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Bonding: BDSM e sex work tra stigma e realtà

Bonding è la prova che non serve un cast numeroso e lunghe puntate per dare vita a una serie bella che, con simpatia e ilarità intelligenti, affronta tutto un insieme di tematiche che generalmente vengono viste e discusse sotto una lente di tabù, moralismo e proibizione.

 

Il tema portante è, ovviamente, il BDSM: tuttavia, la serie affronta anche le problematicità dei rapporti interpersonali che sorgono al di là di lavoro, gusti e preferenze sessuali; racconta le insicurezze, le difficoltà che si hanno nel costruire relazioni stabili, i rischi che si corrono nel recuperare vecchie amicizie e nel coltivarle anche quando fanno soffrire. In Bonding si parla di amore e amicizia, gioia e dolore, relazioni sane e relazioni basate su squilibri di potere.

 

Ma passiamo alla storia: nella prima stagione Tiffany Chester, detta “Tiff”, è una normale studentessa di psichiatria. Per mantenersi durante gli studi, di notte lavora come dominatrice, sotto il nome di Mistress May. Tiff coinvolge anche Pete, suo vecchio amico del liceo, a cui chiede di farle da “bodyguard”. Pete, che da quel momento in poi lavorerà con lo pseudonimo di Carter, sfrutterà questa esperienza per ricavarne del materiale da usare nei suoi spettacoli di cabaret.


La seconda stagione, invece, racconta il rapporto che Tiff instaura con il dungeon e le altre mistress: in seguito a un fatto di cronaca che ha sconvolto la loro carriera, Tiff e Pete cercano un modo per ritornare a lavorare rivolgendosi a Mistress Mira; la dominatrice li fa partecipare a un corso che, gradualmente, insegnerà loro l’arte e la responsabilità del lavoro che svolgono. Le loro strade, tuttavia, si separeranno: Tiff, insieme alle Mistress del corso, sceglierà di dedicarsi al suo lavoro come dominatrice e aprirà un nuovo dungeon; mentre per Pete diventerà sempre più difficile capire il suo ruolo nel mondo kinky e, alla fine, troverà il coraggio di mettere in scena il suo spettacolo di cabaret.

 

Il genere comedy non intacca la serietà della storia, anzi diventa un’opportunità per de-stigmatizzare il lavoro sessuale e il BDSM su una piattaforma popolare e alla portata di moltə (Netflix); la serie è divertente, leggera e breve, e il BDSM viene trattato principalmente così, con scioltezza e forse un pizzico di superficialità, in senso sia positivo che negativo: la serie ha il merito di raccontare la realtà kinky in un modo accessibile ai più, mostrandolo con i suoi lati divertenti e piacevoli; il BDSM viene dipinto come quello che dovrebbe essere, per ciò che dovrebbe richiamare alla mente di ognunə di noi quando ci pensiamo, e non come la pratica demoniaca o proibita che ci viene candidamente e perentoriamente riproposta dalla narrazione comune, o come la sfalsata riproduzione erotica dello stalking alla Cinquanta Sfumature. Non aspettatevi nemmeno scene di sesso esplicite alla Game of Thrones, sia chiaro.

 

L’altra faccia della medaglia della rappresentazione del BDSM in Bonding è la punta di superficialità con cui si sorvola su aspetti che sono fondamentali quando si gioca nella vita reale, come ad esempio il consenso e la discussione sulle safe words e sui limiti: importante nell’approcciarsi al BDSM è stabilire con l’altra persona (o le altre persone) delle parole di sicurezza che possono essere utilizzate quando si desidera interrompere o mettere in pausa il gioco per evitare qualsiasi minimo rischio di fraintendimento; questo elemento capitale è assente (o quasi) nella serie, come lo è la riflessione sul consenso: giocare e praticare BDSM significa essere consapevoli del fatto che tutte le persone coinvolte debbano essere informate e sicure al 100% di quello che accade; occorre che ci sia un dialogo aperto che stabilisca limiti e confini personali per rendere il gioco sempre prudente, equilibrato e per tutelare ogni individuo, oltre che per fare in modo che tutte le persone coinvolte ne ricavino piacere e divertimento. Questo a volte non succede nella serie: per esempio, Pete viene trascinato da Tiffany a lavorare per lei senza essere minimamente informato su quelle che sono le responsabilità del suo ruolo, i suoi compiti, la sua funzione, quello che accadrà. Pete si ritrova catapultato nell’universo BDSM senza averlo effettivamente studiato né capito fino in fondo; ed è per questo che, specialmente nella seconda stagione, verrà allontanato e finirà per fare quella stand-up comedy che offenderà Tiffany e la farà riflettere sull’incapacità di Pete di concepire la realtà del mondo kinky. Pete è forse la vittima meno consapevole e più silenziosa proprio perché del tutto estraneo al contesto: il suo consenso è stato dato per scontato; e questo è un errore che, nella vita reale, non va mai commesso.

