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Abuso emotivo, povertà e la voglia di sopravvivere di una Madre nella miniserie Maid

 

Prima di iniziare è opportuno inserire un grossissimo TW: la serie, e di conseguenza questo articolo, tratta diverse tematiche forti che potrebbero turbare alcunə spettatorə.

 

Approdata su Netflix all’inizio di ottobre, Maid è una miniserie televisiva ispirata al memoir di Stephanie Land dal titolo Domestica: Lavoro duro, Paga Bassa, e la voglia di sopravvivere di una Madre. La protagonista Alexandra Russell, interpretata da Margaret Qualley, è una giovane madre venticinquenne che, dopo aver lasciato il partner violento, inizia a lavorare duramente come domestica per una paga misera (quando le viene data) affinché lei e Maddy, la sua bambina di due anni, possano sopravvivere. Alex è una ragazza brillante: è la prima della sua famiglia a essere ammessa all’università del Montana, dipartimento di Fine Arts, e il suo sogno è quello di diventare una scrittrice. Alex ha giusto il tempo di assaporare la vita universitaria e di visitare un campus che non vedrà per molti anni a causa della situazione familiare complessa: i rapporti con il padre sono praticamente inesistenti; la madre (tra l’altro interpretata dalla vera madre di Margaret Qualley) è un’artista con problemi psicologici e su cui non si può contare nemmeno per accudire la piccola Maddy qualche ora il pomeriggio. E poi sì, sua figlia Maddy.

 

La storia di Alex è una storia di violenza, fuga e riscatto che, prima di lei, la sua stessa madre aveva attraversato: Paula era scappata dal marito violento portando con sé solamente la figlia, nessuna coperta per proteggerla dal freddo, niente vestiti di ricambio, e un’Alex praticamente adulta si ritrova risucchiata nello stesso vortice. Il pattern è sempre uguale: in un primo momento, Alex non riconosce il problema, non è in grado di cogliere quei piccoli avvertimenti di future complicazioni ma, non appena viene sfiorata da un frammento di una ciotola di vetro lanciata contro la parete, tenta in ogni modo di allontanarsi dal suo partner.

 

“Prendere a pugni un muro vicino a te è violenza emotiva. Prima di mordere, abbaiano. Prima di colpirti, colpiscono vicino a te. La prossima volta sarebbe stata la tua faccia.”

Ed è questo il primo punto cruciale della serie: l’abuso emotivo.

X: Ci sono dei letti al ricovero per vittime di violenza domestica, ma non sei stata maltrattata.

Alex: Già. Non vorrei togliere un letto a chi ha subito un vero abuso.

X: Un vero abuso? Spiegati meglio.

Alex: Botte. Ferite.

X: Hm e gli abusi finti quali sono? L’intimidazione? Le minacce? Il controllo?

 

La serie mostra perfettamente questa realtà a partire dall’inferno burocratico, dall’inefficienza di un sistema che dovrebbe aiutare le vittime e, invece, le mette in difficoltà facendogli compilare ora una scartoffia ora un modulo per ricevere un bene necessario come il sussidio per l’asilo o per l’affitto. Si sente tanto parlare di “sistema giudiziario” che altro non è che una caccia all’unicorno: esso non è reale o meglio potrebbe esserlo, ma richiede lunghe tempistiche e poche garanzie e di conseguenza, per fare giusto un esempio, non tuttə lə proprietariə sono dispostə ad affittare le proprie case accettando questi sussidi perché chissà tra quanto e se vedranno mai quei soldi.

 

 

People with money have everything.

Alex è convinta che la gente ricca abbia tutto e, almeno dal punto di vista materiale, è vero. In ogni puntata appare sullo schermo il saldo del suo conto in banca che diminuisce drasticamente per spese necessarie come la benzina o il cibo – alle volte rinuncia a determinati alimenti perché troppo costosi – e si alza pian piano quando le accreditano lo stipendio che le spetta. In una situazione di povertà assoluta in cui la priorità è dare alla figlia un tetto sopra la testa e nutrila sufficientemente, non deve sorprendere la scelta di Alex – o meglio il suo non avere scelta – e quindi ritornare a casa dal proprio abuser. Il suo è un comportamento descrive perfettamente ciò che è una relazione tossica. Alex ha convissuto diversi anni con il suo partner e come ogni coppia hanno avuto alti e bassi: Sean era amorevole nei confronti della figlia, provvedeva economicamente alla sua famiglia addossandosi turni improponibili e ha persino aiutato la propria compagna a prendersi cura della madre bipolare. Tutto questo nei momenti di lucidità. Il comportamento (all’apparenza) attento di Sean non cancella il fatto che lui abbia un problema di alcolismo e di gestione della rabbia, che inevitabilmente si riversa sulla sua famiglia, e non diminuisce la sua responsabilità di abusatore emotivo. Sebbene non lo accetti, Sean è in grado di vedere il suo problema e per questo agisce di conseguenza: il primissimo abuso è quello di impedire a Alex di essere indipendente economicamente e la scusa è quella di farla rimanere a casa per prendersi cura della figlia piccola.

