero il contrario. Nello specifico, il linguaggio esercita un’influenza su diversi aspetti: percezione del tempo, dello spazio e persino dei colori. Inoltre, le asimmetrie delle diverse lingue che parliamo in quanto a parole o strutture sintattiche fanno in modo che, a seconda delle lingua, ci focalizziamo su aspetti diversi, influenzando così il nostro modo di pensare. Un esempio che viene spesso riportato in questi casi è quello della maggiore capacità delle persone di madrelingua russa nel distinguere le diverse sfumature del colore blu rispetto a persone di madrelingua inglese. Questo avviene perché il russo utilizza tanti termini diversi per indicare diverse gradazioni di colore, mentre l’inglese distingue solo tra light blue e dark blue.

Le lingue che parliamo fanno in modo che la nostra attenzione e il nostro pensiero si concentrino su determinati aspetti dell’ambiente che ci circonda. Per questo motivo, utilizzare un linguaggio inclusivo è sì un modo più fedele di rappresentare la realtà, che di certo non è omogenea o neutra, ma è anche un modo per condizionarla, facendo sì che certe categorie di persone non siano e non si sentano più invisibili. L’inclusività, infatti, è un processo graduale e lento, dato anche dal modo in cui comunichiamo e ci esprimiamo. Ciascuna lingua sta cercando di adeguarsi a questa presa di consapevolezza e sta trovando nuove strategie per farlo. Un esempio di linguaggio inclusivo nell’inglese è l’uso del pronome plurale they anche al singolare, quando ci si rivolge ad un tu generico o non si conosce il pronome che la persona con cui stiamo parlando preferisce. Il singular they viene ormai comunemente usato poiché neutro e quindi non rivolto ad un genere specifico, ed è considerato corretto anche da influenti istituzioni linguistiche. In italiano non è altrettanto semplice utilizzare un linguaggio inclusivo di tutti i generi, proprio per le caratteristiche intrinseche della nostra lingua, ma questo non vuol dire che sia impossibile: si possono utilizzare altre strategie, come la riformulazione della frase o l’uso di sinonimi più neutri. Ad esempio, quando vogliamo rivolgerci ad un pubblico non omogeneo possiamo dire “Grazie per la vostra presenza” anziché “Grazie per essere venuti”, evitando in questo modo di utilizzare il maschile generico. Queste sono solo due delle opzioni di cui disponiamo per evitare di usare un linguaggio androcentrico; linguaggio che, influenzando la nostra visione di mondo, può accentuare stereotipi di genere e riservare a donne e persone non binarie una posizione di secondo piano. Fino a poco tempo fa non si faceva caso al fatto che il linguaggio che quotidianamente usiamo e sentiamo ponesse al centro l’uomo, e persino a scuola ci veniva insegnato che il maschile può essere impiegato come una specie di neutro, quando ci si riferisce ad un gruppo misto di uomini e donne. Oggi, per fortuna, una maggiore consapevolezza dell’importante ruolo che la lingua svolge nella formazione del pensiero di una persona e di una società, così come una maggiore attenzione alle questioni di genere hanno messo in luce quanto sbagliato sia l’uso del maschile neutro, che rende invisibile qualsiasi altro gruppo al di fuori degli uomini. Del resto, non è vero che si tratta di una forma neutra: basta rivolgersi ad un gruppo non omogeneo di persone utilizzando un femminile neutro e osservare le reazioni per accorgersi del fatto che si tratta piuttosto di linguaggio sessista. Per includere anche coloro che hanno un’identità di genere non binaria si stanno diffondendo sempre di più nuove soluzioni linguistiche come, per esempio, l’uso della schwa o della desinenza -u nell’italiano, oppure la @ nello spagnolo.

Un linguaggio neutro e inclusivo, però, è tale solo se non esclude nessuna categoria. Non basta, dunque, porre l’attenzione solamente sulle questioni di genere, ma è necessario anche evitare un linguaggio discriminatorio nei confronti di culture, religioni, etnie, età, condizioni sociali ed economiche, disabilità diverse. Il linguaggio inclusivo, infatti, non presenta parole o toni che possano veicolare pregiudizi, discriminazioni o stereotipi nei confronti di determinati gruppi di persone. Scrivere e parlare nel modo più inclusivo e neutro possibile serve a non rendere invisibile alcuna categoria di esseri umani.

Piccoli cambiamenti nel linguaggio che usiamo ogni giorno possono arrivare ad influenzare la società in cui viviamo e, nel caso del linguaggio inclusivo, migliorarla. Dato che la lingua agisce sul nostro modo di pensare e percepire il mondo, l’uso di un linguaggio discriminatorio, viceversa, porta ad attuare, normalizzare o ignorare atteggiamenti discriminatori. Per queste ragioni è importante sforzarsi di usare la lingua in modo inclusivo e non offensivo per nessun gruppo di persone, perché reiterare un certo tipo di linguaggio offensivo ed esclusivo fa in modo che, di riflesso e senza neanche badarci, anche le nostre azioni e i nostri pensieri siano offensivi ed esclusivi. Educarsi ed educare all’uso di un linguaggio inclusivo ha ripercussioni positive anche sul nostro modo di vedere le cose, poiché sono proprio le parole che scegliamo e usiamo a dare forma al pensiero e all’ambiente che ci circonda.

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