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Addio alla plastica monouso, è il momento di riflettere

 

Consideriamo che il WWF ci informa che l’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica.
La plastica che più si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge dell’UE e del mondo è costituita da spazzatura usa-e-getta, generata dall’impossibilità di riciclare questo materiale ad uso sopratutto alimentare per costi eccessivi o per non causare un inquinamento ancora più importante generato dal sistema stesso del riutilizzo.


I residui di plastica sono ingeriti dalle specie marine, come tartarughe marine, foche, balene e uccelli ma anche dai pesci e dai crostacei e sono quindi poi presenti nella catena alimentare umana. Questi residui non sono solo di dimensioni apprezzabili dall’occhio umano o animale, si ritrovano anche in forma di microplastiche disciolte nell’acqua e accumulata nel corpo dei pesci, nelle strutture interne delle alghe e nei sedimenti fondali.


L’ingestione di microplastiche è stata registrata nell’80% delle specie marittime campionate e si stima che ci siano tra i 5 e i 50 migliaia di miliardi di particelle di plastica di dimensioni superiori ai trentatré millimetri che galleggiano in habitat pelagici. Altri studi rivelano poi la presenza di microplastiche in habitat remoti come le montagne sottomarine, le barriere coralline e le profondità marine (fonte: Gesamp, 2019).

 

Sebbene la plastica sia un materiale conveniente, utile e versatile, deve essere utilizzata, riutilizzata e riciclata meglio. Quando i rifiuti in plastica vengono gettati, l’impatto economico non comprende solo la perdita di valore del materiale, ma anche i costi di pulizia e le perdite per il turismo, la pesca e la spedizione.

 

 

Dura Lex Sed Lex

Il 14 gennaio è entrata in vigore anche in Italia la legge che vieta l’utilizzo di una serie di prodotti in plastica monouso che sia non compostabile e non biodegradabile.


Viene così recepita la Direttiva Europea antiplastica SUP (Single Use Plastic) di Bruxelles, che mira a ridurre del 50% entro il 2025 e dell’80% entro il 2030 l’inquinamento dovuto alla plastica, per preservare in particolare mare e oceano.


Un piccolo passo per l’Europa, un microscopico passo per il pianeta.
Era il 3 luglio quando l’Unione europea aveva chiesto di mettere in atto la direttiva Sup, riguardante la messa al bando della plastica monouso.


Oggi, come conseguenza, non è più possibile vendere oggetti usa e getta come posate, piatti, cannucce, cotton fioc, agitatori per bevande, aste per palloncini, alcuni specifici contenitori per alimenti in polistirene espanso, contenitori e tazze per bevande in polistirene espanso con i loro tappi e coperchi. Tra i primi prodotti di plastica monouso che verranno messi al bando figurano cannucce, posate, aste per i palloncini e contenitori per cibi e bevande in polistirene espanso.


Nello specifico, la Direttiva dice che dal 3 luglio 2021 non è più possibile immettere sui mercati degli Stati membri dell’UE piatti, posate, cannucce, aste per palloncini e bastoncini cotonati di plastica monouso. Inoltre, la stessa misura si applica a tazze, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso e a tutti i prodotti realizzati con plastica oxo-degradabile ed in via precauzionale è consigliato il ricorso ad alternative sostenibili, ove esistano.


Non sono coperti dalla Direttiva, antecedente allo scoppio della pandemia di Covid-19, le mascherine e i guanti monouso. Nonostante il boom dei consumi e la massiccia dispersione nell’ambiente, per questi prodotti non esistono regole. Per il loro corretto smaltimento a fine vita, rimane il buon senso e la sensibilizzazione dei cittadini.
E del buon senso dell’umanità potremmo parlarne in un successivo articolo…

 

Gli esercenti potranno continuare a vendere tali prodotti solo nel caso si tratti di scorte immesse sul mercato prima della data di entrata in vigore del decreto.


Il provvedimento, inoltre, introduce un impegno di riduzione al 2026 per prodotti come tazze o bicchieri per bevande – inclusi tappi e coperchi – e i contenitori per alimenti non riciclabili rimasti fuori dalla lista, rispetto ai volumi immessi al consumo nel 2022.

