Fatti Femminista,  Fatti Inclusivo

Borderlands: frontiere fisiche e culturali. Xicanx negli Stati Uniti

La reale zona di confine fisico che affronto in questo libro è quello tra Texas-Sudovest statunitense e Messico. La zona di confine psicologico, la zona di confine sessuale e la zona di confine spirituale non sono specifiche del Sudovest. Le Zone di confine, Borderlands, sono infatti fisicamente presenti in qualsiasi posto due o più culture si incontrano, confinano, dove persone di diverse razze occupano lo stesso territorio, dove sottoproletariato, bassa, media e alta borghesia si toccano, dove lo spazio tra due individui si restringe. Io sono una donna di confine.

Con queste parole Gloria Anzaldúa apre la prefazione al suo libro Borderlands/La Frontera: the new mestiza, un testo semi-autobiografico in cui l’autrice parla di come sia essere una statunitense chicana e crescere al confine tra Texas e Messico, e di tutto ciò che questo comporta in quanto “terra di mezzo”, in-between tra due lingue, due culture, due popoli. E proprio questa pluralità di identità caratterizza non solo la vita di chi, come lei, vive al confine –in qualsiasi confine, fisico e non, come lei stessa sottolinea nel brano sopra citato-, ma anche il testo stesso: Borderlands/La Frontera è infatti scritto in un misto di due lingue, inglese e spagnolo (con relative varianti e dialetti), come un flusso di coscienza, a voler rispecchiare i pensieri con la stessa naturalezza con cui le affiorano alla mente. L’autrice non si sforza di tradurre questi pensieri in una lingua o in un’altra, ma li scrive come vengono, facendo largo uso del code switching e, in questo modo, non si limita ad attribuire pari dignità sia alla lingua dominata (lo spagnolo) che a quella dominante (l’inglese), ma vuole riprodurre quel mestizaje, quella mescolanza linguistica e culturale che si basa sulla contaminazione e sul sincretismo. E il risultato è questo: un mix di lingue, di culture e di visioni che rispecchia appieno l’identità stessa di Anzaldúa e di tutti i borderlanders come lei. Per loro, tale mescolanza è parte integrante della loro identità.

Essere cittadini statunitensi xicanx e vivere al confine significa non sentirsi- né essere considerati- completamente statunitensi, ma neanche messicani; significa sopportare continue discriminazioni e stereotipi, essere vittime di razzismo, ma significa anche convivere con la tensione e con l’ansia di essere uccisi o arrestati dalla polizia dell’immigrazione, poiché scambiati per immigrati che cercano di varcare illegalmente il confine. A questo proposito, riportiamo una testimonianza di Anzaldúa, tratta da Borderlands:

Nei campi, la polizia dell’immigrazione. Mia zia gridava “Non correte, non correte. Penseranno che siete dell’altro lato”. Nella confusione, Pedro si mise a correre, temendo di essere catturato. Non sapeva parlare inglese, non poteva dire loro che era un americano di quinta generazione. Senza documenti -non aveva portato con sé il suo certificato di nascita per lavorare nei campi. La polizia lo portò via davanti ai nostri occhi.

Gloria Anzaldúa è stata una scrittrice e accademica di teoria culturale chicana, femminista e queer e il testo prima menzionato è una sorta di testamento spirituale, in cui il suo vissuto, le sue convinzioni e le sue teorie emergono e si fondono assieme. Ma se ormai concetti quali femminismo e queer sono noti pressocchè a tutti, lo stesso non si può dire dell’identità chicana, o meglio, per usare un termine inclusivo, Xicanx. Si tratta di un’identità culturale che appartiene a quelle persone la cui vera terra, per citare Anzaldúa, è Aztlán, ossia quella regione che corrisponde all’odierno sud-ovest statunitense ed è il luogo d’origine degli aztechi. Attorno al 1000 a.C., parte di questa popolazione si spostò in quelle che oggi sono le terre del Messico e degli stati dell’America Centrale, diventando i diretti antenati di molti odierni messicani e messicane. Quando gli spagnoli conquistarono il Messico nel XVI secolo, nacque una nuova “razza” ibrida (termine usato da Anzaldúa), mestiza, dall’unione fra sangue indiano e spagnolo. I chicanos e le chicanas sono il frutto di quei primi accoppiamenti.

Il termine “chicano/a” è stato usato nel tempo con diverse accezioni e inizialmente, nella prima metà del ventesimo secolo, in senso negativo e dispregiativo sia dagli statunitensi, per indicare le persone di origine messicana di bassa estrazione, sia dai messicani, per deridere i connazionali che vivevano negli USA e avevano abbandonato e dimenticato le loro tradizioni e la loro cultura. Tra gli anni ’60 e ’70, invece, l’identità chicana venne rivendicata nell’ambito del Chicano Movement –chiamato anche El Movimiento-, nato negli USA per esprimere l’orgoglio di essere di discendenza indigena, per combattere il razzismo subito, le discriminazioni e gli stereotipi, e per incoraggiare una rivitalizzazione culturale contro l’assimilazione alla cultura statunitense. Fu però un movimento di più ampio respiro e, pertanto, le rivendicazioni avanzate interessavano diverse questioni anche sul piano politico e sociale. Sostanzialmente si tratta di una protesta nata con gli stessi scopi e per le stesse ragioni di quella afroamericana, solo che nessuno ne parla e in pochi ne conoscono l’esistenza e la storia.

Il Movimento rappresentò anche un contributo importante per la condizione della donna poiché, all’interno del movimento stesso, nacque il Chicana feminism, chiamato anche Xicanisma: le donne che presero parte al Chicano Movement, infatti, si resero presto conto che il fatto di essere contemporaneamente chicanas e donne le penalizzava doppiamente, anche rispetto ai loro compagni di battaglia e non solo rispetto ai bianchi statunitensi. I loro obiettivi divennero così quello di mettere in discussione il tradizionale ruolo che avevano all’interno della famiglia, di includere nel movimento le questioni relative alle donne e alla comunità LGBTQ -identità ignorate fino ad allora- e di recuperare e rivendicare le proprie radici indigene, riattribuendovi il rispetto che meritavano. Le chicanas infatti sostenevano di essere oppresse dal razzismo, dal sessismo e dall’imperialismo (cosa valida per tutte le donne non bianche degli Stati Uniti), mentre lo stesso non poteva dirsi della loro controparte maschile, per cui il sessismo non era un problema. Il Chicana feminism si propose dunque come una risposta al patriarcato, al razzismo, al classismo e al colonialismo.

Bibliografia:

– G. Anzaldúa, Borderlands/La Frontera: The New Mestiza, San Francisco, Aunt Lute Books, 1987.

Articolo a cura di: Teresa Leone

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