 

 

La mela non cade mai lontano dall’albero

Quando si dice che la mela non cade mai lontano dall’albero, fino a che punto può essere vero? Veramente i genitori sono lo specchio dei figli e quest’ultimi il loro riflesso? Seguendo questa logica, si potrebbe affermare che Alex e Sean potrebbero diventare abusivi nei confronti della piccola Maddy a causa delle loro vicende personali. Ciò che li accomuna infatti, è un passato fatto di abusi emotivi e fisici che, in un modo o in un altro, li rende più vicini. Quando è al verde, la ragazza decide di tornare dal suo abuser perché, in fondo, lui l’ha sempre capita e ora è disposto a cambiare. Sean si apre con lei – e sembra anche abbastanza sincero – riconoscendo il suo problema: se fosse andato in terapia, se avesse chiesto aiuto a unə professionista prima, forse avrebbe potuto salvare il loro rapporto. Con le parole sono tuttə bravə, ma i fatti contano di più. Sean impedisce ad Alex di essere indipendente privandola prima della possibilità di trovare un lavoro e poi dell’auto, il mezzo di trasporto più pratico per spostarsi facilmente di casa in casa. Senza macchina Alex non può rispettare gli orari lavorativi, il suo giro di case da pulire, non può arrivare in tempo a prendere il traghetto.

 

Auto=lavoro. Lavoro=soldi. Soldi=indipendenza e quindi sopravvivenza. Il fine è quello di far sì che Alex non abbia un posto dove andare, che si senta sola, e quindi che ritorni da lui. Non so come funzioni il piano tariffario per i cellulari in America ma, rimasta a corto di minuti, Alex chiede disperatamente dei soldi a Sean per una ricarica in modo da poter essere contattata da nuovə clienti per la pulizia delle loro case. Non essendo una spesa necessaria – “tanto nessuno ti chiamerà” – lui si rifiuta o al più è disposto a condividere i suoi di minuti.

 

E poi c’è la questione dell’università: per Alex essere riammessa significherebbe una prospettiva di vita migliore per sé stessa e per Maddy, ma Sean non condivide la sua decisione primo perché non era a conoscenza del fatto che avesse rifatto domanda e secondo perché non è d’accordo che vada così lontano da casa e che porti con sé la figlia, quindi si rivolge a un legale per impedirle di partire.

 

R: Sai qual è la cosa buffa? Lasciò la moglie per me perché ero giovane e perché non avendo mai avuto un buon rapporto con i figli voleva un’altra chance. Purtroppo non sapevo di avere la riserva ovarica di una donna di cinquant’anni. Probabilmente tu sei rimasta incinta senza neanche provarci.

A: Vuoi che ti risponda?

R: Certo. Rispondi.

A: Ci sono rimasta subito. Ma per tutto il resto devo farmi il c**o.

 

Ed è qui che entra in gioco Regina, una personaggia fondamentale per parlare di privilegio e mostrare l’altra faccia della maternità. Regina ha praticamente tutto: un’enorme casa con vista sul mare, un cane, un lavoro ben retribuito (è un’avvocata che si occupa di diritto aziendale), un marito… Ma non può avere figliə e quindi si sottopone inutilmente a una serie di cure costosissime – perché può permetterselo – per poi ricorrere alla maternità surrogata. Alex è solo una sua dipendente, una ragazza che occasionalmente le pulisce la casa e niente di più. Regina avrebbe tutti i mezzi aiutarla, ma che fa? Non la tiene minimamente in considerazione e preferisce affidarsi a una ragazza au pair per badare al bambino in arrivo. La crescita del personaggio di Regina è davvero incredibile: se prima trattava Alex quasi come se non fosse una persona degna della sua attenzione, alla fine è lei a riconsegnarle il suo quaderno. Esso contiene tutti i pensieri e le esperienze come domestica di Alex come la commovente storia della “casa dell’amore” o quella della “casa della str**a”. La diretta interessata di quest’ultimo racconto è proprio Regina che lo legge e si trova davanti alla verità.

 

Scrivere la verità, e quindi leggerla, è più facile che pronunciarla a voce. Regina riconosce il talento di Alex, vuole che sia riammessa all’università, e questa volta la aiuta concretamente: nella battaglia per l’affidamento esclusivo di Maddy, Regina la mette in contatto con un’avvocata familiarista di sua conoscenza che si offre di aiutarla gratuitamente.

 

Alla fin fine, Alex riesce a far avverare il suo giorno più felice:

Il mio giorno più felice non c’è ancora stato, ma sta per arrivare. Quel giorno salirò sulla mia auto che puzza di tonno avariato e che sarà carica di tutti i miei effetti personali e della mia straordinaria figlia. E finalmente me ne andrò da questa c***o di città. Dovrò guidare per almeno nove ore, 566 miglia fino a Missoula, nel Montana, dove trascorrerò i prossimi quattro anni per imparare a fare la scrittrice. Spero che ci saranno tantissimi giorni felici in questo periodo. Ma so che ce ne saranno anche di difficili. Molte persone non scommetterebbero su una madre single che si iscrive al college. Ma non sanno che c’è voluto per arrivarci: ben 338 bagni puliti, sette tipi di sussidi governativi, nove traslochi, una notte alla stazione dei traghetti e l’intero terzo anno di vita della mia dolcissima figlia Maddy.

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