 

Qualche dato tecnico per chi dovesse intendersene lo troviamo nel recepimento della Direttiva in Italia, leader nel continente nel settore delle plastiche: rispetto a quanto previsto dalla direttiva UE, il recepimento italiano prevede che possano essere immessi in commercio prodotti monouso realizzati in materiale biodegradabile e compostabile, purché certificati conformi allo standard europeo UNI EN 13432 (se sono imballaggi) o UNI EN 14995 (se sono altri manufatti in plastica). Queste alternative biodegradabili e compostabili devono anche avere percentuali crescenti di materia prima rinnovabile: almeno il 40% da subito e almeno il 60% a partire dal 1 gennaio 2024. A partire dal 3 luglio 2024, le bottiglie fino a 3 litri di volume potranno essere commercializzate esclusivamente se il loro tappo di plastica rimane attaccato alla bottiglia dopo l’apertura, per la durata dell’uso previsto del prodotto. Le bottiglie per bevande in PET, inoltre, dovranno contenere almeno il 25% di PET riciclato entro il 2025 e almeno il 30% a partire dal 2030. Infine, tasto dolente e rilevante quanto necessario quando parliamo di Italia, multe salate per i trasgressori, da 2.500 a 25 mila euro, fino al doppio del tetto massimo in caso di immissione di un quantitativo di prodotti del valore superiore al 10% del fatturato dell’azienda.

 

 

L’inquinamento non fa sconti

Ci sono, ovviamente, innumerevoli criticità obiettive e da analizzare con pragmatismo: il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, fa notare che “È una direttiva assurda, per la quale va bene solo la plastica che si ricicla. L’Europa ha dato una definizione di plastica stranissima, solo quella riciclabile. Tutte le altre, anche se sono biodegradabili o sono additivate di qualcosa, non vanno bene. La nostra comunità scientifica ha una leadership a livello mondiale sullo sviluppo di materiali biodegradabili, ma in questo momento non sono utilizzabili dall’industria, perché c’è una direttiva europea nuova e assurda”. Non dimentichiamo che la filiera della plastica supera in Italia i 32 miliardi di euro e da lavoro a 162mila persone (fonte: «Il Sole 24 Ore», 2019). Improponibile la transizione ecologica indolore per l’industria.

 

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ci invita a tenere gli occhi aperti: “In queste ultime settimane stanno comparendo prodotti in plastica molto simili a quelli monouso ma ‘riutilizzabili’ per un numero limitato di volte, come indicato nelle confezioni. Un modo, a nostro avviso, per aggirare il bando e che porta ad un incremento dell’utilizzo di plastica piuttosto che a una sua diminuzione, senza considerare il costo necessario alla ricerca e allo sviluppo di nuovi materiali che finora sono stati accantonati.

 

La conversione delle industrie per raccolta e riciclaggio è ai limiti del possibile ad oggi e uno dei problemi maggiori che si presentano per la creazione di prodotti biodegradabili è la scarsa reperibilità di materie prime.


I mercati asiatici da cui si rifornisce la filiera del biodegradabile non riescono a sostenere la richiesta mondiale di materia prima e di prodotti intermedi necessari ed insostituibili (di questo ne abbiamo parlato anche QUI).


Considerando i dati raccolti da «Il Sole 24 Ore», di quei valori riportati quelli riferiti a industrie che lavorano bioplastiche, biodegradabile e trasformazione coinvolgono solo una minima percentuale del totale: 815 milioni di euro l’anno e circa 3.000 dipendenti.

 

I problemi sono davvero tanti e, forse, in alcuni casi saranno insormontabili (si pensi anche solo alla filiera dell’imballaggio). Non possiamo escludere nemmeno per un momento che l’altro lato della medaglia è il nostro pianeta, la nostra casa.


Come già detto, la dispersione nell’ambiente di materiale che non si biodegrada e che impiega a volte migliaia di anni a scomparire rappresenta un pericolo e un danno per animali e uomini.
Le plastiche, ad esempio, sono prodotti industriali fortemente tossici e pericolosi. Inoltre, vengono trattati con agenti chimici che provoca danni irreparabili nell’ambiente (sia sulla terra che in mare).

 

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