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Andrà bene, sì, ma per chi?

Abbiamo affrontato il lockdown di marzo cantando dai balconi, facendo applausi lunghissimi per il personale sanitario a cui, a dirla tutta, la nostra riconoscenza è servita a ben poco, abbiamo aiutato i bambini a colorare arcobaleni da appendere alle finestre e ci siamo ripetuti che insieme ce l’avremmo fatta, insieme sarebbe andato tutto bene. Anche se insieme non lo siamo mai stati perché la favola del lockdown come momento storicamente irripetibile per riappropriarsi degli spazi domestici, riscoprire la propria famiglia o magari sé stessi è la narrativa che appartiene ad una sola classe sociale: quella di chi non ha contato i centesimi per pagare affitti e bollette le cui scadenze non sono state spostate di un giorno, di chi non è stato chiamato eroe per dover giustificare davanti allo Stato ed alla società intera, che muta applaudiva da un balcone, che eroi non lo erano, ma solo ostaggi di un sistema che non ha saputo tutelarli e allora li ha dotati di superpoteri fittizi.

Il superpotere di lavorare più di 12 ore al giorno, il superpotere di uscire di casa senza nessun mezzo di protezione, senza garanzie e senza tutele. Tutte cose che dette di una persona normale avrebbero creato indignazione, ma per un eroe il sacrificio di sé è al primo posto ed ecco che personale sanitario, farmacisti, corrieri, rider, operatori ecologici, autisti e commessi sono passati dall’essere persone comuni ad eroi per far tacere la nostra coscienza.

Abbiamo passato i mesi di lockdown a seguire incollati alla televisione le notizie di contagi che continuavano a crescere nonostante fossimo tutti a casa, a sentirci sporchi anche solo nel guardare negli occhi la persona in fila dietro di noi al supermercato, a chiederci se davvero ne valesse la pena uscire per comprare gli assorbenti o se il ragù fosse un acquisto necessario. Abbiamo assistito agli abusi della polizia, il cui potere decisionale è diventato solo più arbitrario con il passare del tempo, abbiamo puntato il dito contro runner, cani a spasso e genitori che chiedevano di andare al parco e nel frattempo ci ripetevamo che ne saremmo usciti migliori.

Sono passati più di quattro mesi dal sospiro di sollievo collettivo che abbiamo rilasciato nel momento in cui, a detta e percezione di molti, lo stato “ci ha lasciati andare”, eppure eccoci di nuovo qui, eccoci di nuovo ad aspettare insieme ma più divisi che mai.

Perché l’idealizzazione della quarantena è stata un privilegio di classe e chi non se lo poteva permettere ha stretto i denti comunque, ha stretto i denti per la paura, ha stretto i denti per la pressione di non essere parte di quella grande famiglia italiana che alle sei si affacciava dal balcone e si dava coraggio, che al supermercato trovata o lasciava un pacco di pasta nei carrelli solidali e mandava i bambini a ritirare i pacchi delle staffette di mutuo soccorso come fosse Natale.

Sono passati quattro mesi e lo Stato chiede ai più privilegiati di restare calmi e fare smart working, il grande sforzo di lavorare da casa e guadagnare lo stesso. A noi altri invece chiede sacrificio, minaccia chiusure, dà ultimatum senza contestualizzazione. A noi toglie il lavoro. Ai ragazzi toglie l’educazione. A tutti toglie cultura. A chi fino ad ora ha stretto i denti ora toglie il respiro.

Dopo la conferenza di domenica 18 ottobre si torna a lavoro e sembra tutto quasi normale, dietro la mascherina la rigidità del viso è impercettibile. I primi clienti ad entrare sono spavaldi, ridono sul fatto che presto chiuderemo tutti, ma a loro che da febbraio non sono mai tornati in ufficio non importa, tanto se la cavano, quindi è divertente guardare in faccia chi trema al pensiero dell’affitto di novembre o del fantasma di una cassa integrazione che difficilmente arriverà, e dire “beh godiamoci questa ultima settimana”. Applauso, cala il sipario. Una bella scenetta, se non fosse l’amara realtà di migliaia di famiglie che ogni mattina si svegliano e non sanno da che parte guardare per rivedere quell’arcobaleno, quella scritta che dice “andrà tutto bene”. Bene sì, ma per chi?

Domenica 25 ottobre, il premier Giuseppe Conte si fa sentire nuovamente sugli schermi di un’Italia che lo aspetta a fiato corto. Le prime indiscrezioni sulla bozza del nuovo dpcm sono trapelate da meno di 24h ma una nota di ingiustificata speranza ci fa ancora credere nel buonsenso di una classe dirigente che di giudizio ultimamente ne ha dimostrato ben poco. Faccio parte della categoria di chi segue la diretta a volume basso, bassissimo perché so già. So già di essere parte di quella popolazione che lo Stato è disposto a sacrificare e colpevolizzare, si legge tra le righe la responsabilità personale del singolo nella decisione di quello che Conte rassicura “non sarà un lockdown”, eppure ha tutte le premesse per essere considerato tale.

In uno stato di emergenza sanitaria, le cui vere lacune sono di carattere strutturale e organizzativo unite ad una generalizzata mancanza di risorse, il governo ha deciso che lavorare non sarà un diritto per tutti.

Nessuna sorpresa allora per ciò che sta accadendo a Napoli, Torino, Milano, Messina… la risposta di un popolo che non ha più nulla da perdere, a cui la speranza remota di aiuti che, se arriveranno chissà quando sarà, non basta più. Si parla ormai di gente la cui unica richiesta è la dignità di potersi sfamare.

In una società capitalista basata su una diversificazione classista del lavoro, la scelta di Conte non fa altro che marginalizzare e stigmatizzare chi ai margini aveva imparato a sopravvivere, ma ora non ha più nemmeno quello.

Siamo passati dal credere che determinate tipologie di lavoro non valessero tanto quanto le altre, a sentirle direttamente spoglie di qualsiasi valore o dignità. Una società che ci ha sempre spremuti fino all’osso, obbligandoci a produrre profitto in qualsiasi ambito che all’improvviso si pente e ritorna sui suoi passi, ci guarda dall’alto in basso e ci obbliga a fermarci, mentre tutto il resto continua ad andare avanti: affitto da pagare, bollette in scadenza e figli da sfamare, noi dovremmo restare immobili, stringere i denti.

Per questo eccoci invadere le strade, a gridare che non andava bene prima ma ora va persino peggio, che fermi si muore, che il covid fa paura ma il governo ne fa di più.
Andrà tutto bene, sì forse, quando torneremo ad essere considerati tutti persone.

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