 

Tutto sommato si potrebbe dire che la riflessione sul mondo kinky in Bonding riflette lo spirito comedy della serie, apre con semplicità al pubblico un argomento forse troppo a lungo lasciato nell’oscurità a circondarsi di tabù e paure, e lo catapulta con leggerezza nella vita reale per ciò che è: un gioco divertente a cui si gioca, però, con la dovuta responsabilità. Sicuramente una persona estranea al BDSM sarà poco incline a notare alcune problematicità della serie. Tuttavia, Bonding ha il merito di aver permesso un contatto più “reale” con l’universo kinky, spoglio di stereotipi e pregiudizi.

 

Tiffany lavora come mistress per permettersi di studiare, ed è quindi una sex worker: alla fine della seconda stagione, tuttavia, sceglierà di abbandonare gli studi per dare vita a un nuovo dungeon in cui lavorare insieme alle altre mistress.
Anche il tema del sex work viene presentato con semplicità e normalità, privo di giudizi e moralismi, tanto per le sex workers quanto per i clienti che pagano per i loro servizi. In un momento culturale in cui di sex work si parla ancora forse in maniera eccessivamente categorizzante e semplicistica, con un discorso che traccia delle visioni troppo essenzialistiche rispetto a un fenomeno che coinvolge troppe persone diverse in contesti e situazioni troppo diverse, che quindi non possono essere così facilmente inserite in contenitori etichettati solo da “male” o “bene”, Bonding è una boccata d’aria fresca: nella serie viene data la giusta rappresentazione a molte realtà di sex workers, ma vi è soprattutto la dimostrazione che il sex work può essere anche questo.

 

Un aspetto su cui Bonding pone l’accento è l’importanza della sorellanza, delle ragazze che fanno squadra e si difendono l’un l’altra dalla prepotenza maschile; una scena molto significativa è quella in cui Tiffany, accortasi che il docente di psichiatria sta molestando la compagna di corso Kate dopo una lezione, interviene subito entrando in classe, facendo capire al professore che ha inteso cosa sta accadendo e aiutando Kate a sentirsi meno sola.

 

Anche il rapporto tra Mistress Mira, Tiffany/Mistress May e le altre mistress è un rapporto di sorellanza e rispetto reciproco: con una punta di tristezza, l’ultimo dialogo tra Mistress Mira e Tiff pone fine alla loro collaborazione. Mistress Mira chiude il dungeon, ma intima alle altre mistress di aprirne uno nuovo, di lavorare insieme, di continuare a mettere in pratica i suoi insegnamenti. Mistress Mira ricorda alle ragazze che la loro è un’arte ma anche un lavoro: un lavoro che merita rispetto, responsabilità, un lavoro che lega e unisce e che le vuole tutte dalla stessa parte; Mistress Mira raccomanda loro di consigliarsi a vicenda ai clienti, di fare squadra, di non dimenticarsi che se lo stigma sul BDSM e sul sex work è ancora forte, le ragazze sono più forti. Questo è Bonding.

 

Curiosità: tutti i colori di Bonding

In Bonding anche i colori parlano. La seconda stagione è una stagione “colorata” già a partire dalla festa di Capodanno: i personaggi indossano una mise elegante e, nell’attimo in cui scocca la mezzanotte e tutto si ferma, questi formano la bandiera arcobaleno. Ogni personaggio è definito anche tramite una palette di colori che ne evidenzia stati d’animo e azioni: Pete è “rosso” perché chiede a Tiff il consenso per utilizzare del materiale personale per il proprio show, ma gli viene negato; mentre Tiff, essendo un personaggio inconsistente e in continua evoluzione, oscilla tra il verde e il blu, da sfumature più chiare che assumono via via tonalità più intense. Questa palette di colori è invertita rispetto alla prima stagione forse per indicare la fine della loro co-dipendenza. Nella scena finale, Tiff appoggia il collare vicino alla finestra dove vi sono due macchie, una rossa e una verde: una sorta di promemoria del passato. Il colore rosso, interrotto da sfumature blu, si impone nell’ultima scena di Pete mentre il blu e le sfumature rosse caratterizzano quella di Tiff. L’unione dei due colori crea l’opaca luce viola della loro ultima scena insieme: una parte di Pete vive in Tiff e una parte di Tiff vive in Pete. Il loro legame si scioglie e i due finiscono per prendere due strade differenti.

 

Articolo a cura di Chiara Polimeni & Maria Scarmato

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