Fatti Femminista

Beauty Mania

Devi essere perfetta. Te lo ripetono continuamente, come una litania cullata dal vento. Il suono di quelle parole si estende dentro al cuore, attecchisce in un terreno denso di incertezze. Ti identifichi con quell’ordine deleterio e finisci per crederci. Sei frammento di un’immagine che non ti appartiene: lo specchio restituisce una forma non tua, in occhi che parlano in tristezza. Ti scruti con il piglio di un acuto osservatore. Esamini ogni smagliatura, ogni macchia, ogni dettaglio imperfetto. Siedi sulla bilancia e sei avvolta da inquietudine. Tutto ti sembra stortura da abbellire, celare, cambiare.

Ci insegnano, sin da piccoli, a giudicare il nostro corpo: siamo carnefici e vittima allo stesso tempo. Quell’involucro, che dovrebbe essere casa, viene svilito, oltraggiato, costantemente bersagliato da parole impresse con il fuoco. La percezione è falsata da un’ottica illusoria: siamo composti da ideali estetici obsoleti, irreali e malsani. Siamo ossessionati dalla bellezza, in modo così intenso, da interferire con la nostra felicità.

Renee Engeln, docente di psicologia e autrice del saggio “Beauty Mania”, mette in rilievo come, a causa di questi pensieri, le donne, che considera i soggetti maggiormente colpiti da tale situazione, non riescano a vivere con assoluta serenità. Tra i cinque e i nove anni, circa il 40% delle bambine desidera avere un corpo magro e teme di ingrassare. In età infantile, proprio quando le piccole dovrebbero esser spensierate, avvertono l’esigenza di cambiare per adattarsi ai modelli proposti dalla società. Crescono con questa convinzione ed essa si radica così tanto in loro da avvertire, anche in età adulta, una profonda insoddisfazione. Si rinuncia a uscire per il timore di non apparire al meglio, si impiega tanto tempo per rendersi presentabili, non si giunge al mare per non essere viste in costume: sono tutti esempi di sofferenza che le donne, prima o poi, hanno dovuto subire.

Interessante, inoltre, è l’analisi realizzata da Emma nella graphic novel “Bastava chiedere”. La fumettista, mediante un linguaggio chiaro e diretto, fa notare al lettore che le donne tendono a mettere in atto un processo: la frammentazione. Quest’ultima consiste nel sezionarsi, concepirsi non come intere ma come un oggetto da comporre e scomporre. Se viene chiesto loro di parlare del proprio corpo, esse saranno portate a indicare le parti che preferiscono e quelle che disprezzano perché, appunto, si sentono come rotte.

Al netto di ciò, è fondamentale ricordare che, nonostante questi modelli comportamentali, indotti dalla cultura, siano tanto intensi quanto radicati, abbiamo ancora la possibilità di debellarli e mutare lo stato delle cose. Uno dei metodi, ad esempio, è quello di non parlare del corpo proprio o degli altri. Bisogna sospendere il giudizio, dirsi parole buone e scacciare quelle ostili. Ma, soprattutto, è necessario ricordare ciò che il corpo ci consente di fare: riusciamo a correre, abbracciare, ballare, toccare, scalare una montagna, osservare il mondo con sguardo felice, disegnare. Ci permette, in sostanza, essendo una macchina perfetta, di vivere. E noi, di questo, dovremmo esserne grati.

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