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Come la rappresentazione femminile in Jujutsu Kaisen evolve il battle shōnen

Le battaglie che coinvolgono le donne di Jujutsu Kaisen dimostrano le infinite possibilità del genere.

 

La prima stagione di Jujutsu Kaisen è stata la hit globale istantanea dell’autunno 2020/inverno 2021. Adattamento dell’omonimo manga di Gege Akutami, l’anime segue le vicende di Yuji Itadori, un liceale che, suo malgrado, si trova a dover convivere con una possessione demoniaca a causa di una sequela di eventi che lo portano a diventare studente dell’Istituto di Arti Occulte di Tokyo.

 

Jujutsu Kaisen si inserisce nel cambio generazionale di battle shōnen iniziato con Demon Slayer di Koyoharu Gotōge, una wave che spesso predilige il dark fantasy e la crudezza tipica di alcuni seinen (es. Chainsaw Man che strizza l’occhio a Dorohedoro) ma offre uno sguardo diverso, più esplicitamente sensibile alle tematiche sociali quotidianamente dibattute (Tokyo Revengers).

 

Il successo dell’anime va senza dubbio ricercato nella raffinatezza delle animazioni e nelle memorabili visual frutto del duro lavoro di Studio MAPPA, fra cui trionfano le spettacolari battaglie messe in scena. Vale la pena, però, soffermarsi su chi questi scontri coinvolgono e sulle dinamiche che ne conseguono.

 

 

Parte del cast di Jujutsu Kaisen

Personagge e Shonen

 

La rappresentazione femminile nella categoria shōnen è da sempre legata alla concezione primordiale del target di riferimento: shōnen (“ragazzo”) indica un manga indirizzato a un pubblico principalmente maschile dall’età scolare fino alla maturità. Spesso le personagge sono scritte come meri mezzi di sviluppo dell’eroe di turno, supporti o curatrici, damsel in distress al centro di rapporti alloeteronormativi che arricchiscono esclusivamente il protagonista della vicenda. Altre volte, invece, vediamo personagge estremamente forti che incarnano quell’inafferrabile conquista a cui lo starter maschio aspira, dal punto di vista evolutivo ma anche predatoriale.

 

Deboli e dalla scarsa forza di volontà, o potenti e glaciali, le donne sono oggettificate in favore del male gaze che ci si aspetta dall’identificazione del lettore. Mancanza di awareness, certo, ma anche tanto marketing.

 

Questo non significa che non sia possibile trovare ottimi esempi di rappresentazione femminile nel panorama giapponese: categorie come shōjo, josei, yuri ne sono piene. E allora perché fino ad oggi non abbiamo avuto altrettanti esempi negli shōnen? Perché, in parole povere, il mercato di manga e anime funziona a compartimenti stagni. Le produzioni sono minuziosamente ed esplicitamente (al contrario di quanto avviene in Occidente) suddivise in base a ciò che si pensa siano le aspettative del target di riferimento. E sì, gli stereotipi di genere giocano un ruolo cruciale in queste strategie.

 

Ma cosa succede quando le certezze sullo sguardo di un target vacillano e le pareti dei suddetti compartimenti crollano lasciando entrare un’ondata di freschezza?

 

 

 

Il caso dell’episodio 17: l’incontro di scambio con la scuola gemellata di Kyoto – Battaglia a Squadre 3

 

Le donne di Jujutsu Kaisen sono stratificate, memorabili, hanno obiettivi autonomi, ruoli slegati dal semplice supporto ai comprimari maschili e, soprattutto, sono perfettamente consapevoli della società sessista in cui si muovono.

 

Chi segue battle shōnen da diverso tempo sa che esiste un trope chiamato “the designated girl fight“, un momento in cui due personagge si scontrano, con motivazioni che difficilmente si discostano dal love interest per un personaggio o dalla rappresentazione “angelo custode: rage mode” della donna in questione. Scene che non aggiungono nulla alla profondità delle suddette e si traducono in quelli che potremmo definire “sexual relief” per il lettore, visto il tasso di mercificazione visuale.

 

 

Naruto Uzumaki al centro di una disputa tra Hinata Hyuga e Sakura Haruno

 

L’episodio 17 della prima stagione di Jujutsu Kaisen mette in campo diversi scontri tra donne, ma sono le dinamiche, le motivazioni, i risultati, a fare la differenza.
Maki Zenin calcia la sua avversaria giù da un dirupo. Nobara Kugisaki distrugge la foresta che la circonda pur di dare la caccia a Momo. Mai Zenin, la gemella di Maki, sconfigge Nobara sparandole alle spalle in un suo momento di debolezza.

 

Qual è il filo rosso che le unisce? La spietatezza.

Non sto dicendo che ogni personaggia debba essere una macchina da guerra: si rovescerebbe la medaglia ma non avremmo comunque tridimensionalità. Ma nella fattispecie dell’occupazione di esorcista dell’Istituto di Arte Occulte è necessario accettare la routine di violenza che ne consegue, oltre alla letalità dell’impiego. In altre produzioni shōnen, alle personagge è riservato un percorso evolutivo di accettazione di tale violenza, perché si pensa che le donne ne abbiano bisogno in quanto più fragili, mentre le controparti maschili nascono già inclini alla durezza del mondo che li circonda. In Jujutsu Kaisen ciò non accade: le protagoniste sono già venute a patti con la realtà.

 

 

Maki Zenin

Nel caso di Maki, ad esempio, questo aspetto è vitale. Nata senza l’energia malefica che caratterizza i suoi compagni, è costretta ad affidarsi alla sua forza fisica. In termini di scrittura, le è concesso di essere forte quanto il protagonista della serie Yuji. È spesso la prima a colpire un nemico considerato intoccabile, lotta duramente al pari dei colleghi. A questo si aggiunge la sua storia familiare, che meriterebbe un approfondimento a parte per le implicazioni di diversity insieme alla rappresentazione femminile.

 

 

Nobara Kugisaki

Nobara, invece, ci ricorda che le donne non sono tenute ad accettare le aspettative di genere della società.

 

Nel suo monologo dell’episodio 17 sottolinea quanto essere forte le piaccia allo stesso modo di vestirsi bene e sentirsi carina. Questo sentimento di rivendicazione della libertà di scegliere come occupare uno spazio si ritrova anche nel potere che la contraddistingue: maledire il nemico tramite l’uso di effigi di paglia trafitte da un chiodo. Tradizionalmente, in Giappone questo rituale viene associato a donne percepite come brutte, ferite sentimentalmente, incapaci di accettare un rifiuto. Nobara non è niente di tutto ciò, incarna piuttosto la possibilità di una fuori sede proveniente dalla campagna di riappropriarsi delle credenze locali, spogliarle del pregiudizio della società e rielaborarle a propria immagine e somiglianza.

 

Il season finale regala uno degli highlight più incredibili della stagione, in cui capiamo definitivamente che la ragazza è sullo stesso piano dei suoi compagni di squadra: una minaccia per le maledizioni che infestano Tokyo.

 

 

Le minacce.

Jujutsu Kaisen ci offre scontri in cui le donne hanno ruoli cruciali. Alle personagge piace lottare. Provano soddisfazione nell’essere mortifere. Possono essere grottesche e brutali.

 

Ci mostrano cosa accade quando si concede loro di abbracciare la natura violenta del battle shōnen senza che questo appaia in contraddizione con le aspettative del male gaze.

 

Il 24 dicembre in Giappone uscirà il film prequel Jujutsu Kaisen 0, clicca qui per visionare il trailer

 

 

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